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	<title>Puntocritico :: www.puntocritico.net</title>
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	<description>Associazione Puntocritico Onlus</description>
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		<title>Usa &#8211; Cina il duello è anche militare.</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 20:23:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>puntocritico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia]]></category>
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		<category><![CDATA[Air Sea Battle]]></category>
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		<category><![CDATA[Usa]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli Stati Uniti vogliono conservare il controllo degli spazi comuni (mari, cieli, spazio e cyberspazio) funzionale alla loro egemonia. Pechino è l'unica potenza in grado di impedirglielo. Strategie a confronto: air sea battle vs shashou jian. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2></h2>
<h2><a href="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/0804_mare_nostrum_cinese_500.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2803" title="0804_mare_nostrum_cinese_500" src="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/0804_mare_nostrum_cinese_500.jpg" alt="" width="500" height="748" /></a></h2>
<h2></h2>
<h2>Usa &#8211; Cina il duello è anche militare.</h2>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">Di Matteo Dian</span> &#8211; <span style="color: #0000ff;">Limes Online</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #33cccc;">http://temi.repubblica.it/limes/usa-cina-il-duello-e-anche-militare/32455</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>La grande strategia dell’amministrazione Obama</strong> è caratterizzata da due fattori principali: la riduzione degli impegni militari diretti (con razionalizzazione delle spese) e il ri-orientamento verso la regione dell’Asia-Pacifico.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Il ri-orientamento verso il Pacifico</strong> coinvolge aspetti diplomatici, economici e militari. L’offensiva diplomatica culminata con <a href="http://temi.repubblica.it/limes/clinton-porta-il-disgelo-tra-stati-uniti-e-myanmar/29940">l’apertura a Myanmar </a>e <a href="http://temi.repubblica.it/limes/gli-usa-si-preparano-al-secolo-pacifico/29350">l’espansione della Trans pacific partnership</a> sono gli esempi più evidenti delle prime due dimensioni. Queste sono accompagnate da un processo di riorganizzazione delle Forze armate e, soprattutto, dall’elaborazione di un nuovo concetto operativo, definito &#8220;<a href="http://www.csbaonline.org/wp-content/uploads/2010/02/2010.02.19-Why-AirSea-Battle.pdf">Air sea battle</a>&#8220;, che segnerà l’evoluzione della pianificazione militare americana.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>L’elaborazione dell’Air sea battle</strong> segnala come l’attenzione dei pianificatori del Pentagono si stia sempre più allontanando, sia dal punto di vista logistico e organizzativo sia sotto il profilo strategico e tattico, dai conflitti asimmetrici e dalla counter-insurgency che hanno segnato lo scorso decennio, per avvicinarsi invece alle misure necessarie a fronteggiare l’ascesa militare cinese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo la recente <a href="http://www.defense.gov/news/Defense_Strategic_Guidance.pdf"><em>Defense strategic guidance</em></a></strong>, infatti, nonostante i tagli previsti al bilancio del Pentagono (500 miliardi di dollari in 10 anni) “gli Stati Uniti rafforzeranno la loro presenza militare nel settore Asia-Pacifico”. I tagli infatti, “non si faranno a spese di questa cruciale regione”. Il documento, in linea con la <a href="http://www.defense.gov/qdr/qdr%20as%20of%2029jan10%201600.PDF"><em>Quadriennal defense review</em></a> del 2010, mette a fuoco la natura della minaccia all’egemonia militare degli Stati Uniti rappresentata dall’espansione e dalla modernizzazione delle Forze armate cinesi.<br />
La Cina è l’unico attore in grado di minacciare in modo significativo l’architrave dell’egemonia militare americana, ovvero quello che Barry Posen ha definito &#8220;<a href="http://belfercenter.ksg.harvard.edu/publication/271/command_of_the_commons.html">Command of the commons</a>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con questa espressione si intende</strong> la capacità di controllare gli spazi comuni, ovvero oceani, spazio aereo, spazio e cyberspazio, negando eventualmente l’accesso ad altri Stati; questo controllo ha un valore duplice. In primo luogo, rappresenta il bene pubblico fondamentale dell’ordine egemonico americano: il controllo dei punti nodali del traffico marittimo quali lo Stretto di Hormuz o quello di Malacca e delle linee di comunicazione marittima facilita il mantenimento di un sistema commerciale aperto e di scambi intercontinentali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In secondo luogo, il Command of the commons</strong> garantisce agli Stati Uniti di proiettare potere militare praticamente in ogni angolo del globo. Ciò rende possibile l’esercizio della “deterrenza estesa”, ovvero la deterrenza esercitata a favore degli alleati.<br />
La capacità di intervenire militarmente in ogni scenario rilevante del globo ha profondamente influenzato l’evoluzione delle Forze armate americane sia dal punto di vista organizzativo e logistico sia dal punto di vista strategico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La cosiddetta “american way of war”, infatti, è strettamente</strong> connessa alla supremazia sugli spazi comuni. Di fatto, gli Usa hanno condotto tutti i conflitti successivi alla seconda guerra mondiale in condizioni di supremazia aerea e navale. Le loro Forze armate hanno sempre avuto la possibilità di utilizzare “basi-santuario” fuori dalla portata del nemico ma relativamente vicine al teatro di conflitto. Gli esempi più evidenti sono l’uso delle basi in Qatar e Arabia Saudita durante il conflitto in Iraq e la base di Okinawa durante la guerra del Vietnam. A queste si aggiunge la possibilità di schierare diverse portaerei in zone non lontane dal teatro di conflitto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo la guerra fredda, la “rivoluzione negli affari militari”</strong> realizzata dall’esercito degli Stati Uniti ha accentuato l’importanza del controllo dello spazio e del cyberspazio. La <a href="http://www.csbaonline.org/wp-content/uploads/2011/06/2011.06.02-Maturing-Revolution-In-Military-Affairs1.pdf">Rma</a>, ovvero l’utilizzo sistematico dell’<em>information technology</em> e delle comunicazioni satellitari a fini militari, conferisce agli Usa due vantaggi fondamentali. Il primo è la superiorità informativa, ovvero una maggiore conoscenza dei movimenti del nemico e dei suoi punti deboli. Il secondo è la supremazia tecnologica, che permette di colpire con precisione grazie ad armi teleguidate e di mantenere un maggiore coordinamento sul campo di battaglia. La salvaguardia di questo tipo di supremazia rappresenta quindi la componente centrale di una strategia volta al mantenimento dell’egemonia politica e militare globale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I recenti documenti pubblicati dal Pentagono</strong> sottolineano con insistenza come l’ascesa militare cinese rappresenti la minaccia principale all’egemonia sugli spazi comuni. Per il momento la Repubblica Popolare non rappresenta un competitor in termini assoluti: il suo budget militare è ancora 4 volte inferiore a quello americano; a ciò si deve aggiungere una notevole disparità tecnologica e la differente capacità di proiezione del potere militare in teatri lontani dal territorio nazionale. Ciò che preoccupa il Pentagono è la strategia cinese di Anti access-area denial (A2ad), ovvero la capacità di contrastare la superiorità degli Stati Uniti sugli spazi comuni dell’area dell’Asia Orientale. Dalla fine della guerra fredda, e in particolare dopo la crisi di Taiwan del 1996, la pianificazione militare cinese è stata fortemente orientata allo sviluppo di capacità A2ad, ovvero di “negazione dello spazio” ad eventuali nemici attorno al territorio cinese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche se l’Esercito di liberazione popolare </strong>(Pla, le Forze armate cinesi)<strong> </strong>non ha mai concettualizzato in modo esplicito questa strategia, l’idea della negazione dello spazio emerge chiaramente dalla recente evoluzione della dottrina militare. Gli strateghi cinesi chiamano questa strategia Shashou Jian (杀手锏), ovvero &#8220;mazza ferrata&#8221; o &#8220;mazza dell’assassino&#8221;. Il termine non si riferisce solo alla capacità di negare lo spazio nella zona circostante il territorio cinese: al contrario, riguarda lo sviluppo di una capacità militare in grado di disarmare l’avversario prima che questi possa colpire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa strategia è coscientemente asimmetrica:</strong> riconosce la superiorità tecnologica dell’avversario e teorizza la necessità di sfruttarne le debolezze, evitando lo scontro in campo aperto. I vertici dell’esercito cinese infatti sono consapevoli del fatto che, qualora gli Stati Uniti avessero la possibilità di dispiegare le loro risorse tecnologiche e militari, non ci sarebbero speranze di vittoria per la Repubblica Popolare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per questo, coerentemente con il pensiero di Sun Tzu</strong>, l’esercito cinese dovrebbe negare al nemico lo spazio per la battaglia e “vincere prima di combattere”, interrompendo la catena di comando e danneggiando la struttura logistica americana. Impedendo quindi agli Stati Uniti di dispiegare il proprio potenziale militare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La prima e più evidente componente</strong> di questa strategia è la modernizzazione navale. La marina militare cinese è in rapida espansione in termini qualitativi e quantitativi. L’obiettivo di fondo è il contrasto alla libertà di movimento per le portaerei americane. Per questo Pechino ha sviluppato un&#8217;ampia e avanzata flotta di sottomarini. Tra questi spiccano i sottomarini nucleari di classe Jin e Shang e quelli diesel di classe Yuan e Kilo. Questi ultimi in particolare rendono estremamente rischioso l’utilizzo delle portaerei americane nel Mar Cinese Meridionale e Orientale. Durante gli ultimi anni, infatti, i sottomarini Kilo e Yuan hanno dimostrato più volte di poter avvicinare le portaerei americane senza essere rintracciati in anticipo. L’impiego massiccio di sottomarini a difesa del Mare Cinese Orientale e Meridionale renderebbe molto difficile e costosa la fornitura di supporto aereo in caso di conflitto a Taiwan o in una zona vicina al litorale cinese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di recente inoltre Pechino ha schierato</strong> la sua prima portaerei: una classe Varyag acquistata dalla Russia e rimodernata negli arsenali cinesi. Questa acquisizione &#8211; unita allo sviluppo dei nuovi cacciatorpedinieri Luhu, Luhai, Luyang e Louzhou &#8211; testimonia la volontà cinese di espandere la propria capacità di controllo marittimo ben oltre lo stretto di Taiwan e di rafforzare le capacità di negazione dello spazio fino e oltre la prima catena di isole, compresa tra il Giappone, Okinawa e le Filippine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un&#8217;altra componente fondamentale</strong> è l’espansione e la modernizzazione della Seconda artiglieria, ovvero dell’arsenale missilistico. Questo processo riguarda sia missili balistici a medio raggio, destinati a colpire le basi americane in Giappone e Corea, sia missili balistici anti-portaerei. In un futuro conflitto, le basi americane strategicamente più rilevanti &#8211; quelle in territorio giapponese, sudcoreano e quelle di Okinawa &#8211; potrebbero essere fortemente danneggiate da un attacco missilistico. Le previsioni più pessimiste ritengono che anche la base di Guam sia fortemente vulnerabile. I missili balistici anti-carrier, inoltre, rappresentano un ulteriore fattore di vulnerabilità per le portaerei americane e un ulteriore fattore di riduzione della capacità di mantenere la superiorità navale e aerea da parte degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La strategia A2ad cinese si compone</strong> di altri due elementi essenziali: la negazione della superiorità americana nello spazio e nel cyberspazio. Da tempo gli analisti militari cinesi hanno identificato nell&#8217;eccessiva dipendenza dall’alta tecnologia la debolezza principale della struttura militare a stelle e strisce. Il forte livello di dipendenza dall’information technology determinata dalla rivoluzione degli affari militari renderebbe possibile un “attacco accecante” nei confronti del cosiddetto C4isr (Command control communication computer intelligence surveillance and reconnaissance) americano. Per questo il Pla, in caso di conflitto, tenterebbe di attaccare l’infrastruttura informativa americana e soprattutto i sistemi di controllo satellitare. Questo tipo di attacco si svolgerebbe con diverse modalità. In modo diretto con il tentativo di colpire i satelliti situati nello spazio e in modo indiretto attraverso attività di cyberwarfare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo alcuni dei più influenti analisti </strong>del governo americano, la strategia di negazione dello spazio si ispirerebbe a quella praticata dal Giappone nel 1941-1942 e mirerebbe, nel lungo periodo, ad escludere gli Stati Uniti dal Sud Est asiatico e dall’Asia Orientale. Ad oggi, essa è focalizzata sulla prima catena di isole; nel prossimo decennio potrebbe essere ampliata fino alla “seconda catena di isole”, tra le Marianne e la Micronesia. In ogni caso la capacità anti-accesso cinese rappresenta una minaccia significativa per l’egemonia militare americana e rende necessario un ripensamento profondo dell’attuale strategia basata sulla superiorità in tutti i<em>commons</em> e su un&#8217;organizzazione operativa e logistica che si affida largamente a “basi santuario”. Il nuovo concetto strategico dell’ Air sea battle propone, infatti, sia un parziale ripensamento dell’<em>American way of war</em> sia la stessa presenza americana nell’Asia Pacifico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli Stati Uniti si preparano a tornare</strong> ad affrontare operazioni militari in cui gli spazi comuni sono oggetto di competizione e in cui i santuari logistici vengono significativamente allontanati dal campo di battaglia. La prima mossa è l’accelerazione del riposizionamento della struttura delle basi già in corso da un decennio. La tendenza in questo senso è verso la creazione di un sistema di basi flessibile, che prevede la presenza di basi principali dette “hub” e di basi minori definite “lily pad”. Le prime, tra le quali Okinawa, Guam e le principali basi in Giappone e Corea del Sud, sono i punti chiave della struttura militare americana. In caso di conflitto le forze americane sono pronte ad attivare le basi secondarie e a disperdersi. A ciò si aggiunge lo spostamento di parte delle risorse militari fuori dall’area minacciata dalle misure anti accesso cinesi. Ad esempio, parte delle strutture tradizionalmente collocate ad Okinawa verranno spostate verso Guam o verso la base di Darwin in Australia. Inoltre, è prevista l’attuazione di un blocco navale a distanza che permetta di tagliare alla Cina i rifornimenti marittimi e in particolare le materie prime provenienti dal Medio Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Uno degli aspetti centrali del nuovo concetto</strong> operativo è l’espansione del confronto a spazi comuni prima immuni dalla competizione militare, quali lo spazio e il cyberspazio. L’Air sea battle prevede, infatti, che la prima fase del conflitto si svolga proprio in questi settori e in particolare attraverso un reciproco tentativo di danneggiare i sistemi di intelligence e comunicazioni elettroniche, soprattutto quelle basate nello spazio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La prima conseguenza a livello pratico</strong> per gli Stati Uniti è il rafforzamento del sistema di difesa antimissile dell’Asia-Pacifico, entrato in fase operativa tra il 2009 e il 2010. Inoltre, la crescente militarizzazione dello spazio rende necessarie misure atte a proteggere l’infrastruttura satellitare, il vero tallone d’Achille delle Forze armate americane dopo la “rivoluzione degli affari militari”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Air sea battle, inoltre, prevede</strong> una maggiore integrazione logistica e operativa tra esercito, aviazione e marina e l’accelerazione dello sviluppo di armamenti che siano in grado di contrastare i recenti passi avanti cinesi. Tra questi spiccano lo sviluppo di nuovi droni e una serie di missili cruise teleguidati. Più in generale, il rischio di perdere l’uso delle basi santuario sta spingendo il Pentagono ad acquisire nuovi sistemi in grado di colpire il nemico a distanza, diminuendo l’effetto della strategia cinese di negazione dello spazio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Al di là dei dettagli tattici e organizzativi</strong>, la rilevanza strategica del concetto di Air Sea Battle è molteplice. In primo luogo, come detto, il ritorno a una pianificazione militare e logistica esplicitamente pensata e realizzata per conflitti simmetrici tra grandi potenze. Più in generale, è necessario notare che, nonostante i documenti ufficiali e le dichiarazioni dell’amministrazione Obama neghino ogni volontà di contenere l’ascesa cinese, gli Stati Uniti stanno ridisegnando le proprie Forze armate in funzione della minaccia rappresentata dalla Repubblica Popolare, in particolare dalla sua strategia A2ad.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In una prospettiva di lungo periodo</strong>, infatti, l’aspetto più significativo della dottrina dell’Air sea battle è proprio la concettualizzazione esplicita del Command of the commons come architrave strategica dell’egemonia militare americana e il riconoscimento della Shashou Jian cinese come minaccia fondamentale.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Mosca e la formazione del Nuovo Sistema Mondiale</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 02:39:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>puntocritico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mosca e la formazione del Nuovo Sistema Mondiale di Imad Fawzi Shueibi &#8211; Presidente del Centro Studi Geostrategici di Damasco Da Red Voltaire: http://www.voltairenet.org/Mosca-e-la-formazione-del-Nuovo Imad Fawzi Shueibi esamina le ragioni e le conseguenze della recente posizione presa dalla Russia al Consiglio di Sicurezza. L’appoggio di Mosca alla Siria non è una posa ma il risultato di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h1><a href="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/1-3321-c1232.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2799" title="00000601_medium" src="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/1-3321-c1232.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1>Mosca e la formazione del Nuovo Sistema Mondiale</h1>
<div></div>
<div></div>
