Puntocritico


I L P U N T O n. 3 - marzo 2006




Troppo poveri per essere curati

di Umberto Guidoni*

Ogni giorno più di 35000 persone muoiono di Aids e di malaria, ogni anno la tubercolosi uccide 2 milioni di persone, la malattia del sonno 60.000, il morbo di Chagas colpisce un quarto della popolazione dell'America Latina, in particolare i bambini. Malattie di cui nei paesi ricchi si sa molto poco ma che seminano morte e sofferenze nei paesi in via di sviluppo (pvs) per mancanza di prevenzione e di medicinali adeguati.

 

Pochi giorni fa, il gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea (GUE/NGL) ha voluto dare voce agli esponenti del mondo scientifico, ai rappresentanti di aree meno sviluppate, alle ONG - come Medici senza Frontiere – che hanno così avuto modo di portare le proprie competenze e le loro esperienze nelle sale del Parlamento di Bruxelles. L'iniziativa aveva il duplice obiettivo di innalzare il livello di attenzione, di squarciare il velo di indifferenza su tragedie di proporzioni bibliche, che rischiano di assumere dimensioni planetarie, ma anche di sollecitare le istituzioni comunitarie ad intervenire su un’emergenza che tocca ormai i confini dell’Europa. In queste settimane i deputati europei si preparano a discutere il piano per la ricerca europeo, il 7° Programma Quadro (PQ) che impegnerà risorse consistenti del vecchio continente nei prossimi sette anni (2007-2013). Porre le malattie trascurate come una delle priorità nel Settimo PQ può essere un risultato concreto di questa iniziativa; al momento, infatti, le malattie trascurate, che sono responsabili della morte di quindici milioni di persone, di cui il 97% avviene nei pvs, non sono presenti tra i temi della ricerca medica in Europa.

 

Il ruolo della ricerca pubblica comunitaria, invece, può essere stimolante per le malattie trascurate. Strutture di ricerca pubbliche, università ed ospedali possono garantire risultati concreti per venire incontro ai bisogni sanitari in quei settori in cui le grandi compagnie farmaceutiche non hanno interesse ad investire.  Il perseguimento di una pura logica di mercato, troppo spesso non lascia spazio allo sviluppo di farmaci adeguati per le malattie che colpiscono i paesi più poveri, i grandi profitti delle multinazionali vengono dagli investimenti in Europa e Stati Uniti non certo dalla capacità di curare le popolazioni che non dispongono dei mezzi economici per comprare le medicine. Basti pensare che il 90% delle spese per la ricerca e lo sviluppo di nuovi farmaci viene destinato ai problemi sanitari che riguardano solo il 10% della popolazione mondiale e che solo lo 0,2% dei finanziamenti per lo sviluppo di nuovi prodotti riguarda malattie come la polmonite, diarrea e tubercolosi, che causano il 18% delle morti nel mondo.

 

Come ha ricordato qualche giorno fa Romano Prodi, durante la sua visita al Parlamento Europeo, " l’Europa deve farsi carico del continente africano moltiplicando le opportunità di cooperazione con i pvs". Negli ultimi anni, l'Unione Europea ha posto le basi per avviare un percorso di azione nella lotta all'Aids, alla malaria e alla tubercolosi. Ora è necessario completare il percorso. Vi è la necessità di rendere maggiormente accessibili le diagnosi ed i medicinali essenziali; di consentire lo sviluppo delle produzioni locali, facilitando il trasferimento di competenze, di tecnologie e dei mezzi produttivi. Solo legando prevenzione e cura ad un maggiore investimento pubblico (attualmente i fondi governativi rappresentano solo il 16% del totale, molto meno delle donazioni filantropiche) nella ricerca di nuove soluzioni preventive e terapeutiche si può sperare di raggiungere l’obiettivo. La ricerca europea può e deve contribuire maggiormente a trovare le risposte ai bisogni dei pazienti anche nel sud del mondo. Per questo è necessario programmare un sistema di finanziamento sostenibile a lungo termine e predisporre l'utilizzo dei Centri Europei di Ricerca nel settore medico e sanitario, già dal 7° Programma Quadro, con attività mirate alla cura di queste malattie. Il ruolo del settore pubblico è di fondamentale importanza per assicurare che le malattie trascurate trovino spazio tra le priorità della ricerca europea e mondiale.