<div>di <span style="color: #ff0000;">Imad Fawzi Shueibi &#8211; <span style="color: #0000ff;">Presidente del Centro Studi Geostrategici di Damasco</span></span></div>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #33cccc;">Da Red Voltaire: http://www.voltairenet.org/Mosca-e-la-formazione-del-Nuovo</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Imad Fawzi Shueibi esamina le ragioni e le conseguenze della recente posizione presa dalla Russia al Consiglio di Sicurezza. L’appoggio di Mosca alla Siria non è una posa ma il risultato di un’analisi approfondita dei mutevoli equilibri dei potere globali. La crisi in corso darà vita ad una nuova configurazione mondiale che dal modello unipolare, ereditato dopo il crollo dell’URSS, si evolverà gradualmente verso un sistema multipolare. Inevitabilmente, questa transizione coinvolgerà il mondo in un periodo di turbolenza geopolitica le cui ripercussioni vengono vagliate dall’autore.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni scommettono che, come d’abitudine, avverrà un cambiamento nella posizione russa verso la regione araba, simile a quello che avvenne nel caso iracheno e in quello libico. Tuttavia, quest’ipotesi può essere esclusa da una profonda analisi della posizione russa, per le considerazioni che seguono. Sembra che la regressione russa non sia possibile nel mondo d’oggi, dato che Mosca vede negli attuali eventi, e nel confronto con l’Occidente, ossia con gli europei e gli statunitensi, un’opportunità per formare un nuovo ordine mondiale, che superi quello che ha prevalso nel periodo post-Guerra Fredda e dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Quest’ultimo, rappresentato dall’unipolarismo, ha si è spostato verso il non-polarismo dopo la guerra in Libano del 2006.</p>
<p style="text-align: justify;">Vladimir Putin ha espresso quest’idea in un messaggio del 14 gennaio 2012, nel quale ha annunciato che stiamo assistendo alla formazione d’un nuovo ordine, diverso dall’unipolarismo. Ciò significa che Mosca andrà fino in fondo negli sforzi per impedire che tale processo sia scavalcato: anche fino ad un conflitto. La dichiarazione del Ministero degli Esteri russo, secondo cui l’Occidente commetterebbe un grave errore se attaccasse l’Iran (seguita da quella di Putin per cui, se l’Occidente tentasse azioni unilaterali, la Russia non rimarrebbe inerte ma reagirebbe con forza), non è altro che un ultimatum. Mosca, infatti, non accetterà nessun accordo, tipo quelli presi a proposito dell’Iraq o della Libia. Oggi tutto tende a un nuovo ordine mondiale, che accompagna il ritiro strategico americano dall’Iraq: il presidente Barack Obama ha annunciato la diminuzione delle forze statunitense da 750.000 a 490.000 unità e la riduzione del bilancio per la difesa a 450 miliardi di dollari.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò comporterà l’incapacità di lanciare due operazioni militari nello stesso tempo, ma avvia il confronto con la Cina nel Sudest asiatico, che si sta lavorando ad armare. Il 7 gennaio 2012 Pechino ha risposto dichiarando che “Washington non è più in grado d’impedire al Sole cinese di sorgere”. Washington sta ricommettendo la follia d’affrontare la Cina, avendo perso la battaglia con Mosca su molti fronti, sia nel gioco del gas in Turkmenistan ed Iran, sia sulla costa orientale del Mediterraneo (con l’annuncio della nuova strategia Washington si ritira dalla regione, pur impegnandosi a garantire la stabilità e sicurezza del Medio Oriente affermando che rimarrà vigile).</p>
<p style="text-align: justify;">Putin, per quanto riguarda la sua strategia che va al di là dei propositi elettorali, ha scritto quanto segue: “Il mondo è sulla soglia di una fase di disordine che sarà lunga e dolorosa”. Quindi, Putin afferma decisamente che la Russia non inseguirà le illusioni del sistema unipolare che sta crollando, e che non potrà garantire la stabilità mondiale in un momento in cui gli altri centri d’influenza non sono ancora pronti per assumersi quest’onere. In altre parole, siamo di fronte ad un lungo periodo di confronto con il sistema unipolare, destinato a durare fin quando le altre potenze influenti non cementeranno un Nuovo Ordine Mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Di solito, gli Statunitensi si ritirano quando le loro prospettive di successo non sono né rapide né certe. Sanno molto bene quanto la loro economia stia deteriorandosi e quanto ininfluente stia diventando la loro forza militare, soprattutto dopo aver perso prestigio ricorrendo troppo allo strumento bellico. Putin, pur realizzando che il tempo non sta scorrendo all’indietro, invita i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, del G8 e del G20 a fermare qualsiasi possibilità d’emergere di tensioni etniche e sociali o di forze distruttive che pongano una minaccia alla sicurezza mondiale. Questa è una chiara indicazione del rifiuto della presenza di tendenze religiose nelle posizioni decisionali e dei gruppi armati non statali. Questi gruppi Putin li indica chiaramente come alleati degli Stati che stanno esportando la democrazia militarmente e tramite coercizione. Mosca, quindi, non si risparmierà nel fronteggiare tali tendenze politiche e questi gruppi armati. Il Primo ministro russo conclude affermando che la violazione del diritto internazionale non è più giustificabile, anche se dietro ci fossero buone intenzioni. Ciò significa che i russi non accetteranno nessun tentativo da parte della Francia, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti di sostituire il principio di sovranità con quello d’intervento umanitario.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, gli USA non si possono completamente ritirare dal Medio Oriente. Stanno semplicemente disponendo l’area per una “guerra per procura”. Ciò accade in un momento in cui Putin ammette che le potenze emergenti non sono ancora pronte a prendere la loro posizione nel nuovo mondo non unipolare. Tali potenze emergenti sono la Cina, l’India, ed in generale gli stati dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Questo implica quanto segue:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Il mondo di oggi sarà più non-polarizzato di quanto lo è stato durante il periodo 2006-2011.</li>
</ul>
<ul style="text-align: justify;">
<li>I conflitti saranno caratterizzati dall’essere globali, ma ci sarà un linguaggio che si intensificherà fino ad arrivare sull’orlo del baratro; avvisando dunque che tutto il mondo sarà a rischio di scivolarvi dentro.</li>
</ul>
<ul style="text-align: justify;">
<li>La regola secondo cui le super potenze non muoiono nel letto, è una regola che richiama alla cautela a causa dei rischi di fughe in avanti; soprattutto quando una super potenza si trova al di fuori del sistema principale a cui era stata abituata fin dalla Seconda Guerra Mondiale, e le sue opzioni si troveranno dunque ad oscillare tra il fare la guerra e l’innalzare la tensione nelle aree d’influenza altrui. Finché la guerra tra super potenze è resa difficile, se non impossibile, dagli armamenti nucleari, l’aumento delle tensioni o l’avvio di guerre per procura diventano alternative per i conflitti per (auto)fortificarsi sul piano internazionale. C’è anche l’opzione di una ridistribuzione soddisfacente delle zone d’influenza secondo una nuova Jalta. Oggi è fuori discussione, ma in futuro chissà: nulla può essere escluso per sempre nell’azione politica. Esiste una regola secondo cui è possibile sconfiggere una superpotenza, ma è preferibile non farlo. Meglio piuttosto permetterle di salvarsi la faccia e far coabitare le nuove e le vecchie superpotenze. Ciò è avvenuto con Francia e Gran Bratagna dopo la Seconda Guerra Mondiale.</li>
</ul>
<ul style="text-align: justify;">
<li>La massima preoccupazione è per la continuità dello status quo che tracima la ferocia della Guerra Fredda, differenziandosi però per gli strumenti utilizzati finché gli Stati del Patto di Shanghai non saranno in grado di prendere le loro posizioni. Ciò significa che le zone di conflitto (Corea, Iran e Siria) saranno oggetto di un logoramento a lungo termine, che nel linguaggio della politica contemporanea può essere letto come “apertura” sull’effetto domino; cioè apertura all’incalcolabile e senza precedenti, e passaggio da lotte limitate a conflitti più azzardati. É certo che i paesi coinvolti nella scontro saranno quelli coinvolti nella spartizione, e che la ripartizione internazionale non dovrà necessariamente avvenire a loro spese, in quanto fanno parte della lotta. Tutti gli altri paesi staranno ai margini dello scontro oppure diventeranno strumenti di tale scontro, oggetti della spartizione. Viste le regole della lotta internazionale (tra cui quella per cui il coinvolgimento è parte della spartizione), tali paesi non perdono l’iniziativa né la libertà di decisione ed azione; essi devono seguire il principio della fermezza, una regola basilare nella gestione delle crisi.</li>
</ul>
<ul style="text-align: justify;">
<li style="text-align: justify;">La realtà è che la gestione delle crisi sarà la regola che informerà la fase in arrivo, che potrebbe durare per anni. Tuttavia, il rischio è che si gestiscano le crisi con altre crisi, focalizzandosi su regioni instabili come il Mediterraneo Orientale e l’Asia Sudorientale.</li>
</ul>
</div>
<p>Traduzione di Simona Bonato</p>
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		<title>L&#8217;Iraq e lo spettro della crisi siriana</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 20:23:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>puntocritico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Iraq e lo spettro della crisi siriana Chiara Cruciati &#8211; Nena News http://nena-news.globalist.it/?p=17195 Roma, 20 febbraio 2012, Nena News (nella foto, il premier iracheno  Maliki e il presidente siriano Bashar) – Rafforzare il controllo lungo il confine con la Siria per evitare il contrabbando di armi verso Damasco: questa la nuova parola d’ordine del governo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/02/maliki.jpg"><img title="maliki" src="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/02/maliki-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<h2>L&#8217;Iraq e lo spettro della crisi siriana</h2>
<p><span style="color: #ff0000;">Chiara Cruciati</span> &#8211; <span style="color: #0000ff;">Nena News</span></p>
<p><span style="color: #33cccc;">http://nena-news.globalist.it/?p=17195</span></p>
<p style="text-align: justify;">Roma, 20 febbraio 2012, Nena News (nella foto, il premier iracheno  Maliki e il presidente siriano Bashar) – Rafforzare il controllo lungo il confine con la Siria per evitare il contrabbando di armi verso Damasco: questa la nuova parola d’ordine del governo di Baghdad che ieri ha annunciato l’incremento delle forze di sicurezza irachene alla permeabile frontiera con la Siria, lunga 600 chilometri e considerata dall’Iraq possibile vettore delle violenze settarie in casa irachena.</p>
<p style="text-align: justify;">A spaventare il governo sciita di Nouri al Maliki è l’eventuale contagio da parte della crisi siriana alla traballante stabilità interna irachena, scossa da attentati e violenze quasi settimanali da parte di affiliati di Al Qaeda, gruppi sunniti islamisti, fedeli del partito Baath di Saddam, ma anche semplici gang criminali e milizie sciite. Un settarismo interno che sta sgretolando la difficile ricostruzione sociale, economica e politica di un Paese uscito da nove anni di guerra e occupazione militare statunitense.</p>
<p style="text-align: justify;">Ultimo in ordine di tempo l’attentato suicida di ieri: un kamikaze si è fatto esplodere dentro la sua auto mentre un gruppo di poliziotti usciva dall’Accademia, nella capitale irachena, dove si stava svolgendo un training di due settimane. Sarebbero almeno 18 i morti, 27 i feriti. Secondo la ricostruzione della polizia, l’attentatore si trovava fuori dall’Accademia, situata a pochi metri dal quartier generale del Ministero degli Interni.</p>
<p style="text-align: justify;">Di nuovo il target torna ad essere la polizia irachena, punto debole delle forze di sicurezza del Paese. L’attentato non è stato ancora rivendicato, ma diversi osservatori parlano della mano di Al Qaeda, ancora significativa minaccia in Iraq. Ma non solo. È di pochi giorni fa la chiamata alle armi del numero uno di Al Qaeda, Ayman al Zawahiri, che in un video ha fatto appello ai musulmani di Iraq, Libano, Turchia e Giordania perché combattano per la Siria, contro il regime di Bashar, definito “canceroso e pernicioso”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un simile appello e il traffico ininterrotto di armi dall’Iraq alla Siria ha messo in allarme il governo di Al Maliki, che ha deciso di rafforzare i controlli al confine. La situazione si è così ribaltata: se fino a poco tempo fa, durante l’invasione delle truppe USA in Iraq, armi e combattenti partivano da Damasco in direzione Baghdad, ora avviene l’opposto. Un contrabbando di armi sempre più consistente che va a rafforzare le file dei ribelli siriani e degli infiltrati jihadisti a sostegno dell’Esercito Libero Siriano, incrementando i timori di Baghdad.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo ministro iracheno Maliki ha annunciato sabato “di lavorare per chiudere i confini con la Siria al traffico illegale di armi, che terroristi e criminali stanno utilizzando”. Non è ancora chiaro quali tipi di misure il governo di Baghdad intenda implementare alla frontiera. In ogni caso, l’obiettivo dell’esecutivo sciita iracheno è quello di evitare una caduta del regime alawita di Assad, non tanto per questioni di vicinanza religiosa, quanto per il concreto timore che il crollo di Bashar possa aprire la strada ad una guerra civile anche in Iraq.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni i rapporti tra Iraq e Siria si sono consolidati come mai in passato. E Baghdad pare essere rimasto uno dei pochi governi a sostenere più o meno apertamente il regime di Bashar: la decisione di non votare a favore delle sanzioni economiche e finanziarie che la Lega Araba ha imposto alla Siria e a favore della sospensione di Damasco dall’Assemblea sono chiari segni di un appoggio politico che si fonda su solide basi economiche. L’Iraq è oggi il più grande mercato dei prodotti siriani all’estero: nel 2011 il commercio tra i due Paesi ha raggiunto i due miliardi di dollari. Secondo il dipartimento di statistica siriano, del 52% delle esportazioni totali della Siria destinate ai Paesi arabi, il 31% è diretto in Iraq.</p>
<div id="attachment_17197" style="text-align: justify;"></div>
<p style="text-align: justify;">Ma non solo. Mentre il mondo arabo, Paesi del Golfo e Turchia in testa, ritirano gli ambasciatori da Damasco e interrompono i rapporti commerciali con la Siria, Maliki continua a firmare accordi economici con Bashar, significativo strumento per bloccare l’emorragia economica che la Siria sta subendo: si calcola che ogni mese Damasco stia perdendo un miliardo di dollari a causa delle sanzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">A ciò si aggiungono i circa 300mila profughi iracheni in Siria: la caduta della famiglia alawita potrebbe provocare il netto peggioramento delle condizioni umanitarie e sociali dei rifugiati fuggiti in Siria durante l’invasione americana. E infine, la paura che settarismi e violenze siriane possano contagiare l’Iraq, alle prese con una pacificazione interna senza soluzione. Dopo la partenza delle truppe americane dall’Iraq, Baghdad teme che la crisi di Damasco possa far esplodere una guerra tra sunniti e sciiti, a partire dal confine con la Siria.</p>
<p style="text-align: justify;">Damasco ha costantemente lavorato negli ultimi tempi per mantenere rapporti stabili con Baghdad, nel timore che “un governo appoggiato dagli USA a Baghdad l’avrebbe quasi certamente posta tra due potenze ostili: Israele e un Iraq filo-americano”, come spiega in un editoriale apparso su Gulf News Marwan Kalaban, preside della Facoltà di Relazioni Internazionali dell’Università di Kalamoon con sede a Damasco.</p>
<p style="text-align: justify;">“Dopo 24 anni di interruzione – prosegue Kalaban – le relazioni diplomatiche tra Damasco e Baghdad si sono rafforzate solo nel marzo 2010 quando la Siria, sotto la pressione iraniana, ha appoggiato il tentativo del primo ministro iracheno Nouri Al Maliki di ottenere un secondo mandato e diversi accordi commerciali ha aumentato gli investimenti siriani in Iraq. Così, quando il movimento di protesta scoppiò in Siria un anno dopo, Maliki, ancora una volta sotto la pressione iraniana, ha sostenuto il regime siriano, illustrando fino a che punto la posizione dell’Iraq in Medio Oriente si fosse spostata verso un asse guidato dall’Iran”.</p>
<p style="text-align: justify;">Difatti, ciò a cui si sta assistendo è la creazione di un potenziale nuovo asse, figlio della fine dell’occupazione statunitense e delle proteste in Siria e formato da Iraq, Iran e Siria, in opposizione alla nuova alleanza filo-occidentale di Turchia e Paesi del Golfo. Nena News</p>
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		<title>Gli Stati Uniti vogliono una guerra a colpi di swift contro l&#8217;Iran</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 18:42:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>puntocritico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli Stati Uniti vogliono una guerra a colpi di swift contro l&#8217;Iran DI Pepe Escobar &#8211; Asia Times On line http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/NB17Ak04.html Cosa credeva il branco di barboncini europei, che Teheran si sarebbe piegata e avrebbe accettato l’embargo sul petrolio imposto dall’Unione Europea che dovrebbe iniziare dal primo luglio? Senza dubbio Bruxelles si è trovata spaesata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2></h2>
<h2></h2>
<h2><a href="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/Unknown-61.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-2791" title="Unknown-6" src="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/Unknown-61.jpeg" alt="" width="251" height="201" /></a></h2>
<h2></h2>
<h2><span><strong>Gli Stati Uniti vogliono una guerra a colpi di swift contro l&#8217;Iran</strong></span></h2>
<h2><span style="color: #ff0000;">DI Pepe Escobar</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;"> &#8211; </span><span style="color: #0000ff;">Asia Times On line</span><br />
<span style="font-family: Verdana; font-size: small;"><em> </em></span></h2>
<pre><span style="color: #666699;"><em><span style="color: #33cccc;"><span style="font-size: small;"> </span><span style="color: #33cccc;"><a href="http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/NB17Ak04.html">http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/NB17Ak04.html</a></span></span></em></span></pre>
<pre><span style="color: #666699;"><em><span style="color: #33cccc;">
</span></em></span></pre>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Cosa credeva il branco di barboncini europei, che Teheran si sarebbe piegata e avrebbe accettato l’embargo sul petrolio imposto dall’Unione Europea che dovrebbe iniziare dal primo luglio?<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Senza dubbio Bruxelles si è trovata spaesata come un cervo in mezzo a un’autostrada quando hanno iniziato a circolare la notizie che Teheran avrebbe anticipato la sua mossa, sbattendogli in faccia un embargo sull’esportazione di greggio contro sei paesi dell’Unione Europea in profonda crisi, ossia quei membri del Club Med, Portogallo, Italia, Grecia, Spagna insieme alla Francia e all’Olanda colpite dalla recessione.<br />