 

Ma non si tratta solo di migliorare l’efficacia nella ricerca di nuovi medicinali. Per curare alcune delle malattie dimenticate, farmaci efficaci ci sono già, ma la loro diffusione viene frenata dai costi elevati e dai restrittivi accordi sulla proprietà intellettuale (Trips), nonché dalla mancanza di capacità produttive e dal ritardo tecnologico dei paesi interessati rispetto al mondo cosiddetto sviluppato. Per altri principi attivi, invece, il livello di conoscenza è abbastanza avanzato e si potrebbero sviluppare cure efficaci in breve tempo, attraverso attività di ricerca mirate alla produzione di vaccini e allo sviluppo di sistemi diagnostici efficaci.

 

Occorre soprattutto una volontà politica forte, capace di investire le risorse necessarie per andare oltre il tradizionale sistema di aiuto allo sviluppo, creando partnership reali fra scienziati e centri di eccellenza, pratiche sanitarie più oculate, sistemi commerciali e politiche economiche più eque per gettare le basi di un mondo finalmente multipolare e solidale, un mondo in cui il diritto alla salute non debba più dipendere dal paese in cui si ha la fortuna (o la sfortuna) di nascere.

* Europarlamentare Gruppo GUE/NGL

 



Una Otra Campaña

di Alessandro Grandi*

Unire e non dividere. Questo è lo scopo principale della Otra Campana, che da alcuni mesi attraversa il Messico. Quello che fino a poco tempo fa era il Subcomandante Insorgente Marcos è ora diventato il Delegato Zero, ossia colui che gira il Paese (e forse arriverà fino agli Usa) a bordo di una motocicletta per cercare di portare avanti un’altra campagna elettorale, differente in tutto e per tutto da quella dei candidati della politica classica.

Una campagna elettorale aperta a ricevere consigli e ad incamerare esperienze, a disposizione di tutti quelli che vorrebbero un reale cambiamento delle condizioni di vita delle classi sociali più deboli che vivono oggi nel Messico. Un movimento di tutti e per tutti, capace di ascoltare e di parlare, in netta opposizione alla campagna politica per le presidenziali dei prossimi mesi.

Sindacati, giovani studenti, giornalisti e tutta quella parte di “società civile” che si rivede nella lotta per la pari applicazione dei diritti umani, ma anche a favore delle comunità indigene che abitano in tutta la nazione, sono invitati a seguire le riunioni, a diffondere le notizie che ne escono, a non guardare al futuro con ansia, perché quello che ne uscirà sarà che un mondo diverso è possibile.

Durante l’allarme rosso dichiarato dall’Ezln nella scorsa estate, ma che era nell’aria già da alcuni mesi, soprattutto nel mese di Aprile quando la comandancia generale e il Sub Comandante Marcos erano praticamente scomparsi, irraggiungibili anche da quelli che cercavano contatti per portare aiuti umanitari, la costruzione di quella che sarebbe diventata una ‘Altra Campagna’ ha monopolizzato l’attenzioni delle comunità Tzotzil, Chol, Tojolobal e Tzeltal, le anime discendenti dalla cultura Maya.

La creazione della Otra Campana era quasi inevitabile. La rivolta indigena, dopo undici anni, rischiava di diventare un gatto che si morde la coda: era quasi un curioso caso di rivolta a rilento, di rivoluzione mancata, anche se il tributo di vite umane era stato pagato.

Il levantamiento del gennaio del 1994 era quasi solamente un ricordo. Per questo è stato necessario creare una "cosa" nuova ed i vertici dell’Ezln dopo aver ascoltato tutte le comunità indigene in rivolta, hanno deciso di inventarsi la “Otra Campana”. Forse da lì è nata la decisione di partire per questa nuova avventura e di scegliere la stessa data della sollevazione popolare.  Il primo gennaio scorso, il giorno dell’undicesimo anniversario della rivolta indigena nel Chiapas, la carovana della Otra Campaña ha iniziato suo itinerario per il Messico con la speranza di raccogliere il consenso di più persone possibili.

Questo è stato, e continuerà ed essere, un anno denso di momenti di discussione all’interno dell’Ezln e dei vari gruppi indigeni che lo sostengono. Si deve fare un punto della situazione e tirare un bilancio di quello che si è o meno raggiunto con la ribellione.

Nel corso degli anni ci sono stati ottimi risultati: sono stati firmati accordi (quelli di San Andres, che non sono mai stati applicati dal governo messicano, ma solo dalla parte zapatista), sono stati allacciati importanti contatti a livello internazionale e soprattutto le ragioni indigene sono uscite dai confini messicani.
Ma la discussione è stata fatta soprattutto sui risultati negativi: gli attacchi da parte dei paramilitari e dell’esercito non sono diminuiti e gli effetti della cosiddetta guerra a bassa
intensità sulla popolazione sono ancora oggi devastanti.

Alla fine del mese di giugno, quando la campagna elettorale ufficiale per l’elezione del presidente messicano volgerà al termine vedremo fino a che punto i messicani avranno apprezzato la vecchia politica e quanto hanno apprezzato la ‘Otra Campana’.

* resp. America Latina Peacereporter

 

 

 

 

 

 



Considerazioni inattuali sulla Cina….

di Diego Negri

“Il vento dell’Est prevale sul vento dell’Ovest”, scriveva Mao. Oggi, anche se in modo distorto, non possiamo che costatare come la sinistra internazionale sia più vivace nell’“est del pianeta”, dal Sud-America, all’Asia. Ed abbia, proprio in queste aree del pianeta, movimenti e partiti che non solo resistono all’imperialismo, ma tra mille difficoltà stanno continuando a sviluppare processi e relazioni sociali che mettono in discussione l’unilateralità del sistema di produzione capitalista. L’importanza di queste esperienze risiede nel loro livello di sperimentazione reale, e non libresco.

La nazione che maggiormente riveste questo tentativo, sotto il profilo delle dimensioni e dell’importanza economica e geopolitica è la Cina.

Per essere compreso, il gigante asiatico più che come un semplice paese, dovrebbe essere considerato come un continente. Una realtà che costituisce ¼ della popolazione mondiale, che ha un’estensione territoriale doppia dell’Europa ed è stata una delle culle della civiltà umana. Un’entità che quasi 80 anni fa, sotto la direzione del PCC, ha iniziato una lunga marcia di sviluppo economico, sociale e politico che, partendo da una società feudale e semischiavista, attraverso fasi e snodi epocali come la lotta di liberazione nazionale, la collettivizzazione della produzione, la grande rivoluzione culturale ed una nuova politica economica, si è proposta nel tempo come la potenza emergente del XXI° secolo, con uno sviluppo delle forze produttive senza pari e con cui prima o poi, amici e nemici, si troveranno a fare i conti strategicamente.

Una lunga marcia necessariamente tortuosa e contradditoria, dove lo scontro tra forze progressiste e reazionarie non è mai cessato, cosi come all’interno vi è una fortissima lotta di classe, che si manifesta anche dentro il Partito.

Pensiamo, al di là delle mitologie, alla battaglia del presidente Mao contro la destra del partito, alla successiva lotta portata avanti dalla cosidetta “banda dei quattro” e a come le attuali turbolenze dentro il PCC, rispecchiano la discussione circa il ruolo che il partito deve avere nella società.

Come menzionato prima, queste lotte sono il riflesso di uno scontro sociale in atto, la stessa attuale apertura e allargamento del Partito a tecnici e impreditori è scaturita dopo una furiosa lotta tra diverse fazioni. Da marxisti possiamo osservare che ogni volta che viene concesso spazio al privato a scapito dell’economia pianificata pubblica vi è un allargamento alle fascie sociali borghesi. Lo stesso allargamento del PCC e la facilità con cui si può aderire al partito è una concessione al potere dei tecnici e delle componenti liberali e liberiste, le stesse che insistono sulla fine della lotta di classe in Cina. Non deve stupire i nostri lettori, che proprio le componenti di sinistra (quelle cosidette più ideologiche) sono poi le stesse che parlano in modo assai lucido di come in una società di stampo socialista le contraddizioni di classe esistono e una tale contraddizione va governata e non occultata. Gli avvenimenti drammatici di Tien a men, possono essere letti quindi secondo diversi piani di lettura, superando lo schema liberale, se si analizza attraverso i rapporti sociali e la composizone di classe nel PCC ci si accorge di come sia stata una manifestazione di scontento di porzioni sociali di fatto messe ai margini dentro il partito e nella società. La loro sconfitta militare, si è successivamente tramutata in una vittoria politica, in quanto lo stesso partito si è aperto alle componenti liberali. I mali della sinistra, i ritardi con cui combatte il liberalismo e il revisionismo non sono patrimonio della sola sinistra occidentale. Le componenti popolari che maggiormente temono la svolta liberale, e si battono per uno Stato a pianificazione economica socialista non hanno avuto la capacità, oltre al piano prettamente militare, di vincere la sfida ideologica. Il restringimento del campo socialista, e in modo più sotteraneo, della prospettiva socialista ha attraversato anche la Cina, e negare questo è negare l’evidenza.