</span> <span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Non c’è voluto molto tempo perché il Ministro iraniano del Petrolio e il Ministro degli Esteri smentissero questa decisione, che tecnicamente, avrebbe dovuto annunciare ufficialmente il Supremo Consiglio Nazionale di Sicurezza, che fra l’altro si occupa dei negoziati sul nucleare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana; font-size: small;"><br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;"><strong><em>Nel dubbio, inondalo di altre sanzioni</em></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana; font-size: small;"><strong><em> </em></strong></span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;"><strong><em><br />
</em></strong></span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;"><strong><em>Tenete d’occhio Golia<br />
</em></strong></span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Ma solo un sordo, stupido e cieco non avrebbe colto il messaggio: il risultato delle ridicole e controproducenti sanzioni/embargo europee sarà l’ulteriore sprofondamento di porzioni sempre più vaste di Europa in situazioni di forte sofferenza economica.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">L’Iran fornisce 500.000 barili di petrolio al giorno all’UE. La sola minaccia di un embargo all’Iran ha provocato un picco nei prezzi del petrolio.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Supponendo che le nazioni del Club Med riescano a rifornirsi di petrolio da altre fonti, cosa che non è scontata dato che l’Arabia Saudita vuole mantenere alti i prezzi del petrolio in maniera categorica, questi dovrebbero riqualificare le loro raffinerie per trasformarlo. Inevitabilmente ci sarebbe penuria di benzina; l’italiano medio, per esempio, è già furioso per l’impennata dei prezzi della benzina dal distributore.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Forse quelle decine di migliaia di inutili burocrati di Bruxelles che portano in giro le loro cartelline colorate dovrebbero fare qualcosa di sensato e mandare una lettera a Washington congratulandosi ufficialmente per il fatto che gli americani stanno impoverendo ulteriormente decine di milioni di cittadini dell’UE.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Sicuramente gli avvoltoi, gli sciacalli e le iene a favore del cambio di regime/guerra non estingueranno mai la loro sete di sanzioni. Gli Stati Uniti stanno obbligando ora l’UE a tagliar fuori l’Iran dallo <em>SWIFT</em>, con base a Bruxelles, il meccanismo/camera di compensazione di telecomunicazioni indipendente usato da tutte le banche per scambiarsi dati finanziari (il suo nome ufficiale è <em>Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunications</em>). La stessa Banca Centrale dell’Iran potrebbe esserne vittima.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">In parole povere, <em>SWIFT</em> è la ruota che muove le transazioni e il mercato globale. Quindi, se non è una dichiarazione estesa e remixata di guerra economica contro un paese, non so cosa altro sia.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Funzionerà? Difficilmente. Rappresenterà sicuramente un’ulteriore devastazione scatenata contro “<em>la popolazione iraniana</em>”, la vaga entità contro la quale gli USA non hanno nulla di personale. Più di quaranta banche iraniane utilizzano <em>SWIFT</em> per processare le transazioni finanziare, e gli iraniani lo usano come chiunque altro in un’economia globalizzata.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Tutto ciò trascinerebbe nel fango la reputazione di neutralità e affidabilità che lo <em>SWIFT</em> ha cautamente preservato sinora; immaginate le reazioni di altri paesi membri al fatto che anche loro possono essere totalmente marginalizzati in relazione a un capriccio degli Stati Uniti.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Per non parlare del fatto che Washington non può dire a <em>SWIFT</em> cosa fare; infatti sta esercitando una pressione non discreta, in stile mafioso, sugli europei. Il “messaggio” è stato recapitato personalmente da David Cohen, il Sottosegretario americano del Dipartimento del Tesoro per il terrorismo e l’<em>intelligence </em>finanziaria.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">E tutto questo per cosa? Secondo l’indefessa, soffocante raffica di notizie sparata dai media corporativi occidentali, “<em>forse</em>” è per guadagnare tempo in modo che l’amministrazione Obama possa “<em>persuadere</em>” il guerrafondaio e nuclearizzato governo del Likud di Israele a non attaccare l’Iran questa primavera.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Intanto, secondo l’Organizzazione Iraniana dell’Energia Atomica, il paese ha sviluppato centrifughe di quarta generazione fatte di fibra di carbonio che sono “<em>più veloci, producono meno residui e occupano meno spazio</em>”, dato che ruotano a velocità supersonica per purificare l’uranio.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Le prime barre di combustibile arricchite al 20% e prodotte in Iran sono state installate nel <em>Teheran Research Reactor</em>, non una fabbrica di bombe ma un impianto civile volto a produrre isotopi curativi per il trattamento di tumori; questo dovrebbe permettere al <em>Research Reactor</em> di operare indipendentemente da qualsiasi interferenza straniera.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Per fugare ogni dubbio, Teheran ha inviato una lettera all’UE dichiarandosi disponibile a che i P5+1 &#8211; i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU più la Germania &#8211; tornassero a riunirsi seriamente al tavolo delle contrattazioni per il dossier nucleare iraniano.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Vediamo cosa vuol dire.</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;"><br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">È una miniatura persiana molto sofisticata perché gli europei si prendano il disturbo di decodificarla. Teheran sta dicendo: vogliamo sinceramente avere un dialogo con voi; ma non abbandoneremo il nostro programma nucleare civile; e se continuate a trattarci come dei cani, con queste sanzioni, con l’embargo e ora con la questione dello <em>SWIFT</em>, possiamo applicare una pressione molto forte sulle vostre economie già al collasso.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Chiunque scommetta sul fatto che i disorientati politici europei e i loro <em>sherpa</em> riescano a capirlo, difficilmente vincerà il jackpot.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Poi c’è la stupida accusa che i recenti bombardamenti avvenuti o tentati a Delhi, in Georgia e a Bangkok rappresentano la rappresaglia di Teheran per l’assassinio di cinque scienziati nucleari civili in Iran, avvenuto per mano del gruppo terroristico iraniano Mek su ordine del Mossad israeliano.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Se e quando Teheran avrà intenzione di colpire gli interessi israeliani potrà farlo più vicino a casa propria, e sicuramente ha le competenze operative per farlo senza lasciare traccia. La possibilità che Teheran invii agenti iraniani in paesi asiatici amici come l’India e la Thailandia &#8211; come nel caso dei tre scagnozzi a Bangkok che mostravano apertamente il loro passaporto e anche i loro rial &#8211; è campata in aria e va al di là di ogni immaginazione. Questi sono solo diversivi; la questione è che bisogna scoprire chi li sta manipolando.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Se l’isteria promossa da Washington/Tel Aviv è già ad un punto critico, attendete fino al 20 Marzo, quando la borsa petrolifera iraniana inizierà a vendere petrolio con altre valute oltre al dollaro americano, preannunciando l’arrivo di un nuovo indice monetario la cui denominazione sarà in euro, yen, yuan, rupie o un paniere di valute.<br />
</span><span style="font-family: Verdana; font-size: small;">Questo favorirà i clienti asiatici, dai membri dei BRICS India e Cina agli alleati degli Stati Uniti Giappone e Corea del Sud, per non parlare del membro NATO Turchia. Ma converrà anche ai clienti europei pagare il greggio con la propria moneta. Teheran come molti altri membri chiave del mondo in via di sviluppo vuole affondare i petroldollari. Potrebbe essere la rivincita di Davide su Golia.</span></p>
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		<title>Gli Usa nelle Filippine: il &#8220;peccato originale&#8221; dell&#8217;imperialismo a stelle e strisce in Asia</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 13:18:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>puntocritico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli USA nelle Filippine: il &#8220;peccato originale&#8221; dell&#8217;imperialismo a stelle e strisce in Asia Di Diego Angelo Bertozzi per Marx 21 http://www.marx21.it/internazionale/asia-e-oceania/1072-gli-usa-nelle-filippine-il-qpeccato-originaleq-dellimperialismo-a-stelle-e-strisce-in-asia.html Nelle conclusioni del suo recente libro &#8220;Cina&#8221;, Henry Kissinger, sull&#8217;onda del &#8220;ritorno in Asia&#8221; annunciato a fine 2011 dall&#8217;amministrazione Obama, parla di Stati Uniti come di una potenza asiatica la cui presenza resta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><a href="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/images-171.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-2786" title="images-17" src="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/images-171.jpeg" alt="" width="283" height="178" /></a></h2>
<h2>Gli USA nelle Filippine: il &#8220;peccato originale&#8221; dell&#8217;imperialismo a stelle e strisce in Asia</h2>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">Di Diego Angelo Bertozzi </span>per <span style="color: #0000ff;">Marx 21</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #33cccc;">http://www.marx21.it/internazionale/asia-e-oceania/1072-gli-usa-nelle-filippine-il-qpeccato-originaleq-dellimperialismo-a-stelle-e-strisce-in-asia.html</span></p>
<p style="text-align: justify;">Nelle conclusioni del suo recente libro &#8220;Cina&#8221;, Henry Kissinger, sull&#8217;onda del &#8220;ritorno in Asia&#8221; annunciato a fine 2011 dall&#8217;amministrazione Obama, parla di Stati Uniti come di una potenza asiatica la cui presenza resta indispensabile per la sicurezza dei paesi che si trovano di fronte alla crescita della potenza cinese. Contrario allo sviluppo di un nuovo clima da guerra fredda, e quindi ad una aggressiva politica di containment anti-cinese, l&#8217;ex consigliere alla sicurezza del presidente Nixon si augura la nascita di un processo/rapporto di &#8220;coevoluzione&#8221; tra Stati Uniti e Cina Popolare che, con il tempo, porti alla costituzione di una comunità asiatica sull&#8217;esempio di quella atlantica: <em>&#8220;Uno dei grandi successi della generazione che fondò il nuovo ordine internazionale alla fine della seconda guerra mondiale fu di delineare il concetto di «comunità atlantica». Non potrebbe, un concetto analogo, sostituirsi alle potenziali tensioni tra Stati Uniti e Cina, o almeno mitigarle? Esso si accorderebbe perfettamente con una realtà concreta: gli Stati Uniti sono una potenza asiatica, e molte potenze asiatiche auspicano che così sia; inoltre, risponderebbe all&#8217;aspirazione della Cina ad un ruolo internazionale&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>1.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>Mentre Kissinger entra con una posposta di collaborazione strategica tra Usa e Cina nel dibattito aperto sui rapporti sino-americani, escludendo comunque qualsiasi ritiro del complesso militare e della presenza tout-court a stelle e strisce in Estremo Oriente, l&#8217;amministrazione Obama &#8211; nella quale risaltano i toni perentori del segretario di Stato Hillary Clinton &#8211; prosegue nella sua opera di contenimento di Pechino e di rafforzamento del suo dispositivo militare in nome della libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale. Dopo l&#8217;annuncio della riapertura di una base a Darwin in Australia, lo stazionamento di navi da guerra a Singapore, si profila all&#8217;orizzonte una collaborazione sempre più stretta con le Filippine attraverso esercitazioni militari congiunte più frequenti e un aumento delle truppe presenti nel paese che, ad oggi, è limitata ai 600 soldati delle US Special Forces impegnati accanto all&#8217;esercito filippino nella lotta al terrorismo e al separatismo islamico targato Al Qaida1. Chiaro a questo proposito è stato il senatore filippino Richard J. Gordon, secondo il quale un maggior impegno militare americano è diventato di vitale importanza per i due paesi perché <em>&#8220;gli Usa hanno perso terreno in questa regione e la Cina sta cominciando a mostrare i muscoli e ha rapporti non buoni con i vicini&#8221;1.</em> Lo scambio di amorosi sensi tra le due capitali si svolge &#8211; e i diretti interessati lo sanno benissimo &#8211; con estrema cautela visto che dal 1991 una legge del Senato di Manila, sulla scia della rivolta popolare che aveva cacciato il presidente Marcos, ha votato per la chiusura di importanti basi militari americane nel paese (tra queste quella di Subic bay) e che viva è l&#8217;opposizione ad un nuovo aggancio filippino al carrozzone bellico statunitense. Basta pensare a quanto dichiara Lana Linaban, segretario generale dell&#8217;organizzazione per i diritti delle donne Gabriela, per la quale <em>&#8220;l&#8217;esercito degli Stati Uniti sta violando la nostra sovranità e si intromette nei nostri affari interni. Sotto la forma del sostegno militare stanno influenzando il nostro governo&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>Una chiara posizione di difesa dell&#8217;indipendenza e della sovranità filippine di fronte alla superpotenza che, nello specifico, è anche ex potenza coloniale. Infatti, fin dalla fine del XIX secolo le Filippine, ancora colonia spagnola, erano viste negli Usa come la base naturale ideale per la proiezione dei propri interessi nel sud-est asiatico e, soprattutto, e la partecipare alla spartizione del mercato cinese, aperto con l&#8217;oppio e le cannoniere dalle potenze europee. La conquista statunitense delle Filippine avvenne nel segno del più brutale colonialismo e attraverso una sanguinosa repressione del locale movimento nazionalista e indipendentista. Questo articolo, partito da un veloce aggancio alla più stretta attualità, ha come scopo quello di ripercorrere il &#8220;peccato originale&#8221; dell&#8217;imperialismo a stelle e strisce, di fronte al quale la tematica dell&#8217;esportazione della civiltà e della democrazia possono sopravvivere solo grazie ad una pervicace propaganda<br />
<em><br />
&#8220;Abbiamo spinto i nostri giovani perbene a imbracciare un moschetto screditato e fare il lavoro di un bandito sotto una bandiera che i banditi erano abituati a temere, non a seguire; abbiamo traviato l&#8217;onore dell&#8217;America e abbiamo annerito la sua faccia di fronte al mondo, ma ogni cosa è stata per il meglio. Questo noi lo sappiamo. Il capo di ogni Stato e sovranità nel cristianesimo e il novanta per cento di ogni corpo legislativo del cristianesimo, compresi il nostro Congresso e i parlamenti dei nostri cinquanta Stati, sono membri non solo della Chiesa ma anche del trust delle benedizioni della civiltà. Questa accumulazione planetaria di moralità ammaestrate, di principi elevati e di giustizia, non può fare una cosa non giusta, una cosa non onesta, una cosa non generosa, una cosa non pulita. Sa quello che sta facendo. Non sentirti a disagio; non c&#8217;è problema&#8221;1.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>Con queste parole indignate, quanto ironiche, il giornalista e scrittore statunitense Mark Twain si rivolge al proprio governo impegnato dal 1898 nella violenta opera di pacificazione nelle Filippine appena conquistate ai danni della Spagna. La vittoria, oltre a sanzionare l&#8217;appartenenza dei Caraibi al cortile di casa di Zio Sam, segna l&#8217;ingresso della giovane potenza nella competizione per l&#8217;accesso al mercato cinese con il tipico bagaglio del colonialismo occidentale fatto di repressione, sfruttamento economico e strisciante razzismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli Stati Uniti la crisi di sovrapproduzione del 1893-96 dà forza alla convinzione maturata dalle élite politiche e finanziarie che la conquista dei mercati esteri rappresenti la soluzione al problema dello sbocco della produzione americana, così da prevenire altre crisi economiche e il conseguente acuirsi della conflittualità sociale. Chiarissimo il Dipartimento di Stato quando annuncia che &#8220;sembra sempre più certo che tutti gli anni dovremo affrontare una sovrapproduzione crescente di beni che dovranno essere piazzati su mercati esteri se noi vogliamo che i lavoratori americani lavorino tutto l&#8217;anno&#8221;. Chiusa la frontiera interna con il massacro di Wounded Knee del 1890, si pensa ad estendere l&#8217;influenza statunitense oltre il continente americano, verso il Pacifico. Un obiettivo ben presente nella politica Usa come ben testimonia il senatore Cabot Lodge: &#8220;Nell&#8217;interesse del nostro commercio [.] noi dovremmo costruire il canale di Panama e, per proteggere questo canale, così come per assicurare la nostra supremazia commerciale nel Pacifico, noi dovremmo controllare le isole Hawaii e rafforzare la nostra influenza su Samoa&#8221;. Sempre più sicuri di se stessi e spinti da un impetuoso sviluppo economico, gli Usa si lanciano nella competizione imperialistica nel sud-est asiatico dove da tempo ormai agiscono Gran Bretagna, Francia, Russia, Germania e Giappone per l&#8217;accesso e il controllo del mercato cinese. L&#8217;atmosfera generale è quella tipica di una nuova potenza che vuole mostrare i muscoli. Alla vigilia della guerra ispano-americana il Washington Post così scrive: &#8220;Un nuovo sentimento sembra abitare in noi: la consapevolezza della nostra forza. E, con questa, un nuovo appetito: il desiderio di darne dimostrazione. [.] Il gusto dell&#8217;impero regna su ciascuno di noi come il gusto del sangue regna sulla giungla&#8221;. Ad agire ci sono anche ben determinati gruppi di pressione, sorti sul finire del secolo, come l&#8217; &#8220;American Asiatic Association&#8221; e l&#8217;&#8221;American China Developement Company&#8221;. Il Journal of Commerce di New York, prima su posizioni pacifiste, non esclude l&#8217;uso della forza per la conquista di spazi in Cina: <em>&#8220;Considerando quanto il libero accesso al mercato cinese, con i suoi circa 400 milioni di abitanti, risolverebbe in gran parte il problema della sovrapproduzione americana, il Journal of commerce arrivò non solamente a reclamare vigorosamente una completa uguaglianza di diritti sulla Cina ma anche a sostenere senza riserve la costruzione di un canale istmico, l&#8217;acquisizione della Hawaii e il rafforzamento del potenziale della marina&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>La guerra con la Spagna, scoppiata a seguito dell&#8217;affondamento a L&#8217;Avana nel febbraio del 1898 della nave americana &#8220;Maine&#8221;, arriva nel momento giusto. Presentata come una lotta per la libertà a sostegno della volontà di indipendenza del popolo cubano, risponde senza dubbio a precisi interessi economici come, negli anni seguenti, preciserà il Dipartimento del Commercio:<em> &#8220;la guerra ispano-americana non è stata che un avvenimento nella dinamica generale di espansione che aveva le sue radici nel cambiamento delle nostre capacità industriali che superavano di lungo la capacità del consumo interno. Era indispensabile trovare non solo degli acquirenti stranieri per i nostri prodotti, ma ugualmente i mezzi per rendere facile, economico e sicuro l&#8217;accesso a questi mercati stranieri&#8221;. E le Filippine rappresentano un ponte naturale per l&#8217;ingresso nel mercato cinese.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>La guerra con la Spagna, una &#8220;splendida piccola guerra&#8221; secondo il ministro degli esteri Hay, vista la disparità delle forze in campo, si conclude con un facile successo per gli Usa: la marina americana si sbarazza di quella nemica sia nei Caraibi che nel porto di Manila e nelle Filippine il corpo di spedizione americano è sostenuto dagli insorti filippini. L&#8217;armistizio del 12 agosto consegna agli Usa Portorico, l&#8217;isola di Guam, il controllo su Cuba e l&#8217;occupazione del porto e della città di Manila. Il definitivo trattato di pace firmato a Parigi il 10 dicembre successivo prevede il trasferimento della sovranità sulle Filippine dalla Spagna agli Stati Uniti contro un compenso di venti milioni di dollari. Negli Stati Uniti si anima quello che passerà alla storia come il &#8220;great debate&#8221;, un appassionato dibattito sull&#8217;imperialismo che si catalizza sulla opportunità o meno dell&#8217;acquisizione delle Filippine.</p>