Vi è un altro grosso precedente storico se si analizza l’URSS. La direzione di Krusciov dichiarò conclusa la lotta di classe nella società sovietica, riducendo quindi il ruolo politico del partito ed aprendo larghi spazi alla ripresa/egemonia della nomenklatura, più ostile alla pianificazione dell’economia socialista, più spoliticizzata e più atratta dalla competizione/emulazione con l’occidente (in tutti i sensi) che dall’approfondimento della struttura socialista nell’esperienza sovietica. La destalinizzazione kruscioviana segna dunque un passaggio fondamentale nella spoliticizzazione del partito e dà inizio a quel processo teorico, politico, culturale che i comunisti cinesi definirono “revisionismo”, aprendo una polemica durissima e frontale con l’URSS.

Se si analizza la storia del PCC, vediamo come sia stata sempre presente questa deriva, tanto da ridurre oggi le componenti di sinistra a minoranza.

Studiare il dibattito dentro il PCC è fondamentale, se non si vuole avere un approccio superficiale. Recentemente su People’s Daily on-line del 29/09/2005 nell’articolo: Dieci parole chiave descrivono la Cina del “x piano quinquennale”, emerge chiaramente come la Cina sia attraversata da enormi contraddizioni interne, tuttavia è ancora oggi uno Stato che mantiene un indirizzo socialista. Da un punto di vista internazionale, secondo fonti cinesi, non vi è ancora una politica di egemonia che il governo cinese vuole esportare, ritenendosi troppo debole di fronte al blocco dei governi imperialisti, rimane altresì evidentissimo nella valutazione dei compagni cinesi, il rendersi conto di come la strategia imperialista mira ad accerchiare la Cina. In numerosi scritti i cinesi per giustificare la loro non massiccia penetrazione internazionale, parlano dell’URSS negli anni 30, e del tentativo di rafforzarsi in vista di un attacco, cosa che avenne tramite il nazi-fascismo.

Il ruolo della Cina, anche se decisamente sottostimato, rispetto alle reali potenzialità di questo paese, sarà fondamentale per il determinarsi di una nuova area geopolitica antimperialista. Salutiamo con gioia le recenti trattative diplomatiche con Venezuela e Bolivia, e le dichiarazioni sempre più vivaci rispetto alla indipendenza dei paesi arabi dalla penetrazione statunitense e europea.

La vera scomessa si giocherà su due fronti: su quello interno rispetto alla tenuta della sinistra nel PCC, per riuscire a sviluppare una prospettiva dentro le masse popolari tale da ridefinire un preciso blocco sociale di riferimento per lo Stato socialista e sul fronte esterno cercando di erigersi a nazione egemone del fronte antimperialista. Un tale scenario pensiamo che influenzerà, che lo si voglia o no, i vari assetti della sinistra e in special modo del movimento comunista internazionale.

Questi due elementi non sono disgiunti, e azzardiamo che il prevalere di una linea di destra dentro il PCC allontani il tentativo della Cina di erigersi a Stato di riferimento per i movimenti e i partiti popolari e progressiti del pianeta, e in questo scenario la sinistra mondiale rimarrà ancor più schiacciata dentro un meccanismo fagocitatore di lotta d’egemonia tra le nazioni imperialiste.

 

 



Chiesa libera!

di Gino Barsella

 

C’è una questione poco discussa, ma credo importante, che riguarda i rapporti, nel nostro paese, tra stato e chiesa cattolica. Questo governo ha esteso il beneficio dell’esenzione Ici – previsto dal decreto legislativo 504/92 in favore degli immobili, appartenenti ad enti della chiesa cattolica, destinati ad attività di religione o di culto – anche ad immobili utilizzati per “le attività di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura pur svolte in forma commerciale”. Il dibattito si è concentrato su cavilli e interpretazioni dei testi legislativi senza entrare nel merito della questione né pesare le sue conseguenze per la comprensione e la vita dei cittadini comuni.

Io vorrei evidenziare due aspetti del problema.

 

Il primo riguarda le motivazioni occulte del governo. Chiaro che sia condivisibile esentare dall’Ici immobili di enti non commerciali che ospitano attività, di tipo sociale, culturale o religioso, utili al bene comune. Che l’esenzione venga estesa anche a quelle attività – che gli stessi enti intraprendono deviando dalla “mission” originaria – considerate commerciali ai fini fiscali è almeno opinabile. Il vero problema è che il governo lo abbia fatto in piena campagna elettorale, a solo vantaggio della chiesa cattolica – tornerò sulla tanto sbandierata questione della “reciprocità” – e senza riguardo per gli ulteriori pesi economici che graveranno sugli enti locali.

 

Il secondo riguarda la chiesa cattolica, la mia chiesa. Nasce da Cristo che si spogliò di tutto a vantaggio degli altri. Nella storia l’Italia, il più alto richiamo a quella esperienza è quello di Francesco, non a caso santo patrono del nostro paese. Il cuore del cristianesimo è, infatti, la profezia; per la quale la chiesa deve avere il coraggio di essere segno di una libertà che prescinde dalle cose di questo mondo. Concretamente, la chiesa dovrebbe utilizzare immobili per attività che aiutano le persone, ma senza possederli; cosa che succede in altri paesi dove la chiesa è – dal punto di vista politico ed economico – meno potente, ma non per questo meno efficace.

Quando poi fosse necessario accettare regole comuni di società e mercato, allora la chiesa deve essere segno credibile di legalità e giustizia. E, concretamente, può esserlo solo accettando le stesse condizioni e regole di tutti, rifiutando perciò privilegi e servitù di sorta, da qualunque parte provengano.

 

 

 



NASCE PUNTOCRITICO A BOLOGNA

Siamo felici di comunicarvi la nascita a Bologna dell’Associazione Puntocritico “Giovanni Ardizzone”, con sede in via dei Poeti 19.

Il nostro circolo territoriale vuole con questo nome ricordare il giovane Giovanni Ardizzone; studente universitario iscritto al PCI che ha perso la vita il 27 ottobre del 1963 durante una manifestazione a Milano contro il blocco aereo-navale esercitato dagli Stati Uniti contro la giovane repubblica socialista cubana.

La nostra Associazione vuole approfondire e sviluppare le tematiche sulla geopolitica e l’internazionalismo sul territorio di Bologna in armonia e sintonia con i principi che regolano lo Statuto nazionale dell’Associazione.

Il nostro lavoro mira a riportare le tematiche sulla politica internazionale al centro del dibattito politico, coinvolgendo il più possibile, il mondo dell’associazionismo e del volontariato presente sul nostro territorio.

Al momento della nostra nascita contiamo una quindicina d’iscritti e abbiamo eletto all’unanimità al ruolo di Presidente dell’ASSOCIAZIONE PUNTOCRITICO “GIOVANNI ARDIZZONE”, Stefano Pieralli, che ne è stato il promotore.

Per comunicazioni potete utilizzare la casella di posta elettronica:

puntocriticobologna@katamail.com

 

Alcuni recapiti telefonici sono:

 

Stefano Pieralli – Presidente – 347-4201171

Diego Negri – 338 – 9255514

Lidia Triossi – 340-7106022

Marco Zoboli – 320-2133354

 



BREVE STORIA DI CUBA*
(Cuba come non l’avete mai letta)

di Sergio Marinoni – Segreteria naz. Associazione nazionale di amicizia Italia-Cuba

Capitolo Primo:

José Martí: un uomo di valore per ogni epoca

Il 18 maggio 1895, il giorno prima di cadere colpito a morte durante una scaramuccia con gli spagnoli a Dos Ríos, nell’oriente cubano, José Martí scriveva al suo amico Manuel Mercado: "Ora posso scrivere… ormai rischio ogni giorno la vita per il mio paese e per il mio dovere… che è quello di impedire per tempo, realizzando l'indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti estendano il loro potere sulle Antille e che quindi, con questa nuova forza, dilaghino sulle nostre terre d'America. Quanto ho fatto fino a oggi, e quanto farò, non ha altro scopo… Ho vissuto nel mostro [gli Stati Uniti] e ne conosco le viscere, la mia fionda è quella di David".

Erano trascorsi solo trentotto giorni dal suo sbarco a Cuba e i cubani, che pochi mesi prima - il 24 febbraio 1895 - avevano iniziato la loro Seconda Guerra di Indipendenza, hanno perso in questo modo il loro dirigente più autorevole. La lotta per raggiungere la vera indipendenza ha dovuto poi continuare per oltre sessant'anni, ma alla fine è diventata concreta l'affermazione di Martí che "un'idea, quando è giusta, anche dal fondo di una tomba vale più di un esercito".

José Martí è nato il 28 gennaio 1853 da genitori spagnoli (il padre era di Valencia e la madre delle Isole Canarie). A quell'epoca nell'Isola vi erano tre correnti di pensiero: gli autonomisti, che chiedevano una speciale autonomia dalla Spagna; gli annessionisti, che volevano che Cuba entrasse a far parte degli Stati Uniti; gli indipendentisti, che lottavano per la totale indipendenza di Cuba.