<p style="text-align: justify;">Da una parte ci sono gli ambienti economici e i trust suggestionati dalle potenzialità del mercato cinese come valvola di sfogo per la crescente produzione; ai loro occhi un passo indietro avrebbe significato lasciare via libere ad altre potenze, Giappone e Germania su tutte, che avrebbero potuto tranquillamente impossessarsene. Favorevole è anche parte del movimento sindacale, convinto della possibilità di raccogliere i frutti della conquista. Dall&#8217;altra parte si agita il variegato e disomogeneo fronte &#8220;antimperialista&#8221; di cui fanno parte conservatori, radicali, intellettuali, democratici e repubblicani, ed industriali come Andrew Carnegie. La loro critica non tocca, comunque, l&#8217;ideologia di fondo della missione americana, da loro profondamente condivisa, e la necessità della supremazia economica a stelle e strisce, ma la forma coloniale in senso stretto. Una soluzione di questo tipo avrebbe, ai loro occhi, tradito la lettera e lo spirito della costituzione americana e macchiato la tradizione di libertà degli Stati Uniti. Non mancano neppure argomentazioni di stampo razzistico: le istituzioni americane si sarebbero corrotte e inceppate a causa dell&#8217;inserimento di popolazioni diverse per razza ed incapaci ad autogovernarsi. Distinti sulla questione dell&#8217;annessione, i due fronti, quindi, agiscono nello stesso spettro culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Illuminante il modo in cui il presidente McKinley prende la decisione di procedere all&#8217;acquisizione delle Filippine, una sorte di illuminazione divina, nella quale appare, oltre alla consueta ideologia della missione, il topos coloniale della incapacità e inciviltà delle popolazioni locali:<em> &#8220;In verità, io non volevo le Filippine e, nel momento in cui sono venute a noi come un regalo degli dei, non sapevo cosa farne. [.] Io percorrevo tutte le sere su e giù i corridoi della Casa Bianca fino a mezzanotte, e non provo vergogna nel confidarvi, signori miei, che più di una notte mi sono inginocchiato e ho pregato Dio onnipotente di darmi luce e sostegno. È così che una notte mi è apparsa la soluzione; non so come, ma è arrivata. Non si poteva restituire le Filippine agli spagnoli: sarebbe stato vile e disonorevole. Non potevano consegnarle alla Francia o alla Germania che sono nostri concorrenti in Oriente: sarebbe stato commercialmente un errore e avremmo perso credito. Non potevamo abbandonarli alla loro sorte (sono incapaci di governarsi da soli): ci sarebbe stata rapidamente l&#8217;anarchia e la situazione sarebbe stata peggiore che sotto l&#8217;autorità spagnola. Non ci restava dunque altro che prenderle e educare i filippini, elevarli, civilizzarli e cristianizzarli. In breve, con l&#8217;aiuto di Dio, a fare del meglio per loro che sono nostri simili, per i quali Cristo è egualmente morto. Allora io sono andato a coricarmi e ho dormito. D&#8217;un sonno profondo&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>Così, su quel comodo cuscino, viene cancellata la storia della nazione filippina e la sua lunga lotta per l&#8217;indipendenza. Inutile aggiungere che a cristianizzarli ci aveva pensato, e con indubbi risultati, la precedente dominazione spagnola. Molto simili le argomentazioni del romanziere Kipling:<em> &#8220;Quello che l&#8217;America vuole non è l&#8217;espansione territoriale, ma l&#8217;espansione della civiltà. Non vogliamo prendere le Filippine per noi stessi, ma dare ai filippini scuole libere, la libertà di culto, udienze giudiziarie pubbliche, l&#8217;abolizione delle caste, uguali diritti per tutti&#8221;. </em>Sono questi gli argomenti alla base del programma di governo nelle Filippine proclamato dal Presidente statunitense nel dicembre del 1898 e noto con la definizione di &#8220;Benevolent assimilation&#8221;:<em> &#8220;L&#8217;autorità degli Stati Uniti va esercitata per la sicurezza delle persone e della proprietà degli abitanti delle isole e per la conferma dei diritti e dei rapporti privati. Sarà dovere del comando delle forze di occupazione annunciare e proclamare nella maniera più pubblica possibile che noi arriviamo, non come invasori o conquistatori, ma come amici per proteggere i nativi nelle loro case, nelle loro occupazioni e nei loro diritti personali e religiosi&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>La pretesa missione di civilizzazione americana presenta anche toni scopertamente razzisti, tipici del socialdarwinismo in voga alla fine dell&#8217;Ottocento. Basti, come esempio, la posizione del deputato Cochran che, suscitando l&#8217;applauso del Congresso, lega<em> &#8220;l&#8217;avanzata della libertà e della civiltà&#8221; alla &#8220;conquista del mondo da parte delle razze ariane&#8221;. </em>I filippini, inoltre, vengono apertamente equiparati ad un&#8217;altra razza inferiore, quella dei neri d&#8217;America segregati e linciati, tanto che il senatore virginiano Proctor raccomanda caldamente di<em> &#8220;evitare l&#8217;errore criminale fatto in passato, quando con sconsiderata liberalità abbiamo concesso il supremo privilegio della libertà anglosassone a una razza analfabeta e straniera&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>Per la vittoria americana sulla Spagna, un ruolo fondamentale è svolto dai nazionalisti filippini guidati da Aguinaldo e fatti sbarcare dagli americani a Manila il 19 maggio del 1898 con la promessa dell&#8217;indipendenza. Sconfitti gli spagnoli, i nazionalisti danno vita ad un repubblica democratica con una costituzione ispirata alle rivoluzioni americana e francese. Ma vengono esclusi dalle trattative di pace che consegnano le Filippine agli Usa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 1° gennaio del 1899 Aguinaldo viene eletto da una convezione Presidente della Repubblica delle Filippine &#8211; la seconda volta nella sua vita di ribelle &#8211; e riprende la lotta per l&#8217;indipendenza. Nonostante una potenza militare ed economica di tutt&#8217;altro tenore di quella spagnola, costringerà l&#8217;esercito americano, forte di 70 mila soldati, a combattere per tre anni mettendo in pratica un repressione spietata e spesso indiscriminata e, occorre sottolinearlo, in aperta contraddizione con la propaganda della missione di libertà. Alla fine si conteranno dai seicento mila al milione di morti filippini.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte all&#8217;occupante americano non ci sono solo i resistenti filippini, ma anche l&#8217;ostilità di gran parte della popolazione come ammette il generale Arthur MacArthur secondo il quale la tattica di guerriglia filippina <em>&#8220;riposa su di una pressoché perfetta unità d&#8217;azione della popolazione indigena nel suo insieme&#8221;.</em>Da qui, anche, la pratica di trasferire villaggi e concentrare la popolazione, poco prima condannata quando ad eseguirla erano gli spagnoli a Cuba.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è quanto riporta il corrispondente del Filadelfia Ledger: <em>“questa non è una guerra d&#8217;operetta condotta con i guanti bianchi. I nostri uomini sono stati spietati. Hanno ucciso per sterminare uomini, donne, bambini, prigionieri e ostaggi, ribelli attivi e semplici sospetti dai dieci anni in su. L&#8217;idea che è prevalsa è che un filippino in quanto tale non ha maggior valore di un cane. [.] I nostri soldati hanno fatto ingoiare acqua salata ad uomini per farli parlare. Hanno fatto prigionieri degli uomini che si arrendevano pacificamente, con le mani in aria, e, un&#8217;ora dopo, senza un minimo di prova sulla loro condizione di ribelli, li hanno condotti su un ponte e li hanno abbattuti uno dopo l&#8217;altro. Infine, li hanno gettati nel fiume, lasciandoli andare a filo della corrente affinché servissero da esempio a coloro che avrebbero trovato i corpi crivellati di piombo&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>Nel 1901 è un generale, appena rientrato in Usa dal servizio nel sud di Luzon, che spiega come<em> &#8220;un sesto degli abitanti di Luzon sono stati uccisi o sono morti per la febbre nel corso degli ultimi anni. Le esecuzioni sono state molto numerose ma io penso che tutte queste morti sono state necessarie per il perseguimento dei nostri obiettivi di guerra. Era necessario adottare ciò che in altri paesi avremmo potuto qualificare come misure crudeli&#8221;. </em>E, nonostante tutto questo, il segretario alla guerra Root sottolinea come l&#8217;esercito americano abbia fatto<em> &#8220;prova di ponderazione e umanità&#8221;! </em>Esplicativa della tattica da terra bruciata è la testimonianza del marine Walzer, capo di squadrone:<em> «il maggiore disse che il gen. Smith lo istruì di uccidere e bruciare e disse che più uccideva e bruciava e più avrebbe provato piacere. Il maggiore disse che non c&#8217;era tempo per far prigionieri ed egli doveva rendere Samar un terribile deserto. Il Maggiore chiese al gen. Smith quale fosse l&#8217;età limite della vittima ed egli rispose qualunque cosa sopra i dieci».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>Mentre gran parte della classe operaia e del sindacalismo appoggiano il governo, abbagliati dagli alti salari e dalle promesse di benessere, la più viva, e perché no, commovente presa di posizione contro la guerra nelle Filippine viene dai soldati neri là impegnati nella repressione e nell&#8217;occupazione. Vittime del razzismo e dei linciaggi nel proprio paese, si vedono accomunati dalla pelle nera ai ribelli filippini. Alcuni si uniranno proprio a questi ultimi; il più noto è il caso di David Fagan, del 24° reggimento di fanteria, che accetta un ruolo di comando nell&#8217;esercito ribelle causando gravi problemi a quello statunitense. Emblematica è una lettera scritta dal sergente Mason al direttore della Gazette di Cleveland:<em> &#8220;io sono dispiaciuto per questa gente e per tutto quello che gli Stati Uniti hanno fatto. Io non penso che agiremo con giustizia nei loro confronti. La prima cosa che noi ascoltiamo il mattino è la parola negro e l&#8217;ultima cosa che noi ascoltiamo la sera è la parola negro&#8221;. </em>Più esplicito, sempre in una lettera dal fronte, è il soldato Fulbright:<em> &#8220;la guerra in queste isole non è nient&#8217;altro che un gigantesco progetto di rapina e oppressione&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>Sull&#8217;onda di simili notizie e testimonianze, Mark Twain lancia una provocatoria proposta: &#8220;E per quanto concerne una bandiera per la Provincia delle Filippine, si può facilmente risolvere. Possiamo farne una apposita: i nostri Stati lo fanno. Prendiamo la nostra bandiera normale, dipingiamo di nero le strisce bianche e al posto delle stelle mettiamo un teschio e le ossa incrociate&#8221;. Quanto accade nel sud-est asiatico è, per lo scrittore e giornalista statunitense, la negazione della missione americana, la caduta dell&#8217;America sul &#8220;piano europeo&#8221;, il risultato della sua volontà di adeguarsi alla politica di potenza.<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Repressa la ribellione indipendentista, anche grazie alla cattura nel marzo del 1901 di Aguinaldo, gli Usa danno una sanzione formale e istituzionale alla propria occupazione promulgando nel luglio del 1902 il &#8220;Philippine Bill&#8221;, un complesso normativo che prevede il conferimento del potere esecutivo ad un governatore generale americano e quello legislativo ad un organo bicamerale composto da una assemblea elettiva e dalla statunitense Commissione per le Filippine, presieduta dal governatore stesso. Gli elettivi consigli municipali, inoltre, sono sotto il controllo delle amministrazioni provinciali in cui la presenza americana è marcata. Alla base c&#8217;è un suffragio molto ristretto: a partecipare alle elezioni è il tre per cento della popolazione. Una percentuale che rappresenta una subalterna elite filippina costituita da grandi proprietari di orientamento conservatore che, come nel periodo della dominazione spagnola, garantiscono un controllo di stampo feudale sulle popolazioni locali. Dal punto di vista economico le Filippine diventano un mercato protetto per i produttori americani e fonte di approvvigionamento di materie prime e derrate alimentari non concorrenza con quelle della metropoli, anche grazie all&#8217;introduzione di dazi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per l&#8217;arcipelago è l&#8217;inizio di una forte dipendenza dal mercato americano. L&#8217;indipendenza arriverà solamente nel 1946 con le Filippine inserite nel dispositivo di accerchiamento anti-sovietico degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;">1 Kissinger H., “Cina”, Mondadori, Milano, 2011.<br />
2 &#8220;Containing China: Washington increases US Military presence in the Philippine&#8221;, www.globalresearch.ca, 30 gennaio 2012.<br />
3 “Manila negotiates broader military ties with US&#8221;, International Herald Tribune, 26 gennaio 2012.<br />
4 Twain M., Alla persona che siede nelle tenebre, Edizioni Spartaco 2003.</p>
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		<title>Per salvare l&#8217;Italia Monti faccia qualcosa di sinistra</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 13:06:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Per salvare l&#8217;Italia Monti faccia qualcosa di sinistra. Niccolò Cavalli &#8211; Linkiesta http://www.linkiesta.it/salvare-l-italia-monti-faccia-cose-di-sinistra Applicando la ricetta individuata da Keynes nell’ultimo capitolo della Teoria generale, l’Italia potrebbe crescere in 5 anni del 2,5% in termini reali. Ne è convinto Giorgio Lunghini, ordinario di Economia politica all’Università di Pavia e accademico dei Lincei. Per l’economista l’azione del Governo Monti, [...]]]></description>
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<h2><a href="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/images-15.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-2782" title="images-15" src="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/images-15.jpeg" alt="" width="203" height="248" /></a></h2>
<h2></h2>
<h2>Per salvare l&#8217;Italia Monti faccia qualcosa di sinistra.</h2>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #33cccc;">http://www.linkiesta.it/salvare-l-italia-monti-faccia-cose-di-sinistra</span></p>
<p style="text-align: justify;">Applicando la ricetta individuata da Keynes nell’ultimo capitolo della <em>Teoria generale</em>, l’Italia potrebbe crescere in 5 anni del 2,5% in termini reali. Ne è convinto <strong>Giorgio Lunghini, ordinario di Economia politica all’Università di Pavia e accademico dei Lincei.</strong> Per l’economista l’azione del Governo Monti, improntata a una politica “dei due tempi”, è per definizione fallimentare: «È vero che il vincolo di bilancio è un problema reale, ma l’equità e la crescita lo sono altrettanto, anche perchè le condizioni del debito pubblico italiane non sono affatto disastrose, mentre ciò che spaventa gli investitori è principalmente il fatto che l’economia non cresca da almeno 10, 15 anni».</p>
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<p style="text-align: justify;">Il 6 febbraio Giorgio Lunghini, professore di Economia Politica all’Università di Pavia e socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei, ha tenuto con Stefano Lucarelli una conferenza sulle <em>Teorie economiche di fronte alla crisi</em>, terzo incontro nell’ambito delle 10 lezioni sulla crisi alla Casa della Cultura di Milano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«La teoria economica oggi dominante &#8211; la teoria neoclassica</strong> – si presenta come una teoria capace di indagare qualsiasi aspetto dell’attività umana», ha spiegato Lunghini. «Essa sembra essere riuscita in un’impresa che sinora la fisica ha mancato: la proposta di un modello unificato di spiegazione della realtà considerata di propria competenza. Di certo, essa è riuscita a imporre come elementare e indiscutibile buon senso la sua visione del mondo e le conseguenti raccomandazioni politiche». «Tuttavia», nota Lunghini, «un economista non deve conoscere soltanto un metodo e una sola teoria, ma deve partire dalla consapevolezza che la teoria neoclassica è solo uno tra i molti modi di guardare alla realtà economica e sociale». «Leggere i classici», continua l’economista, «non è solamente un esercizio di storia del pensiero economico, ma è l’unico modo per acquisire quegli strumenti di comprensione e di critica che la teoria mainstream non è in grado di fornire. I classici sono molto più vivi di molti degli economisti che oggi scrivono su riviste e quotidiani».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Professor Lunghini, in cosa consiste la teoria economica neoclassica?</strong><br />
Al contrario dell’economia politica a essa precedente, l’economia neoclassica considera l’individuo, e non le classi sociali, quale oggetto della propria analisi, un individuo che è caratterizzato e studiato come un essere perfettamente razionale e con una conoscenza perfetta del futuro, intento a massimizzare la propria funzione di utilità. Questo individuo si muoverà, nello spazio astratto di un mercato in cui la moneta non conta nulla, entro i limiti imposti dalle proprie risorse e dalle strategie degli altri individui, fino a che tale interazione non condurrà all’equilibrio. Anche quando l’analisi neoclassica viene problematizzata, tentando di integrarla con asimmetrie informative, aspettative razionali, o distinguendo tra breve e lungo periodo, l’impostazione di base rimane quella ora descritta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E che cosa c’è che non va in questa impostazione?</strong><br />