Quando nel 1868 Carlos Manuel de Céspedes aveva iniziato la lotta per la cacciata degli spagnoli, José Martí si era schierato a favore degli indipendentisti e già nel 1869, a soli 16 anni, fu arrestato e condannato ai lavori forzati in una cava di pietra, prima vicino a La Habana e poi all'Isola dei Pini.

Nel 1871 la pena venne commutata nell'esilio e Martí fu deportato in Spagna, dove gli permisero di iscriversi all'università. Nel 1874 si laureò in Diritto Civile e Canonico. Alla fine dello stesso anno si laureò anche in Lettere e Filosofia, con il massimo dei voti.

Viaggiò attraverso varie città europee e nel 1875 giunse in Messico dove fino al 1876 lavorò come giornalista e scrittore. Negli anni successivi, la sua vita si svolse - dopo una breve puntata clandestina a Cuba nel 1877 -  tra il Messico e il Guatemala, dove lavorò come insegnante.

Nel 1878 terminò a Cuba la Prima Guerra d'Indipendenza, durata dieci anni, con la sconfitta degli insorti, soprattutto a causa delle divisioni interne. Questo avvenimento fu fondamentale per lo sviluppo politico del pensiero di Martí: solo con l'unità è possibile raggiungere un obiettivo.

Nella seconda metà dello stesso anno tornò a La Habana, grazie all'amnistia generale, ma gli venne negato il permesso di esercitare la professione di avvocato. Nel settembre 1879 fu arrestato per cospirazione e, di nuovo, venne deportato in Spagna. Dopo aver viaggiato in Spagna, Francia, Stati Uniti e Venezuela si stabilì a New York, dove lavorò intensamente come redattore, come corrispondente di giornali latinoamericani, diventando popolare in tutto il continente per il tenore dei suoi articoli. Svolse anche l'incarico, per un certo periodo, di console di alcuni paesi sudamericani.

Nell'aprile 1892 fondò il Partito Rivoluzionario Cubano e fu eletto Delegato di questa organizzazione. Iniziò l'incessante lavoro politico e di coordinamento organizzativo di tutte le forze, riunite in un unico partito, che intendevano riprendere la lotta per l'indipendenza di Cuba dalla Spagna.

La sua prematura fine non impedì il proseguimento della guerra, che lui definiva "guerra necessaria". Dopo tre anni di dura lotta, quando i cubani stavano per sconfiggere l'esercito spagnolo, gli Stati Uniti intervennero nella contesa e si appropriarono della vittoria. Dopo quattro anni di protettorato statunitense sull’isola, nel 1902 Cuba ottenne una caricatura di indipendenza e il sogno di Martí sembrò svanire.

Nei decenni successivi vi furono molte ribellioni a Cuba, soffocate nel sangue sia dagli interventi militari dei marines nordamericani sia dalle repressioni poliziesche dei vari dittatori di turno.    Infine, nel 1953, anno del centenario della sua nascita, un gruppo di giovani al comando di Fidel Castro decise di proseguire la lotta per la vera indipendenza nel nome degli ideali di Martí, contro l’ingerenza degli Stati Uniti e contro una classe politica cubana corrotta che pensava esclusivamente ai propri privilegi. I successivi avvenimenti storici sono noti: dall’assalto alla caserma Moncada al carcere nell’Isola dei Pini; dall’esilio in Messico allo sbarco del Granma; dalla lotta nella Sierra Maestra alla liberazione di tutta Cuba il 1° gennaio 1959.

Ma la grandezza di José Martí non si limita solo alla concezione politica di aver capito in tempo la pericolosità degli Stati Uniti e della necessità per i cubani di unirsi in un unico partito.

La grandezza di Martí la ritroviamo nel concetto della formazione completa dell’individuo attraverso l’educazione. “Essere colti è l’unico modo per essere liberi” ripeteva spesso, perché solo attraverso la conoscenza l’essere umano può capire e quindi prendere una decisione cosciente.

La grandezza di Martí la ritroviamo nel rispetto e nell’apertura verso le altre culture, nell’attenzione verso gli sfruttati e i diseredati del mondo, nel considerare il termine Patria non limitato ai confini geografici o politici di una nazione. “La Patria è l’umanità”, è un’altra delle sue brevissime e incisive frasi che racchiude una concezione dell’uomo universale.