Il mondo neoclassico è dominato dall’armonia invece che dal conflitto, dalla razionalità invece che dall’incertezza, dall’equilibrio invece che dalla crisi: chiunque può rendersi che non si tratta affatto di una descrizione realistica della realtà in cui viviamo. È significativo che l’economia neoclassica non abbia una teoria delle crisi, ossia non preveda la crisi come possibile esito endogeno del sistema. Questo, alla luce dei fatti, dovrebbe già essere un motivo sufficiente per abbandonarla; ed è politicamente preoccupante che le ricette proposte per uscire dalla crisi non facciano altro che ispirarsi proprio alla sua filosofia, che è quella del<em> laissez faire</em>. Il mercato del lavoro, ad esempio, è concepito come inefficiente quando sindacati troppo potenti impongono un salario più alto di quello d’equilibrio: per la teoria neoclassica, la soluzione consiste nell’indebolire i sindacati e creare maggiore concorrenza tra i lavoratori, così da eliminare gli attriti artificiali e determinare un saggio salariale più basso, di equilibrio, in corrispondenza del quale non vi sarà disoccupazione involontaria, così che la produzione che ne risulta sarà interamente venduta. È questo l’impianto ideologico che giustifica l’idea di eliminare l’articolo 18, e diminuire le tutele ai lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa direbbero, invece, i classici?</strong><br />
David Ricardo era giunto, al termine di un ragionamento analitico molto rigoroso, a dimostrare una cosa che sembrerà molto semplice, ossia che se i salari sono alti, i profitti saranno bassi, e viceversa. In una società divisa in classi, il prodotto sociale non andrà tutto ai lavoratori, ma viene diviso tra i percettori di rendita, i capitalisti e i lavoratori stessi. In quest’ottica, nella sfera della distribuzione non vi è armonia, come sostiene la teoria neoclassica quando si concentra sulla “produttività marginale”, ma vi è conflitto: tra i rentiers e i capitalisti, e tra i capitalisti e i lavoratori. Piero Sraffa riprese questo punto, mostrando ineccepibilmente, e con un inconfutabile apparato matematico, che l’armonia distributiva postulata dalla teoria neoclassica non è dimostrabile: non esiste nessun livello “naturale” del salario, e non esiste nessuna configurazione “di equilibrio” nella distribuzione del prodotto sociale, poiché esso sarà distribuito, oltre che in base alle condizioni tecniche della produzione, in funzione dei rapporti di forza e delle variabili monetarie e finanziarie. Il risultato di questa critica è però stata la damnatio memoriae caduta su Sraffa e su tutto il suo lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra gli autori classici, lei cita anche Marx.</strong><br />
Marx è l’unico autore che fornisce una teoria della crisi, eppure è proprio lui a mostrare che il capitalismo potrebbe anche riprodursi senza incontrare crisi, ma se e soltanto se la distribuzione del prodotto sociale fosse tale da non generare situazioni in cui i redditi sono troppo bassi per sostenere la domanda, ossia quando la distribuzione della ricchezza viene spostata dai salari ai profitti. Marx parlava in questo senso di “crisi di sovrapproduzione”; il che però non significa che “abbiamo prodotto troppo”, poiché si tratta di una sovrapproduzione relativa: rispetto alla capacità d’acquisto, non rispetto ai bisogni della società, che sono anzi spesso frustrati proprio da questo meccanismo di mercato, che lascia le parti non abbienti della popolazione in stato di privazione. L’altra condizione individuata da Marx era che moneta, banca e finanza avrebbero dovuto essere funzionali soltanto al processo di produzione e riproduzione del sistema, e non dare invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione. Se le merci non si vendono, infatti, è anche perché la ricchezza viene tesaurizzata oppure utilizzata per attività speculative. Keynes condivise con Marx quest’analisi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma Keynes non era convintamente antimarxista?</strong><br />
Da buon liberale inglese nato nell’Ottocento lo era, certo, ma d’altronde lo stesso Marx dice di sé <em>je ne suis pas marxiste</em>. Il punto su cui Keynes si trovò in accordo con Marx è la critica alla teoria standard, che considera neutrale la moneta, cioè vede la moneta come un semplice mezzo per lo scambio di merci, mentre nella realtà capitalistica la moneta viene domandata di per sé stessa. Questo potrebbe essere considerato un comportamento irrazionale: perché mai detenere moneta, così rinunciando all’utilità derivante dall’acquisto di un bene oppure all’interesse fornito dall’acquisto di titoli? Solamente Paperon de’ Paperoni ama il denaro in quanto denaro! In realtà, spiega Keynes, nel mondo reale è perfettamente razionale detenere moneta in forma liquida, poiché viviamo in un mondo incerto, e la domanda di moneta tende a crescere con l’aumentare della nostra percezione di incertezza, così come tenderà in questo caso a crescere il tasso di interesse, ossia il premio che chiediamo per separarcene. Ma il tasso di interesse, unito all’incertezza circa il futuro, sono proprio le due determinanti delle scelte di investimento da parte degli imprenditori, che potranno dunque prendere decisioni non ottimali e far sì che il sistema economico in cui viviamo resti in una condizione cronica di attività subnormale per un periodo considerevole, senza una tendenza marcata né verso la ripresa né verso il collasso completo. Ecco il paradosso della povertà in mezzo all’abbondanza; e ecco la necessità di un intervento dello Stato, se del sistema economico in cui viviamo si vogliono eliminare i difetti principali: la disoccupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del reddito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E come si può intervenire per eliminare questi difetti?</strong><br />
Nell’ultimo capitolo della <em>Teoria generale</em>, Keynes propone tre linee di intervento: una redistribuzione del reddito per via fiscale (imposte sul reddito progressive e elevate imposte di successione), l’eutanasia del rentier, e un certo, non piccolo, intervento dello Stato nell’economia. La ricetta keynesiana è, di per sé, anche se a ciò non era intesa, una ricetta per l’equità e per la crescita. La redistribuzione del reddito (peraltro predicata dall’articolo 53 della Costituzione italiana) comporterebbe un aumento della propensione marginale media al consumo e dunque della domanda effettiva. L’eutanasia del rentier, dunque del “potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale”, renderebbe convenienti anche investimenti a redditività differita e bassa agli occhi del contabile, quali normalmente sono gli investimenti a alta redditività sociale, come la sanità o l’educazione. Per quanto riguarda l’intervento dello Stato, secondo il Keynes de <em>La fine del laissez faire</em>, il suo compito è proprio quello di svolgere efficacemente quelle attività che cadono al di fuori del raggio d’azione degli individui, senza sovrapporsi ad essi. Ricordo che l’Italia, a questo proposito, ha una tradizione illustre, purtroppo tradita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come giudica in questo senso l’azione del governo?</strong><br />
La politica del governo è stata sino ad ora improntata a una politica dei “due tempi”: si tratta di una strategia per definizione fallimentare. Il vincolo di bilancio è un problema reale, certo, ma non è l’unico: l’equità e la crescita sono altrettanto importanti, e si doveva agire simultaneamente nei confronti di questi due aspetti – anche perché le condizioni del debito pubblico italiane non sono affatto disastrose, mentre ciò che spaventa gli investitori è principalmente il fatto che l’economia non cresca da almeno 10, 15 anni. Pierluigi Ciocca, che è stato il primo a parlare, già nel 2003, di un “problema di crescita dell’economia italiana”, ha di recente ha suggerito tre mosse per l’economia italiana, che a integrazione della ricetta keynesiana assicurerebbero a un tempo rigore, equità e crescita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di quali misure stiamo parlando?</strong><br />
Ciocca individua tre voci di spesa su cui intervenire: i trasferimenti alle imprese, che sono spesso forme d’inefficienza se non di illegalità e corruzione, e che alimentano un sistema imprenditoriale affetto da nanismo, con bassi standard tecnologici e scarsa propensione all’innovazione. Questi trasferimenti dovrebbero diminuire almeno di 2 punti percentuali. Gli acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione andrebbero poi centralizzati e ridefiniti, ricontrattando i prezzi fuori mercato, riducendo complessivamente le uscite dal 6 al 9%. Infine, la spesa per il personale potrebbe diminuire circa del 10% con un parziale turnover, tenendo fermi i salari unitari. Assieme ad alcune misure a sostegno della produttività (dagli interventi per le infrastrutture e per la diminuzione della pressione fiscale alla revisione del diritto societario, delle procedure concorsuali, del processo civile, della tutela della concorrenza e del diritto amministrativo) e della domanda (attraverso una<em> spending review</em> dei conti pubblici, per individuare le spese improduttive e tagliarle, aumentando al contempo le spese produttive), queste misure potrebbero portare ad una crescita in 5 anni del 2,5% in termini reali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure il presidente Monti ha promesso una crescita del 10% con le liberalizzazioni e ha dichiarato che, rispetto alla crisi, siamo a metà del guado</strong>.<br />
Sarebbe utile, intanto, spiegare in quanto tempo è prevista questa crescita. In ogni caso, non si risolvono problemi strutturali con 500 notai in più e il doppio dei taxi o delle farmacie. Occorre piuttosto rendersi conto che la crisi non è affatto a metà del guado, e chiunque conosca l’andamento dell’export e della crescita ne è perfettamente consapevole. Senza contare l’occupazione, che va malissimo: è oggi all’8-9% e, facendo i conti veri, cioè conteggiando cassaintegrati, scoraggiati e inattivi, è plausibile che questa cifra possa essere stimata attorno al 12%. A questo va aggiunto che la quota di giovani disoccupati è altissima, quasi al 40%, e che, quando i giovani lavorano, sono lavoratori temporanei, precari, e sono sempre i primi a essere licenziati. Si tratta di una condizione drammatica di crisi economica e politica, che coinvolge un’intera generazione e, con essa, tutto il Paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Professore, ma come siamo finiti in questa situazione?</strong><br />
Negli ultimi anni si è avuto un cospicuo spostamento, nella distribuzione del reddito, dai salari ai profitti e alle rendite; e dunque si è determinata una insufficienza di domanda effettiva e una disoccupazione crescente. D’altra parte, la finanza è diventata un gioco fine a se stesso. In condizioni normali, la finanza è un gioco a somma zero: c’è chi guadagna e chi perde; ma quando essa assume le forme patologiche di una ingegneria finanziaria alla Frankestein, ci perdono tutti: anche e soprattutto quelli che non hanno partecipato al gioco. Questi processi si sono diffusi in tutto il mondo, grazie alla globalizzazione e alla conseguente sincronizzazione delle diverse economie nazionali; e grazie all’assenza di un coordinamento della divisione internazionale del lavoro e di un appropriato ordinamento monetario e finanziario internazionale. Così che i singoli paesi si trovano a dover fronteggiare le conseguenze della crisi ciascuno da solo, ma non autonomamente; bensì, in Europa, secondo le direttive della Banca Centrale Europea e, in generale, del “senato virtuale”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che cosa intende per “senato virtuale”?</strong><br />
Il “senato virtuale”, secondo una definizione che Noam Chomsky mutua da Barry Eichengreen, è costituito da prestatori di fondi e da investitori internazionali che continuamente sottopongono a giudizio, anche per mezzo delle agenzie di rating, le politiche dei governi nazionali; e che se giudicano “irrazionali” tali politiche &#8211; perché contrarie ai loro interessi &#8211; votano contro di esse con fughe di capitali, attacchi speculativi o altre misure a danno di quei paesi e in particolare delle varie forme di stato sociale. I governi democratici hanno dunque un doppio elettorato: i loro cittadini e il senato virtuale, che normalmente prevale. Infatti è questa una crisi tale che, se non se ne esce, avrà conseguenze gravissime non soltanto economiche (una lunga depressione), ma soprattutto politiche. Il Novecento europeo ha insegnato che dalla crisi si esce a destra. Uscite a destra che oggi non sfoceranno in nazifascismo; ma più probabilmente &#8211; poiché la seconda volta le tragedie si presentano come farsa &#8211; in forme di populismo autoritario. Con Tolkien al posto di Heidegger e gli Hobbit al posto delle Walkirie.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>Leggi il resto: <a href="http://www.linkiesta.it/salvare-l-italia-monti-faccia-cose-di-sinistra#ixzz1mpcafyJi">http://www.linkiesta.it/salvare-l-italia-monti-faccia-cose-di-sinistra#ixzz1mpcafyJi</a></p>
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		<title>Internet e la battaglia del Mediterraneo</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 04:33:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Internet e la battaglia del Mediterraneo Di Alfonso Desiderio &#8211; LimesOnline Tra le città europee mediterranee è in corso una dura competizione per chi sarà la porta telematica dell&#8217;Africa e dell&#8217;Asia verso l&#8217;Europa e gli Stati Uniti. La Francia, con Marsiglia, è in netto vantaggio, nonostante l&#8217;Italia abbia una posizione geografica più favorevole. Il mare nostro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<h2><a href="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/internet-cavi-mediterraneo-500.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2778" title="internet cavi mediterraneo 500" src="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/internet-cavi-mediterraneo-500.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a></h2>
<h2></h2>
<h2>Internet e la battaglia del Mediterraneo</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">Di Alfonso Desiderio</span> &#8211; <span style="color: #0000ff;">LimesOnline</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra le città europee mediterranee</strong> è in corso una dura competizione per chi sarà la porta telematica dell&#8217;Africa e dell&#8217;Asia verso l&#8217;Europa e gli Stati Uniti. La Francia, con Marsiglia, è in netto vantaggio, nonostante l&#8217;Italia abbia una posizione geografica più favorevole. <a href="http://temi.repubblica.it/limes/il-mare-nostro-e-degli-altri/4791">Il mare nostro</a> è uno snodo importante per la struttura della rete Internet e anche molto delicato a causa del <a href="http://temi.repubblica.it/limes/internet-e-la-strettoia-del-mediterraneo/5179">collo di bottiglia naturale</a> che rappresenta. Da qui passerà l&#8217;attesa crescita del traffico dati dall&#8217;Africa e dall&#8217;Asia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<strong>Ne abbiamo parlato con Renzo Ravaglia</strong>, Country Manager per l&#8217;Italia e il Mediterraneo di Interoute, una delle principali aziende private internazionali che realizza reti a fibra ottica nel mondo, e amministratore delegato di Interoute Spa la succursale italiana della società.</p>
<p><strong><br />
</strong>LIMES.<strong> Quali sono i rapporti di forza tra i paesi in Europa per quello che riguarda la struttura della rete Internet? </strong><br />
<strong><br />
</strong>RAVAGLIA.<strong> E&#8217; da tener ben presente che</strong> per il traffico Internet l&#8217;Europa in generale è il continente più importante al mondo, anche rispetto agli Stati Uniti, dove si scambiano molti dati solo lungo le due coste ma non all&#8217;interno. Nel vecchio continente ci sono molti utenti e nello stesso tempo voraci consumatori di banda e un tasso di penetrazione tra la popolazione molto elevato. Inoltre l&#8217;Europa è anche punto di transito del traffico dati diretto ad altri continenti.</p>
<p><strong>La struttura della rete internet </strong>ha una serie di snodi importanti imperniati soprattutto in alcune grandi città. Un po&#8217; come avviene per gli hub nel traffico aereo. Le più importanti sono nell&#8217;ordine Londra, Francoforte e Amsterdam. Più staccata Parigi che insieme alle altre tre forma il cosiddetto rettangolo d&#8217;oro del traffico Internet. Poi ci sono una serie di poli secondari, tra cui Madrid, Milano e ora sempre più Praga.</p>
<p><strong>Queste città sono in competizione tra loro.</strong> Londra da sempre ha il primato, perchè luogo strategico anche per le comunicazioni telefoniche e per il collegamento con gli Stati Uniti. Negli ultimi due o tre anni c&#8217;è stato invece un avvicendamento al secondo posto, con Francoforte che ha sorpassato Amsterdam. La città tedesca è infatti diventata la porta principale per l&#8217;Europa orientale per l&#8217;accesso alla Rete. Intercetta inoltre anche una parte del traffico della Turchia.</p>
<p><strong>Dal punto di vista geografico</strong> c&#8217;erano anche altre città che potevano svolgere questa funzione ma Francoforte è stata molto sostenuto dal sistema paese tedesco e pian piano a partire dal 2002-03 è diventata punto di riferimento per l&#8217;Est e il Sud-Est.</p>
<p>LIMES. <strong>Quali sono i fattori che consentono a una città di diventare un polo importante della rete internet?</strong></p>
<p>RAVAGLIA. <strong>Si privilegia una città per vari motivi. </strong>C&#8217;è anche un fattore moda. Si va nelle città dove sono già presenti altri operatori, per una serie di fattori. Un po&#8217; anche  come quando si esce di sera e si sceglie un locale già ben frequentato. Ci sono ovviamente anche dei motivi tecnici. Oltre alla posizione è importante l&#8217;anzianità e la dimensione del processo di liberalizzazione: un mercato caratterizzato da un operatore dominante, regolato al massimo dove tutto deve passare da un ministero è meno appetibile.<br />
<strong><br />
Se nel mio paese arrivano dei cavi</strong> sottomarini e per collegarli alla rete terrestre un operatore dominante chiede tariffe spropositate si sceglie un&#8217;altra strada. Questa è una barriera formidabile. Il costo del traffico internet è crollato e quindi anche i costi di trasporto dei dati devono essere bassi. Ovviamente un mercato può essere liberalizzzato e nello stesso tempo regolamentato, ma è importante che ci siano regole chiare e precise.</p>
<p><strong>Londra è stata la prima nella cosiddetta</strong> deregulation. Inoltre nella capitale inglese convergono molte reti diverse, come quelle telefoniche. Londra è sempre stata la Borsa del traffico voce, una Borsa dove si vendono minuti di conversazione.</p>
<p><strong>Inoltre è decisiva la facilità </strong>e la convenienza economica nella realizzazione di grossi complessi per ospitare le cosiddette Telehouse. Sono delle locazioni neutrali, non di proprietà di un operatore, dove i vari soggetti possono coabitare. E&#8217; come un albergo dove si affittano spazi dove mettere apparati e qui i costi sono fondamentali. Quello più importante è il costo dell&#8217;energia per far andare questi apparati (server, router ecc.). Non solo, poiché i chip producono calore e in questi spazi se ne concentrano parecchi,  è poi indispensabile raffreddare l&#8217;ambiente e fare in modo che il flusso di energia per far andare gli apparati e raffreddarli sia continuo e senza lunghe interruzioni, altrimenti si mette a rischio il funzionamento del sistema. Quindi i paesi dove il costo dell&#8217;energia è più basso sono avvantaggiati. Non è il caso dell&#8217;Italia.</p>
<p><strong>Man mano che il traffico dati aumenta</strong> e la rete si allarga nascono nuovi snodi di rilievo. I pacchetti di dati che viaggiano sulla rete in teoria possono seguire qualsiasi percorso, anche molto lungo e poco razionale tra il punto di partenza e quello di arrivo, ma in pratica se fanno un percorso breve è meglio, per tenere i costi bassi. Non tutti i pacchetti di dati possono passare per un unico snodo anche molto importante come Londra. Si realizzano quindi nuovi Internet Exchange, ma per crearli è necessaria una base di traffico locale importante che li giustifichi.</p>
<p style="text-align: justify;">LIMES. <strong>Perché il Mediterraneo sta diventando così importante?</strong><br />
<strong><br />
</strong>RAVAGLIA.<strong> L&#8217;Africa ha dei tassi di crescita del traffico altissimi</strong>, ma anche costi stratosferici perché si usa molto il satellite, che non è lo strumento migliore per il traffico dati Internet. Allo stesso modo l&#8217;Asia è in forte sviluppo. Sul Mediterraneo convergono i paesi del Maghreb che oltre a generare traffico crescente in proprio sono i punti di arrivo del traffico generato dagli altri paesi africani più a sud. Inoltre tramite Suez arrivano i cavi sottomarini che provengono dall&#8217;Asia. In generale i cavi terrestri sono preferiti perché hanno costi minori e si riparano più velocemente di quelli sottomarini. Dall&#8217;Asia all&#8217;Europa però c&#8217;è un solo cavo terrestre che più o meno ricalca il percorso dell&#8217;antica via della seta e della ferrovia transiberiana. Purtroppo una serie di problemi geopolitici e geografici non consentono il potenziamento della rete terrestre. Quindi sono indispensabili i cavi sottomarini per collegare l&#8217;Asia all&#8217;Europa e questi passano da Suez. Per dare un&#8217;idea di massima c&#8217;è un rapporto di 1 a 50 tra il flusso di dati che viaggia via terra rispetto a quello via mare.<br />
<strong><br />
Ciò produce costi maggiori </strong>sia per la posa e la riparazione dei cavi sottomarini sia per il pagamento dei diritti di passaggio come capita a Suez, dove probabilmente i ricavi dal passaggio dei cavi stanno diventando rilevanti anche rispetto ai ricavi per il passaggio delle navi. Ovviamente ci sono anche dei rischi, come è capitato l&#8217;anno scorso con la rottura di cavi sottomarini importanti ad Alessandria d&#8217;Egitto e nel mar di Sicilia che hanno provocato un rallentamento rilevante del traffico internet da e verso l&#8217;Asia.</p>
<p style="text-align: justify;">(17/07/2009)</p>
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		<title>Damasco val bene un Kalashnikov</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 23:47:00 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Libia]]></category>
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		<description><![CDATA[DAMASCO VAL BENE UN KALASHNIKOV Di Pepe Escobar &#8211; Asia Times Da Nena News: http://nena-news.globalist.it/?p=17118 La Siria potrebbe non essere la nuova Libia nel senso di una risoluzione Onu che autorizzi «bombardamenti umanitari» ma è una nuova Libia nel senso degli stretti legami fra i «ribelli» e l&#8217;hardcore jihadista-salafita. Roma, 16 febbraio 2012, Nena News [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2></h2>
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<h2><a href="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/Abu_Musab_al-Suri-300x240.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2775" title="Abu_Musab_al-Suri-300x240" src="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/Abu_Musab_al-Suri-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a></h2>
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<h2>DAMASCO VAL BENE UN KALASHNIKOV</h2>
<h4 id="post-title"></h4>
<h4><span style="color: #ff0000;">Di Pepe Escobar</span> &#8211; <span style="color: #0000ff;">Asia Times</span></h4>
<p><span style="color: #800080;">Da Nena News: http://nena-news.globalist.it/?p=17118</span></p>
<h4><em>La Siria potrebbe non essere la nuova Libia nel senso di una risoluzione Onu che autorizzi «bombardamenti umanitari» ma è una nuova Libia nel senso degli stretti legami fra i «ribelli» e l&#8217;hardcore jihadista-salafita.</em></h4>
<p style="text-align: justify;">Roma, 16 febbraio 2012, Nena News (nella foto il leader jihadista Abu Musab al Suri)  – Un kalashnikov fino a poco fa si vendeva in Iraq a 100 dollari. Ora sta almeno a 1000 e forse già a 1500. Destinazione del kalashnikov da 1500 dollari nel 2012: Siria e il network di al Qaeda nella Terra dei due fiumi, noto anche come AQI; destinatari jihadisti infiltrati che operano spalla a spalla con l’Esercito siriano libero (Esl). Anche le auto-bomba e i kamikaze fanno la spola fra Siria e Iraq, come nel caso dei recenti attentati nei sobborghi di Damasco e nell’attacco suicida di venerdì scorso ad Aleppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi potrebbe pensare che quel che la casa regnante dei Saud vuole per la Siria – un regime islamista – sia esattamente quel che vuole al Qaeda? Ayman al Zawahiri, il numero uno di al-Qaeda, in un video di 8 minuti intitolato «Avanti, leoni della Siria» ha appena lanciato un appello per sostenere i musulmani in Iraq, Giordania, Libano e Turchia e per abbattere «il pernicioso e canceroso» regime di Bashar al-Assad. La risposta stava arrivando già prima che al Zawahiri comparisse in video, specie dai «freedom fighters» libici che prima erano conosciuti come «gli insorti».</p>
<p style="text-align: justify;">Chi potrebbe pensare che la NatoCcg (il trattato del Nord Atlantico e il Consiglio di cooperazione del Golfo) vuole per la Siria esattamente quello che vuole al-Qaeda?</p>
<p style="text-align: justify;">Così, quando il regime di Assad, con tutta la sua orrenda offensiva militare che prende essenzialmente di mira i civili intrappolati fra due fuochi, sostiene di star combattendo «i terroristi», a rigore non sta distorcendo la verità. Perfino quell’entità ubiqua e proverbiale che è l’anonimo «funzionario Usa», ha attribuito la responsabilità per i più recenti attentati all’AQI. Idem il viceministro degli interni iracheno Adnan al-Assadi: «Abbiamo informazioni dall’intelligence che un bel numero di jihadisti sono andati in Siria».</p>
<p style="text-align: justify;">Così, se la Siria potrebbe non essere la nuova Libia nel senso di una risoluzione Onu che autorizzi i «bombardamenti umanitari» della Nato – dopo il veto di Russia e Cina -, la Siria è una nuova Libia nel senso degli stretti legami fra i «ribelli» e l’hardcore jihadista-salafita.</p>
<p style="text-align: justify;">L’occidente cerca una situazione senza se e senza ma, non importa come prefabbricata, capace magari di offrire al Pentagono il casus belli per intervenire, ad esempio per liberare la Siria da un’al-Qaeda che in quel paese non ha mai avuto un peso.</p>
<p style="text-align: justify;">L’anno scorso, Asia Times online scrisse che la «Libia liberata» – «liberata» dai cosiddetti «ribelli della Nato» – sarebbe sprofondata nell’inferno delle milizie. Ciò è esattamente quello che sta capitando: almeno 250 milizie diverse solo a Misurata, secondo Human Rights Watch, che agiscono come poliziotti, giudici e sterminatori allo stesso tempo. Se uno entra in carcere, è morto, e se è un africano sub-sahariano. ha anche il surplus di un set di tortura completa prima di fare la stessa fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Come in Libia, la strategia dell’asse sunnita Saud-Qatar, ha frustrato qualsiasi possibilità di dialogo fra l’insurrezione (armata) e il regime di Assad. L’obiettivo-chiave è il «regime change». Questa è la rozza propaganda dei media arabi in larga misura controllati o da sauditi o dai qatarioti.</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio. L’elogiato «Osservatorio siriano sui diritti umani», con base a Londra, che rovescia numeri senza fine e senza prove dei «massacri» governativi, riceve i suoi fondi da un ente del Dubai finanziato da opachi donatori occidentali e del Ccg.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto l’«opposizione non stop» manovra completamente la copertura dei media occidentali (Cnn, Bbc…), mentre i media arabi, sotto controllo saudita e qatariota, tacciono sulle connessioni con al-Qaeda.</p>
<p style="text-align: justify;">La Lega delle petro-monarchie, la vecchia Lega araba di prima, dopo aver dinamitato il suo stesso rapporto di monitoraggio sulla Siria in quanto non combaciava con la narrazione prefabbricata di un regime «crudele» che bombardava il suo popolo, sta ora valutando un presunto piano B: una missione peace-keeping Lega araba/Onu che supervisioni «l’esecuzione di un cessate il fuoco».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non prendiamoci in giro: l’agenda resta il «regime change». L’ha ribadito anche il comandante in capo Barack Obama. I suoi tirapiedi del Golfo saranno felici di prestarsi. Bisogna attendersi un’inflazione di kalashnikov che passano i confini, più kamikaze, più civili presi fra due fuochi, e la lenta, tragica frammentazione della Siria. Nena News</p>
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		<title>L&#8217;embargo petrolifero contro l&#8217;Iran visto dall&#8217;Asia</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 23:05:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>puntocritico</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Vicino Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;embargo petrolifero contro l&#8217;Iran visto dall&#8217;Asia Di Paolo Fraia &#8211; LimesOnline http://temi.repubblica.it/limes/lembargo-petrolifero-contro-liran-visto-dallasia/32270 Cina e India non sono disposte ad appoggiare la politica americana sul nucleare iraniano a spese della sicurezza energetica. Pechino corteggia i paesi del Golfo, New Delhi stringe rapporti più profondi con Israele. Visto dall’Asia l’embargo petrolifero nei confronti dell’Iran comporta delle scelte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/500_3_ForziereEnergetico_Pasdaran.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2770" title="500_3_ForziereEnergetico_Pasdaran" src="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/500_3_ForziereEnergetico_Pasdaran.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<h2></h2>
<h2>L&#8217;embargo petrolifero contro l&#8217;Iran visto dall&#8217;Asia</h2>
<p><span style="color: #ff0000;">Di Paolo Fraia</span> &#8211; <span style="color: #0000ff;">LimesOnline</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800080;">http://temi.repubblica.it/limes/lembargo-petrolifero-contro-liran-visto-dallasia/32270</span></p>
<p style="text-align: justify;">Cina e India non sono disposte ad appoggiare la politica americana sul nucleare iraniano a spese della sicurezza energetica. Pechino corteggia i paesi del Golfo, New Delhi stringe rapporti più profondi con Israele.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Visto dall’Asia l’embargo petrolifero nei confronti dell’Iran</strong> comporta delle scelte politiche e delle fonti alternative di approvvigionamento che passano sia dalla Russia sia dal Medioriente. Ma potrebbe anche essere ignorato, evitando così di entrare apertamente in conflitto con il regime sciita. Potrebbero essere l’Europa e il Giappone a soffrire di più della strategia americana nei confronti di Teheran, con il possibile aumento del prezzo del greggio &#8211; eventualità che non lascia immune gli stessi Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Fare a meno del petrolio iraniano</strong>, comunque, non è cosa da poco. Non è chiaro infatti se sia lecito aggirare il blocco degli scambi commerciali usando l’oro come moneta di scambio presso la Banca centrale iraniana, mandando così in pensione i petrodollari. Indiscrezioni di stampa suggeriscono che sia questo l’orientamento di Cina e India. La maggior parte delle esportazioni iraniane di petrolio (ma anche di altre merci) va in Asia; la Cina è il primo partner commerciale del paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pechino apre la lista </strong>assorbendo il 22% delle esportazioni di greggio di Teheran, acquistando 550 mila barili al giorno, il 6% del proprio consumo totale. Tokyo, che per la prima volta in 30 anni ha un deficit commerciale che si aggira sui 24 miliardi, acquista 327 mila barili al giorno, che rappresentano il 7% della sua domanda interna e il 15% delle esportazioni iraniane. Il 12% va all’India che acquista 310 mila barili al giorno, coprendo il 9% del suo fabbisogno. Seguono la Corea del Sud con 228 mila barili e la Turchia, con 196 mila barili, che però rappresentano il 30% del suo consumo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Solo il 20% arriva in Europa</strong>, ma è assorbito dalle economie della zona euro maggiormente in difficoltà come Italia, Grecia e Spagna. Per questo Teheran ha recentemente minacciato di bloccare le esportazioni verso l’Europa prima che il blocco entri in vigore il prossimo 21 luglio. Una dilazione che era stata decisa proprio per far i conti con la difficile situazione economica del Vecchio Continente.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il punto di vista dell’Asia</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La questione della “sicurezza” </strong>dipende da chi parla. Oggi questa parola è spesso legata alla “sicurezza energetica”, tradotta quasi unanimemente in affidabilità degli approvvigionamenti e stabilità dei prezzi. Così, anche la diplomazia è disposta a prendere nuove strade pur di risolvere l’equazione a proprio vantaggio. Mentre gli americani in politica estera hanno scelto di privilegiare l’Asia e il Pacifico nella loro agenda, Cina e India stanno sempre più spostando la loro attenzione sul Medio Oriente e si sono subito messe in contatto rispettivamente con i paesi del Golfo e con Israele.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nelle scorse settimane il premier</strong> Wen Jiabao ha compiuto una visita ufficiale in Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi sia per aumentare l&#8217;influenza della Cina nella regione sia per vagliare la possibilità di rifornimenti di gas e petrolio, potendo contare anche su un indubbio vantaggio tecnico: le raffinerie asiatiche sono meglio attrezzate di quelle occidentali nella raffinazione di un petrolio di qualità inferiore, perché ricco di zolfo, come quello saudita. Proprio l’Arabia Saudita, il principale paese produttore di oro nero, ha sopperito al blocco della produzione libica durante il conflitto e continuerà a produrre di più durante l’embargo iraniano, causando un certo malumore negli altri membri dell’Opec.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La difficile raffinazione del petrolio saudita</strong> era una delle preoccupazioni emerse da un recente <a href="http://www.fas.org/sgp/crs/mideast/R41683.pdf">rapporto</a> di due esperti americani di politica energetica che analizzava la situazione alla luce delle cosiddette primavere arabe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Cina sta continuando a investire in Asia centrale</strong> in regioni ricche di idrocarburi come il Turkmenistan e il Kazakistan, ed esiste anche un accordo con la Russia firmato nel lontano 2002 per la costruzione di un oleodotto che possa collegare i due paesi. Ciò non impedisce ai cinesi, che non sempre hanno avuto relazioni facili con il Cremlino, di considerare il Medio Oriente come una regione strategica, dati gli attuali livelli di produzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli analisti prevedono</strong> <strong>che la domanda energetica</strong> verso i paesi del Golfo da parte di Europa e Stati Uniti potrebbe anche diminuire &#8211; complice la crisi economica e le difficoltà dell&#8217;eurozona &#8211; ma che questo non valgà nè per la Cina, nè per l’India. Anche il consigliere per la sicurezza nazionale indiano, Shiv Shankar Menon, ha compiuto un tour analogo nella regione passando da Arabia Saudita, Qatar e Kuwait.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per la Cina i paesi del Golfo</strong> rappresentano un ottimo mercato per le esportazioni di prodotti manifatturieri; per l’India un polo di possibili investitori da attrarre in patria ma anche un territorio che ospita 6 milioni di indiani che ogni anno mandano nella madrepatria rimesse per un valore di 20-30 miliardi di dollari, che rappresentano quasi la metà del totale annuo inviato da tutti i lavoratori indiani all’estero (circa 60 miliardi di dollari).</p>
<p style="text-align: justify;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>L’embargo verrà rispettato?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fin qui la Cina e l’India hanno appoggiato</strong> la politica americana nei confronti del programma nucleare iraniano sotto l’ombrello del Trattato di non proliferazione. Ma il segnale che stanno mandando è che non sono disposte a farlo a spese della sicurezza energetica che, in questo momento, coincide fortemente con il sostegno alla loro crescita economica, soprattutto nei confronti della domanda interna. Questione che per la Cina è fortemente legata al mantenimento dell’ordine sociale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per questo l’India sta rafforzando</strong> i legami con Israele, riconoscendone il ruolo determinante per la stabilità della regione. Il mese scorso il ministro degli Esteri indiano è stato accolto a Tel Aviv con quelli che le cronache definiscono gli onori accordati solo ai più stretti alleati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il rinnovato embargo petrolifero all’Iran</strong>,<strong> </strong>visto da occidente, sembra rievocare alcuni schemi legati ai meccanismi della guerra fredda: già Reagan nel 1982, mentre si occupava di Gheddafi e delle sanzioni alla Libia, faceva contemporaneamente i conti con le possibili alternative al gas russo e con le conseguenze che questo avrebbe comportato per i paesi “allineati”. Oggi i paesi non si allineano più come una volta e la sicurezza energetica potrebbe superare per altre strade le vecchie logiche della deterrenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questo momento</strong>, sul piano economico, Cina e India hanno più margine di manovra di quanto non abbiano Europa e Giappone, e forse gli stessi Stati Uniti.</p>