Martí è stato anche un poeta, suoi sono i versi che i cubani cantano sulle note di “Guantanamera”, la canzone cubana famosa in tutto il mondo. E in questi versi, “Versos sencillos” (Versi semplici), compaiono spesso i concetti sopra esposti: “con i poveri della terra voglio condividere la mia sorte”, “la schiavitù degli uomini è la grande tristezza del mondo”, oppure “per chi opprime il mio cuore, non coltivo né cardi né ortiche, coltivo la rosa bianca”, nel significato che un nemico va combattuto in quanto oppressore, ma una volta finita l’oppressione non si deve provare risentimento tra gli uomini.

Oggi a Cuba, in ogni centro educativo, dall’asilo infantile all’università, è presente un busto di Martí. Tutta l’educazione cubana è impartita nell’impronta di questo grandissimo uomo. “Il popolo più felice sarà quello che saprà educare meglio i suoi figli”, è un altro dei suoi concetti.

Anche l’internazionalismo, presente in tutto il corso della Rivoluzione cubana, ha origine dal pensiero martiano: “Ogni uomo onesto deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato ingiustamente sulla guancia di qualsiasi altro uomo, in qualsiasi parte del mondo”, frase poi fatta propria da Ernesto Che Guevara.

Sono passati oltre cento anni dalla sua morte, e Martí non solo è presente in ogni aspetto della Rivoluzione cubana ma, grazie ai suoi insegnamenti, ne costituisce uno dei punti di forza che ha permesso al popolo cubano di affrontare e di superare blocchi, aggressioni, menzogne e infamie di ogni tipo messi in atto nei suoi confronti: “Trincee di idee, valgono più di trincee di pietra”.

 

*SI COMUNICA CHE IL SECONDO CAPITOLO SARA’ PUBBLICATO IL PROSSIMO MESE E COSI’ PER DIECI MESI, FINO A DICEMBRE.

 



Ciao Ali Farka Touré, bluesman del deserto

Rubrica Letteraria di Raffaella Angelino

Bluesman di tutto il mondo unitevi, gli schiavi avranno catene da perdere e un mondo da guadagnare. Dal Mali al Mississippi, come aveva titolato Martin Scorsese uno dei film progetto sulla musica del Delta dedicato a un “uomo in blues” africano, Ali Farka Touré. Chitarrista sopraffino, legato alla cultura della sua terra, il Mali, ma affascinato dal mondo. Virtuoso, il suono ipnotico della sua chitarra aveva stregato pubblico e critica: il John Lee Hooker africano, era stato soprannominato Touré. L’artista che non ha mai abbandonato la sua lingua e gli strumenti tradizionali, africani anche quando nel deserto risuonava il suono ipnotico della sua chitarra elettrica. Un incontro fra civiltà consacrato dalla musica, quella dei canti di lavoro degli schiavi, sulle rotte delle migrazioni delle masse nere, e il repertorio “sonrai”, la musica tradizionale del Mali.

Soffiano nel deserto, i suoni di Ali Farka Touré, volato via a 67 anni per una terribile malattia che ha divorato la sua figura magra e slanciata. Lo piange la sua Africa e il mondo intero, lui, precursore di quella “world music” che poi avrebbe riscosso tanto successo. La scena musicale internazionale ha scoperto Touré nel 1996 grazie a Talking Timbuctu, il disco con Ry Cooder, onorato di molti riconoscimenti, compreso un Grammy Award. Il disco, nato dalla collaborazione tra l’artista del Mali e il californiano Cooder, viene giudicato un ottimo crossover di blues contaminato con le originali radici africane. Touré, infatti, ha difeso fino all’ultimo la musica tradizionale del suo paese. L’artista apparteneva all’etnia songhai, un popolo di religione islamica che vive a nord, ai confini del Sahara, la cui cultura è frutto dell’ibridazione con la tradizione dei tuareg, soprattutto per ciò che concerne la lingua e lo stile di vita.

Accompagnato da strumenti costruiti con gusci di zucche e pelli di animali, Ali Farka Touré cantava con voce potente le canzoni del deserto, resistendo al pop e all’inglese a vantaggio degli idiomi locali e della ricercatezza, mentre la sua chitarra costruiva accompagnamenti e assoli fortemente ipnotici, comuni allo stile dei grandi chitarristi blues afro-americani.