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		<title>L&#8217;apocalisse della democrazia, dal debito sovrano allo stato d&#8217;emergenza.</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 15:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>puntocritico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[crisi capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[crisi del debito]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[crisi politica europea]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Moro]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;apocalisse della democrazia, dal debito sovrano allo stato d&#8217;emergenza Di Domenico Moro - responsabile Progetto per la formazione di Marx 21. http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html L&#8217;articolo, che pubblichiamo con l&#8217;autorizzazione dell&#8217;autore, appare nel numero di “Marx XXI” rivista in corso di distribuzione La nomina del governo Monti e, più in generale, il modo in cui l’Europa sta affrontando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/Unknown-11.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-2760" title="Unknown-11" src="http://www.puntocritico.net/wp-content/uploads/2012/02/Unknown-11.jpeg" alt="" width="275" height="183" /></a></p>
<h2>L&#8217;apocalisse della democrazia, dal debito sovrano allo stato d&#8217;emergenza</h2>
<p><span style="color: #ff0000;">Di Domenico Moro </span>- <span style="color: #0000ff;">responsabile Progetto per la formazione di Marx 21.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><br />
</span></p>
<p><span style="color: #666699;">http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html</span></p>
<p><span style="color: #666699;"><br />
</span></p>
<p><strong>L&#8217;articolo, che pubblichiamo con l&#8217;autorizzazione dell&#8217;autore, appare nel numero di “Marx XXI” rivista in corso di distribuzione</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La nomina del governo Monti e, più in generale, il modo in cui l’Europa sta affrontando la crisi del debito rappresenta un passo avanti nella conclusione del tipo di governo affermatosi a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Più correttamente, si potrebbe dire che la crisi del debito solleva il velo sulla natura reale della democrazia borghese, attiva le potenzialità negative insite nel nostro sistema istituzionale, e conduce agli estremi quelle tendenze autoritarie che sono presenti da molto tempo in Italia, nel resto d’Europa e nel cosiddetto Occidente.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<ol style="text-align: justify;">
<li><strong>Capitalismo finanziario, di stato e multinazionale</strong></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Lo stato non è mai neutrale, è sempre lo stato della classe economicamente dominante. Questo principio è solo un punto di partenza, non potendo prescindere dall’individuazione del modo in cui lo Stato esercita la sua funzione né dalla forma che assume in un certo periodo e in un certo luogo. Forma e modo di funzionamento sono strettamente collegati al tipo di rapporti &#8211; di scambio e di forza (a tutti i livelli) tra le classi. Non potremmo, però, capire molto né di questi né dell’evoluzione dello Stato se non capissimo l’evoluzione del modo di produzione capitalistico. Sebbene ci sia abbondanza di analisi ed interpretazioni della crisi in atto e soprattutto sulla crisi dell’euro, più rare sono le riflessioni sul collegamento tra questa crisi e le modificazioni di lungo periodo attraversate dal capitale. Di conseguenza, spesso le misure proposte – dall’acquisto diretto da parte della Bce di titoli statali europei, alla modifica del ruolo di quest’ultima in prestatore diretto di ultima istanza (sul modello Usa), alla definizione di bilanci e fiscalità veramente comuni fino al ripudio del debito – al di là della validità o meno di questa o quella per tamponare la crisi e stante la giustezza di far pagare il debito ai ricchi e al grande capitale, rimangono legate ad una prospettiva, seppure necessaria, però ancora limitata, difensivista. Soprattutto, sia rispetto all’imperialismo che allo Stato, a me sembra che, in linea di massima, continuiamo a ragionare e a comportarci sul piano politico come se fossimo sostanzialmente in fasi storiche precedenti a quella attuale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il modo di produzione capitalistico è arrivato, già tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, alla sua fase suprema, quella imperialista. Con suprema si è voluto intendere “ultima”, in realtà il significato più corretto è quello di fase o livello superiore, di maggiore sviluppo in senso capitalistico. Proprio per questo, sviluppo superiore non vuol dire che questo sviluppo non si evolva continuamente, come in effetti è accaduto. Giovanni Arrighi affrontò tale questione in The Geometry of Imperialim<sup><a name="sdfootnote1anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote1sym"></a><sup>1</sup></sup>, proprio partendo dal testo di Hobson sull’imperialismo, base anche per l’elaborazione leninista. Secondo Hobson, che scrive prima della Grande guerra, la forza dirigente dell’imperialismo era l’alta finanza, composta di gruppi capitalistici che investivano la liquidità in eccesso nelle colonie e nel debito statale. Caratteristica del capitalismo finanziario era la mobilità estrema dei capitali, determinata dalla forte mondializzazione raggiunta alla fine del XIX secolo, il periodo della belle époque. Con la Prima guerra mondiale la mondializzazione si interruppe e, al posto dell’alta finanza, presero il sopravvento le grandi imprese, favorite dalle enormi spese belliche. Nel trentennio tra la Prima e la Seconda guerra mondiale si sostituisce al capitalismo finanziario il capitalismo di Stato, che trova la sua forma più sviluppata in Germania ed in Italia. Il capitalismo monopolistico di Stato espresse un processo di integrazione tra capitale pubblico e privato, in cui è quest’ultimo il vero dominatore dell’economia nazionale<sup><a name="sdfootnote2anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote2sym"></a><sup>2</sup></sup>. Sia il capitalismo finanziario – l’alta finanza – che il capitalismo di Stato – basato sulle grandi imprese – si poggiavano sullo Stato-nazione, ma mentre il primo era per sua natura transnazionale il secondo era fondamentalmente nazionale. Anche in Usa, con il New Deal di Roosvelt, sembrò affermarsi il capitalismo di Stato. Lo stesso keynesimo, in effetti, assumeva alcune caratteristiche dell’imperialismo nazionalistico. Ma gli Usa presentavano già una differenza importante rispetto all’Europa. Le imprese Usa, operando nella vastità continentale del loro mercato domestico, acquisirono dimensioni e attitudine che le portarono a diventare imprese sovrannazionali, e ad orientarsi verso investimenti produttivi multinazionali. Al contrario, le imprese tedesche rimasero sostanzialmente nazionali, e l’imperialismo tedesco “funzionava interamente sul piano definito dall’espansione dello stato nazione.”<sup><a name="sdfootnote3anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote3sym"></a><sup>3</sup></sup> Negli anni ’20 si ebbe una espansione degli investimenti Usa all’estero che però, a seguito della crisi degli anni ’30, dell’abolizione del golden standard e del protezionismo si interruppe. Con la fine della Seconda guerra mondiale, grazie anche all’affermazione dell’egemonia statale Usa, la spinta verso la transnazionalizzazione delle imprese americane riprese vigore, soprattutto in direzione dell’Europa. Gli investimenti diretti Usa all’estero passarono dai 7,2 miliardi di dollari del 1946 agli 86 miliardi del 1971. Il modello Usa cominciò ad imporsi così anche in Europa, grazie alla restaurazione della convertibilità, al progressivo superamento del capitalismo di stato e all’affermazione di mercati di dimensioni sufficienti ad affermare la produzione di massa e le tecniche di distribuzione già sperimentate dalle aziende giganti negli Usa.</p>
<p style="text-align: justify;">
<ol style="text-align: justify;">
<li><strong>Impatto sullo Stato e sul lavoro salariato della transnazionalità</strong></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Il passaggio da capitalismo finanziario e capitalismo di stato a capitalismo multinazionale ebbe un profondo impatto sullo Stato. Secondo Baran e Sweezy: “Queste imprese giganti non sono più preoccupate di promuovere l’interesse nazionale dei paesi avanzati, inclusi quelli nei quali i loro quartier generali sono situati.”<sup><a name="sdfootnote4anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote4sym"></a><sup>4</sup></sup> Secondo Arrighi, si realizza persino un &lt;&lt;conflitto di interesse&gt;&gt; tra le grandi compagnie multinazionali e gli stati-nazione. Dalla fine degli anni ’50 l’emigrazione delle corporazioni giganti aveva gettato in crisi la supremazia finanziaria degli Usa sull’Europa. Nel 1968 il presidente Usa Lindon Jhonson proibì i movimenti di capitali verso l’Europa continentale e i Paesi industrializzati. Questo, però, non bastò a comprimere l’autonomia delle transnazionali Usa e i profitti non rimpatriati causarono le pressioni speculative sul dollaro che avrebbero fatto esplodere il sistema monetario stabilito a Bretton Woods. Proprio a partire dal ’68 il capitale ha riaffermato il mercato come necessaria mediazione delle relazioni inter-statuali, realizzando una svolta di 180° rispetto agli anni ’30, quando ogni forma di circolazione internazionale di denaro, capitale, e merci richiedeva la mediazione delle relazioni inter-statuali, di norma bilaterali, cioè tra singoli Stati. Inoltre, sempre Arrighi sostiene che “il capitalismo finanziario e il capitalismo multinazionale sono concetti non solo distinti ma opposti”, distinguendosi, poi, soprattutto per il diverso rapporto con la divisione internazionale del lavoro. Il primo (l’alta finanza) doveva la sua esistenza alla divisione del mondo in entità separate, ognuna con la sua divisione del lavoro e influenzava la divisione del lavoro in modo indiretto attraverso il mercato e con la mediazione di relazioni inter-statuali. Il secondo influenza direttamente la divisione del lavoro, filtrando attraverso le frontiere territoriali e la divisione in stati e nazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questi movimenti hanno due importanti conseguenze. In primo luogo, comportano un processo contraddittorio in cui, da una parte, si manifesta la crisi dello Stato-nazione sia nella tendenza ad aggregazioni multinazionali o multistato (sul modello russo o Usa) sia nella tendenza alla decomposizione degli stati nazionali in entità regionali più o meno omogenee. Dall’altra, però, alcuni stati-nazione hanno tratto beneficio della nuova situazione, sfruttando la mediazione del mercato e adattandola alle loro necessità e rafforzandosi a spese degli altri: non solo gli Usa, ma anche la Germania e un gruppo di stati-nazione che ora cercano di soppiantare i vecchi colonizzatori occidentali (Cina, India, Sud Africa, Brasile). In secondo luogo, l’applicazione del modello Usa all’Europa porta ad una trasformazione nei rapporti di forza tra capitale e forza lavoro e alla modificazione nella composizione della classe lavoratrice. Infatti, a partire dal ’68, quello che Arrighi definisce il &lt;&lt;potere sociale&gt;&gt; della classe lavoratrice dei Paesi del centro capitalistico diventa incompatibile con lo sviluppo capitalistico. Attraverso la transnazionalità il capitale di ogni nazione tenta di aggirare, contenere e indebolire il &lt;&lt;potere sociale&gt;&gt; del lavoro del centro. La transnazionalità diventa così caratteristica comune dei Paesi occidentali a partire dalla fine degli anni ’80, portando alla concorrenza con gli Usa e a un sovraffollamento sul mercato mondiale delle grandi imprese. Speculazione finanziaria e riduzione dei costi sono il riflesso di questa situazione. Soprattutto la riduzione dei costi, che si attua con l’immissione massiccia di forza lavoro femminile e immigrata e con le delocalizzazioni. Entrambi questi fenomeni portano, secondo Arrighi, ad una modificazione interna alla classe lavoratrice. In sostanza, si ricrea un esercito industriale di riserva<sup><a name="sdfootnote5anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote5sym"></a><sup>5</sup></sup> di ampie proporzioni e la riproposizione della miseria di massa nei Paesi del centro. Il che fa dire ad Arrighi che “le previsioni del Manifesto [del partito comunista] possono essere sul movimento operaio mondiale più rilevanti nei prossimi 50-60 anni di quanto lo siano state negli ultimi 90-100 anni.”<sup><a name="sdfootnote6anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote6sym"></a><sup>6</sup></sup></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Quanto sta accadendo oggi all’Europa è la conseguenza di questa linea di sviluppo durata decenni e che si è manifestata anticipatamente negli Usa. In un mio precedente articolo<sup><a name="sdfootnote7anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote7sym"></a><sup>7</sup></sup> facevo notare come l’esportazione di capitali avvenisse in modo diverso all’inizio del XX secolo rispetto agli ultimi venti anni, cioè allora verso investimenti infrastrutturali nelle colonie dei singoli stati, ed ora verso gli investimenti produttivi nella manifattura in tutto il mondo. Lo spostamento crescente della produzione e la deindustrializzazione relativa dei Paesi centrali riduce la crescita del Pil, produce uno squilibrio crescente nella bilancia commerciale e delle partite correnti, e aumenta le uscite dello stato, riducendone le entrate. Senza contare che il debito sovrano diventa strumento per attirare capitali stranieri in una situazione in cui l’afflusso di capitali produttivi dall’estero non compensa il deflusso di capitali verso l’estero, determinando un deficit anche di parte finanziaria nelle partite con l’estero. In sintesi, lo spostamento della produzione verso la periferia crea nel centro debiti e deficit pubblici sempre maggiori – in assoluto e in percentuale sul Pil &#8211; e rende più difficile rifinanziarli. Il ruolo dello Stato-nazione, quindi, sembrerebbe indebolirsi a causa della transnazionalizzazione del capitale. Fra l’altro, il capitale tende alla costruzione di livelli sovrannazionali europei, cui sono trasferite alcune funzioni e prerogative dello Stato-nazione. Allo stesso tempo, però, il capitale impone allo Stato-nazione di rientrare in gioco per assumersi il peso degli oneri causati dalla crisi del capitale stesso, accentuando le funzioni di sostegno all’accumulazione. Senza contare il rafforzamento dello Stato-nazione sul piano del controllo sociale e dell’esercizio della forza all’interno e all’esterno, sotto forma di guerre ricorrenti. La risultante è un movimento contraddittorio caratterizzato da spinte in direzioni diverse, tutte, però, determinate e funzionali al capitale. Il carattere dominante di questo movimento è, comunque, univoco: il rafforzamento del ruolo di classe dello Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ci sarà un collasso della Ue e dell’area euro? La transnazionalizzazione rende necessari sia la Ue che l’euro al capitale multinazionale europeo. Il modo in cui è stata realizzata l’unione valutaria – senza una vera unità di bilancio e statuale &#8211; crea contraddizioni molto forti, che mettono oggettivamente a dura prova Ue ed euro, soprattutto l’euro, come abbiamo osservato in più occasioni. Al tempo stesso entrambe le costruzioni sono la conseguenza del processo che abbiamo descritto. È vero che la Germania è proiettata a livello mondiale, in Cina e nelle Americhe, grazie ad aziende sempre più transnazionali e grazie alla maggiore produttività e alla migliore organizzazione commerciale. Ma è altrettanto vero che la sua capacità di reggere, nella fase storica che si è ormai aperta, la concorrenza di colossi continentali – Usa, Cina, Brasile, India &#8211; riposa soprattutto sull’ampiezza del suo retroterra domestico, che non è da identificare con il mercato e la base produttiva tedeschi, ma con quelli dell’Europa occidentale. Non a caso una parte consistente del capitale tedesco, in particolare il settore automobilistico, è preoccupata per l’eventuale fine dell’euro e non vede di buon occhio un euro nordico<sup><a name="sdfootnote8anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote8sym"></a><sup>8</sup></sup>. La base di una potenza mondiale deve essere sufficientemente ampia – come dimostrano i fallimenti della Germania nell’assalto al potere mondiale nella prima metà del XX secolo<sup><a name="sdfootnote9anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote9sym"></a><sup>9</sup></sup> &#8211; e solo l’Europa occidentale continentale si presta a questo scopo. Semmai, questa base va coordinata e subordinata alle esigenze tedesche. Però, l’egemonia tedesca nei confronti delle altre frazioni della borghesia e del capitale europei potrebbe funzionare solo in senso &lt;&lt;gramsciano&gt;&gt;, cioè come capacità della Germania di prospettare agli altri imperialismi un assetto adeguato allo scontro mondiale in atto. Per queste frazioni la Germania sarebbe il nocciolo duro cui agganciarsi in una fase di mondializzazione, in cui il potere economico e politico di stati imperialisti quali Francia, Italia, Spagna, Belgio è drasticamente ridimensionato. La fine dell’euro e del mercato europeo metterebbe questi Stati e le frazioni del capitale che vi hanno base in una situazione ancora più difficile. Sebbene sia sempre possibile un crollo della moneta unica per le sue contraddizioni interne, è improbabile un abbandono spontaneo dell’euro. Il punto, per il capitale europeo, non è se stare o meno nell’alleanza con la Germania o nel sistema euro, il punto è come starci, cioè quale posizione gerarchica occupare e quale grado di potere e autonomia riuscire a spuntare nella negoziazione con la potenza tedesca. Dunque, siamo di fronte a una lotta che si svolge a vari livelli, in cui l’alleato in un livello diventa concorrente e finanche avversario in un livello diverso. Il primo livello oppone l’Occidente (Usa e Ue), cioè il centro del sistema economico mondiale, alla periferia degli emergenti, il secondo oppone l’Area euro agli Usa, e l’ultimo vede l’accendersi della conflittualità all’interno dell’Area euro stessa. In realtà, il quadro è ancora più complesso perché, ad esempio in Europa, il fronte filo-americano non è così nettamente differenziato da quello filo-euro. In aggiunta, si giocano altri conflitti all’interno dei singoli stati-nazione. Conflitti fra classi, e fra settori delle stesse classi. Quindi, nei singoli stati si determina un processo contraddittorio che è a un tempo di crescente lotta interna e di tendenza al compattamento in faccia al &lt;&lt;nemico&gt;&gt; esterno. Oggi, in particolare, è quest’ultima a predominare, nella forma di tendenza al governo di emergenza nazionale, all’&lt;&lt;unione sacra&gt;&gt;. Come in tempo di guerra, assimilato, come vedremo, al tempo di crisi economica. Del resto, crisi strutturale e guerra fredda e calda, interna ed esterna, sono da sempre strettamente intrecciati nella storia europea.</p>
<p style="text-align: justify;">
<ol style="text-align: justify;">
<li><strong>Dalla “lotta di classe democratica” allo stato d’eccezione</strong></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">L’elemento più importante è il fatto che muta il terreno in cui si svolge la lotta di classe. Muta a livello economico, politico e istituzionale. Nell’analisi di Marx l’accumulazione capitalistica, mediante la sostituzione di forza lavoro con macchine e tecnologia, crea una sovrappopolazione relativa di lavoratori, che produce un esercito industriale di riserva<sup><a name="sdfootnote10anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote10sym"></a><sup>10</sup></sup>. Tale esercito di riserva serve a mantenere bassi i salari, costringere al lavoro straordinario e, di conseguenza, a mantenere alti i profitti. In effetti, la creazione di una sovrappopolazione relativa è considerata da Marx uno dei fattori più importanti di contrasto della caduta del saggio di profitto, che, proprio grazie a questi, ha carattere tendenziale. La legge generale dell’accumulazione, che Marx deriva dalla sovrappopolazione relativa, dice che accanto all’accumulazione di ricchezza si ha una parallela e proporzionale accumulazione di povertà. L’ideale per il capitale è disporre di working poor, poveri che lavorano, disponibili ad accettare i salari stabiliti dal capitale. In realtà, lo stesso Marx dice che la lotta operaia conferisce a questa legge un carattere tendenziale. Infatti, l’aumento della produttività può tradursi, in caso di una forte opposizione operaia, invece che in esercito industriale di riserva, in riduzione dell’orario di lavoro e/o in aumento dei salari reali, anche in caso di diminuzione del salario relativo, cioè di aumento del divario tra salari e profitti. Altri fattori che hanno ridotto l’efficacia della legge generale sono stati la suddivisione tra centro e periferia del sistema imperialista e il colonialismo, che hanno svolto il ruolo di alimentare quella che Lenin chiamava &lt;&lt;aristocrazia operaia&gt;&gt;. La vittoria del socialismo in Urss ha svolto un ruolo aggiuntivo, rafforzando la tendenza al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori del centro capitalistico, specie in Europa, in modo da togliere spinta ad eventuali emulazioni rivoluzionarie. Nella fase post Seconda guerra mondiale lo sviluppo del welfare state ha così attutito fortemente la capacità delle continue ristrutturazioni, seguite alle crisi, di comprimere il salario. L’aggravarsi della tendenza alla caduta del saggio di profitto ha, però, spinto il capitale a riattivare la legge generale dell’accumulazione. Cosa che, però, non sarebbe stata possibile senza due fattori intervenuti nel frattempo e collegati tra di loro: la creazione del mercato mondiale e il crollo dell’Urss. Il processo non si è ancora completato, perché non è facile nel giro di due decenni modificare quello che si è sedimentato in oltre 80 anni di lotte. Le crisi del debito sovrano e dell’euro sono viste dal capitale come l’occasione giusta per dare un’altra spallata al welfare e alla residua regolamentazione del mercato del lavoro. Significativa è la motivazione di rompere la distinzione tra &lt;&lt;privilegiati&gt;&gt;, con contratti a tempo indeterminato, e precari. Infatti, “Nella visione di Marx esercito attivo e di riserva sono costituiti dalle stesse persone, che si assumeva passassero continuativamente dall’uno all’altro.”<sup><a name="sdfootnote11anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote11sym"></a><sup>11</sup></sup> Per l’accumulazione di capitale è essenziale ristabilire pienamente questo meccanismo, non solo per contrastare la caduta del saggio di profitto, ma anche perché l’andamento del mercato è ciclico e il capitale vuole poter essere libero di assumere e dismettere forza lavoro a seconda delle necessità produttive. Facendo un ragionamento di più lungo periodo possiamo dire che nel periodo tra 1896<sup><a name="sdfootnote12anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote12sym"></a><sup>12</sup></sup> e 1948 la condizione dei lavoratori in Europa Occidentale vide un ampliamento dei salari reali e del potere sociale dei lavoratori. Nei decenni successivi al 1948 il proletariato industriale statunitense ed europeo occidentale conobbe un benessere economico senza pari. Secondo Arrighi questa fu la base sociale dell’affermazione in Europa occidentale della posizione del revisionista Bernstein, cioè socialdemocratica, di legarsi ai settori più forti della classe lavoratrice. Tale posizione si concretizzava nella prodigiosa espansione del potere dei rappresentanti del proletariato industriale nel contesto, però, della quasi scomparsa di una vocazione autonoma del proletariato stesso, cioè di una aspirazione alla conquista del potere statale. Viceversa la posizione comunista di Lenin si affermò maggiormente e con più successo nella periferia, dove l’accumulazione capitalistica continuava a produrre povertà. Come abbiamo detto, questo contesto si è andato e sta andando modificandosi velocemente, riaffermando la povertà non solo relativa ma anche assoluta e di massa, sebbene in modo molto differenziato, nei vari centri del capitalismo mondiale. Quello che appare chiaro è che i partiti ed i sindacati di sinistra sono in crisi dovunque in Occidente<sup><a name="sdfootnote13anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote13sym"></a><sup>13</sup></sup>, perché non riescono ad arrestare la crescita della miseria e troppo spesso operano come se si stesse ancora nella fase storica precedente. Del resto, non è facile, pur essendo necessario, liberarsi di ideologie, tattiche e approcci politici e istituzionali maturati nel corso di un secolo ed ormai inadeguati.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Quella in atto è una aggressione frontale alla classe lavoratrice, mediante un attacco al salario diretto, indiretto, e differito. In questo quadro deve mutare anche la cornice istituzionale e politica, la forma statuale, se non formalmente almeno sostanzialmente. Dalla fine dell’800, e, in modo più esteso, nell’Europa occidentale post Seconda guerra mondiale, si era affermata nel capitalismo maturo quella che è stata chiamata la &lt;&lt;lotta di classe democratica&gt;&gt;: “Il conflitto tra borghesia e lavoratori si civilizza: perde le forme drammatiche e violente della rivoluzione e della reazione controrivoluzionaria, per assumere le forme pacifiche e regolate dalla legge del confronto elettorale e parlamentare tra partiti politici che esprimono gli interessi delle classi in conflitto.”<sup><a name="sdfootnote14anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote14sym"></a><sup>14</sup></sup> Si tratta di un quadro abbastanza idillico che solo a fatica può essere adattato alla realtà storica, visto che i fenomeni di sospensione della lotta di classe democratica e il passaggio ad altre forme più violente è avvenuto, ad esempio, negli anni ’20 e ’30. Ma non vanno sottaciuti neanche episodi come la &lt;&lt;strategia della tensione&gt;&gt; nel secondo dopoguerra in Italia, e il golpe gaullista del ’61<sup><a name="sdfootnote15anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote15sym"></a><sup>15</sup></sup>, per limitarci all’Europa occidentale. In pratica, ogni qualvolta la classe lavoratrice dava l’impressione di poter o voler contare qualcosa, la democrazia veniva sospesa con grande disinvoltura, e non da forze estranee al sistema istituzionale, bensì proprio dal capo dello stato stesso. Fu il re d’Italia a permettere a Mussolini di prendere il potere e fu sempre lui ad estrometterlo. L’ascesa di Hitler in Germania non sarebbe stata possibile se la Germania non si fosse trovata da quasi tre anni in regime di &lt;&lt;dittatura del presidente&gt;&gt; della Repubblica, von Hindenburg. Né in Italia né in Germania, in seguito alla vittoria fascista, le rispettive Costituzioni vennero abolite, se non solamente dopo un certo periodo di tempo, continuando a rimanere formalmente in vigore, in una situazione che le contraddiceva radicalmente. Qual era la giustificazione dello stato di eccezione e della sospensione della Costituzione? L’esistenza di una situazione di emergenza, di pericolo nazionale. In questa situazione deve intervenire un commissario, in base a quella che Carl Schmidt, già presidente dei giuristi nazisti, chiama dittatura commissaria, distinguendola dalla dittatura sovrana (dittatura del proletariato)<sup><a name="sdfootnote16anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote16sym"></a><sup>16</sup></sup>. La differenza starebbe nel fatto che la prima difenderebbe la costituzione e la seconda la abolirebbe per affermarne un’altra. Secondo Giorgio Agamben, che alla questione dello stato d’eccezione ha dedicato un agile ed utile libro<sup><a name="sdfootnote17anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote17sym"></a><sup>17</sup></sup>, la dittatura commissaria non può, però, essere paragonata all’istituto della dittatura esistente a Roma, che era una magistratura, prevista dalle leggi repubblicane. La dittatura commissaria è, invece, non è prevista dalle leggi. In effetti, anche se De Gaulle nel 1961 fece ricorso all’articolo 16 della Costituzione, che stabiliva che il Presidente potesse prendere misure d’emergenza necessarie, e i governi di Weimar fecero riferimento all’articolo 48, proclamando lo stato d’eccezione ed emanando decreti d’urgenza in 250 occasioni, “la dichiarazione dello stato d’eccezione viene sostituita da una generalizzazione senza precedenti del paradigma della sicurezza come tecnica normale di governo.”<sup><a name="sdfootnote18anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote18sym"></a><sup>18</sup></sup> In questa tendenza l’esecutivo – governo e presidente della Repubblica &#8211; assumono un potere ed una preminenza sempre maggiore nei confronti dei parlamenti, il cui ruolo declina in tutti i Paesi avanzati proprio negli ultimi decenni. Il decreto legge, ad esempio in Italia, si è affermato come preminente strumento di legislazione e, secondo Agamben, “il parlamento si limita a ratificare i decreti emanati dal potere esecutivo. In senso tecnico, la Repubblica non è più Parlamentare ma governamentale.”<sup><a name="sdfootnote19anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote19sym"></a><sup>19</sup></sup> Inoltre, lo stato d’eccezione, che trae origine dallo stato d’assedio in tempo di guerra, nell’epoca contemporanea tende “a far coincidere emergenza politico-militare con la crisi economica.”<sup><a name="sdfootnote20anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote20sym"></a><sup>20</sup></sup>, stabilendo “una implicita assimilazione fra guerra ed economia.”<sup><a name="sdfootnote21anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote21sym"></a><sup>21</sup></sup> Lo stesso New Deal fu realizzato attraverso la delega di poteri straordinari a Roosvelt, che, nell’assumere il suo incarico nella lotta contro la crisi del ’29, fece largo uso di un linguaggio da emergenza bellica.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nella nomina di Monti a Presidente del Consiglio dei ministri, si riscontrano molte analogie con quanto illustrato da Agamben. In primo luogo, la nomina di Monti sospende il normale funzionamento della democrazia borghese formale. Monti non è eletto da nessuno, è nominato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Viene preso dal mondo della tecnocrazia, e la sua nomina a senatore poco prima del varo del governo è una foglia di fico che non vale a nascondere la sua nomina irregolare. Del resto, la definizione che si attaglia maggiormente al governo Monti non è quella di governo tecnico, ma di governo del Presidente. Il dominus della situazione è Napolitano. L’uomo del Colle, sin dall’inizio del 2011, ha progressivamente accentuato il suo protagonismo. Mentre la figura del Presidente del Consiglio diventava sempre più evanescente, quella del Presidente della Repubblica assumeva contorni sempre più profilati. Napolitano ha determinato la partecipazione italiana alla guerra Nato contro la Libia, a dispetto del trattato Italia-Libia, e che Berlusconi era riluttante a fare. Ha sollecitato l’accordo tra sindacati e Confindustria. Ha assunto un ruolo sempre più esecutivo, anzi il ruolo esecutivo. È come se l’Italia fosse passata &#8211; ed è effettivamente passata – dalla forma, stabilita dalla Costituzione, di governo repubblicano-parlamentare ad una forma semipresidenziale o addirittura presidenziale. A dirlo non siamo noi, bensì La Stampa in un editoriale di Gian Enrico Rusconi: “L’espressione di &lt;&lt;governo del Presidente&gt;&gt;, certamente estranea al linguaggio dei costituenti, rispecchia questa nuova situazione, che potrebbe rivelarsi come una risorsa per la Repubblica, sin qui non valorizzata. Un esecutivo che governa e un Parlamento che vigila sembrano quasi alludere ad un semipresidenzialismo.”<sup><a name="sdfootnote22anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote22sym"></a><sup>22</sup></sup> L’azione di Napolitano è al di fuori della forma e della sostanza della Costituzione. Il Titolo II della Costituzione ed in particolare gli articoli 87 e 88, che regolano le funzioni del Presidente, non prevedono nulla di ciò che è stato fatto. Il presidente non ha la facoltà di nominare chicchessia a suo piacimento al governo, bensì ha la facoltà di sciogliere le Camere e di indire nuove elezioni. Ha un ruolo di controllo e garanzia della Costituzione, non esecutivo. L’anomalia della situazione è risultata chiara anche a quei mass media, come il confindustriale Sole24ore, che pure chiedevano da tempo a gran voce una soluzione &lt;&lt;tecnica&gt;&gt;, e che si sono affrettati a trovare giustificazioni all’azione del Presidente della Repubblica. Clementi sostiene che l’azione del Presidente sarebbe conforme alla Costituzione, perché coerente con le modifiche in senso bipolare dell’ordinamento della forma di governo, che favoriscono, in caso di necessità, una pratica bipartisan fra gli schieramenti politici<sup><a name="sdfootnote23anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote23sym"></a><sup>23</sup></sup>. Parole che, semmai, rivelano quanto il bipolarismo sia in conflitto con la Costituzione. Roberto D’Alimonte si spinge ancora più avanti: “In realtà i sostenitori della presunta illegittimità democratica del governo Monti confondono la sospensione della democrazia con la sospensione della competizione. La competizione tra partiti e tra schieramenti è una modalità del funzionamento della democrazia ma non è la democrazia.”<sup><a name="sdfootnote24anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote24sym"></a><sup>24</sup></sup> Così, in un sol colpo, D’Alimonte si rimangia quanto ci era stato predicato per decenni, soprattutto in contrapposizione ai Paesi socialisti, e cioè che l’anima della democrazia era la competizione tra partiti. Senza contare che la concezione di D’Alimonte è in palese contrasto con l’articolo 49 della Costituzione, che definisce come centrale il ruolo dei partiti. Malgrado tutto questo, a sinistra quasi nessuno si è permesso di criticare il Presidente della Repubblica. Se tutto questo fosse venuto da un presidente vicino a Berlusconi sarebbe stato lo stesso?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Quella a cui assistiamo è l’&lt;&lt;apocalisse&gt;&gt; della democrazia. Sia nell’accezione di &lt;&lt;rivelazione&gt;&gt; di cosa stia dietro la democrazia borghese, sia in quella figurata di &lt;&lt;distruzione&gt;&gt; della democrazia stessa. Il governo Monti è un governo di classe in forma pura, richiesto a gran voce dai centri del grande capitale italiano, molto prima che dall’Europa, con l’annullamento delle mediazioni di classe. Il governo tecnico serve a fare ciò che nessuno schieramento o partito può permettersi di fare, perché significherebbe pagare un forte scotto alle prossime elezioni. Quindi, meglio sospendere la democrazia e i partiti stessi. Magari per recuperarli più avanti, pronti ad essere riutilizzati. Ma così, sospendendo la democrazia, si rivela il potere del capitale sulla società. Si rivela quello che Marx diceva del sistema politico della società divisa in classi, cioè essere sempre la dittatura della classe economicamente dominante. Quello che è accaduto con il governo Monti ha una importanza che va al di là del contingente. Sebbene negli ultimi decenni forme di stato d’eccezione come i decreti legge si siano affermate nella pratica corrente, mai si era verificata una accelerazione di questo tipo. Il fatto è che la fase è cambiata. In effetti, il governo dello stato di eccezione è sempre un governo di guerra. E oggi è in atto una guerra vera e propria contro i lavoratori, cui si aggiungono guerre esterne sempre più frequenti e violente, come dimostra la vicenda della Libia. In ogni caso la “lotta di classe democratica” è finita. Il punto è che con essa è finita la tattica e la strategia che i lavoratori e la sinistra avevano definito e seguito per decenni. L’appello continuo alla difesa della Costituzione, allo stesso modo della difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, assomiglia sempre di più alla situazione di una guarnigione che si rinserri nel suo castello, mentre l’esercito nemico è libero di devastare e saccheggiare le campagne intorno. Anzi, mentre il nemico è già all’interno della prima cerchia delle mura e i difensori si rifugiano nel mastio. Questo, ovviamente, non significa che la difesa della Costituzione e dell’articolo 18 debbano essere abbandonate. Tutt’altro. Significa che il contesto è cambiato e non possiamo più continuare a giocare solo in difesa. Significa che limitare al berlusconismo il pericolo per la democrazia in Italia vuol dire avere una visione parziale delle dinamiche in gioco. L’opposizione al &lt;&lt;cavaliere&gt;&gt; di tanta parte del grande capitale italiano e dei quotidiani ad esso legati – dal Sole24ore al Corriere della Sera, alla Stampa e alla Repubblica &#8211; va vista in chiave di competizione tra frazioni interne al capitale italiano. Inoltre, il Pd ed i suoi antecedenti sono pienamente responsabili del progressivo smantellamento della democrazia dei padri costituenti, a partire dal referendum sul maggioritario di 21 anni fa. Così come sono responsabili di aver sempre offerto scappatoie a Berlusconi, proprio in ottemperanza di un bipolarismo, ritenuto la &lt;&lt;linea del Piave&gt;&gt; da difendere ad ogni costo. Evidentemente perché utile a eliminare chiunque si ponga alla propria sinistra. Oggi, Pdl e Pd, oltre a stare nella medesima maggioranza parlamentare a sostegno di Monti, sono anche promotori di una proposta di legge bipartisan di riforma dei regolamenti parlamentari, che rafforzerà il potere del governo proprio per quanto riguarda la decretazione d’urgenza<sup><a name="sdfootnote25anc" href="http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html#sdfootnote25sym"></a><sup>25</sup></sup>. Se è vero che il sistema elettorale pone dei vincoli stretti alla sinistra di classe è, però, altrettanto vero che oggi i margini di mediazione, all’interno del sistema, sono gravemente compromessi ed il quadro in cui si esercitava il &lt;&lt;potere politico&gt;&gt; della classe lavoratrice nel dopoguerra è semidistrutto. Non tenerne conto può portare al dissolvimento in maniera non molto diversa dagli esiti della legge elettorale. Al contrario, la nuova fase storica che si è aperta determina la possibilità e la necessità di riprendere la pratica dell’autonomia di classe. Neanche una realistica politica delle alleanze può prescinderne, risultandone anzi rafforzata.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Domenico Moro</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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