Con Ali Farka touré se ne va un artista geniale, uno dei pochissimi che siano riusciti a mettere in musica quel legame primordiale che lega l’Africa all’occidente attraverso il blues e il jazz. Ma se ne va anche un uomo generoso che fino all’ultimo ha usato i proventi dei concerti per finanziare progetti di agricoltura e di irrigazione per migliorare le condizioni della popolazione di Niafunké, il suo villaggio di origine. Sul Mali, sui villaggi, sulle terre a rischio continuo di desertificazione, su tutti i deserti soffia un alito di vita e di speranza: il blues di Ali Farka Touré.



SECONDO INCONTRO DI PUNTOLATINO:

“IL RUOLO DI CUBA NEL NUOVO CONTESTO LATINOAMERICANO: QUALI PROSPETTIVE ?”

Venerdì 24 marzo ore 17,30

Antica Libreria Croce
Corso Vittorio Emanuele II, 154/156
(Zona Centro- Campo de’ Fiori)

Intervengono:

Rodney A. López Clemente (Ambasciatore di Cuba in Italia)

Daniele Lorenzi (Arci)

Marco Papacci (Associazione nazionale di amicizia Italia-Cuba)

Jacopo Venier (Segreteria nazionale PdCI)

Coordina:

David Insaidi (Associazione Puntocritico)

Associazione Nazionale Puntocritico
Associazione di amicizia Italia-Cuba circolo di Roma


1936/2006:
70° Anniversario della Guerra Civile Spagnola
 

“Il ruolo di Luigi Longo,

il Comandante Gallo nella Guerra civile spagnola”

(a cura di Piercarlo Albertosi, Ass. Culturale “Luigi Longo”)

1.1 - C’è un aspetto che spesso resta in ombra quando si affronta una riflessione sulla guerra di Spagna, sopraffatto - com’è forse naturale - dai tanti eventi e dalle tante vicende epiche che hanno costellato i tre anni di quel sanguinoso conflitto:  la responsabilità delle “democrazie occidentali” che decisero di non intervenire sulla base di calcoli che si sarebbero rivelati tragicamente sbagliati. Una decisione, quella non interventista, assunta non per un principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano (era chiaro fin dal primo istante che la guerra civile vedesse coinvolte militarmente la Germania nazista e l’Italia fascista) quanto invece per la paura che si affermasse in Europa, attraverso l’esperienza spagnola, un modello di democrazia diverso e più moderno di quello concepito dalle lobbies conservatrici al potere in quei paesi. Il governo spagnolo uscito eletto dal voto popolare aveva, infatti, dentro di sé forze permeate da “utopie socialiste”, il che lo collocava, nell’Europa liberale del tempo, ad un livello alto di pericolosità, molto più, per intenderci, delle già affermate e sordide dittature che stavano soggiogando alcuni popoli europei. La sottovalutazione del pericolo nazifascista, errore ripetuto nel successivo Accordo di Monaco (settembre 1938), spianò la strada alle mire espansionistiche di Hitler (e di Mussolini) ed a quella che si sarebbe rivelata la tragedia della seconda guerra mondiale. E’ opinione diffusa tra gli storici che se la Francia avesse subito soccorso la Spagna repubblicana la ribellione sarebbe stata stroncata nelle prime settimane e sarebbe radicalmente cambiato il corso degli eventi successivi in Europa.

 

1.2 - Nel febbraio 1936 le elezioni spagnole avevano, dunque, consegnato la vittoria al Fronte Popolare; una vittoria resa possibile dall’apporto determinante di anarchici e comunisti che, tuttavia, non presero inizialmente parte al governo il quale, comunque, riuscì ad avviare subito importanti riforme progressiste. In quella vittoria concorsero due elementi di novità: la nuova legge elettorale di tipo maggioritario che assegnava alla coalizione vincente la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari (il Fronte Popolare ottenne il 48% dei voti contro il 46% del centrodestra) e l’applicazione della cosiddetta “direttiva Dimitrov” con la quale l’Internazionale Comunista (IC) indicava alle sinistre europee la necessità di dar vita ai Fronti Popolari  con la partecipazione diretta dei comunisti nei governi in caso di vittoria. Quel risultato elettorale coglieva impreparate le cancellerie europee; si trattava di un successo la cui onda lunga avrebbe potuto produrre effetti emulativi negli altri paesi, come avvenne effettivamente in Francia dove, di lì a poco nel maggio 1936, un’analoga alleanza vinse le elezioni insediando a capo del governo il socialista Léon Blum. In rapidissima successione,  nel paese transalpino, si affermarono conquiste sociali per quei tempi inimmaginabili che preoccuparono i governi conservatori: le 40 ore, il diritto alle ferie retribuite, i contratti collettivi nazionali, il riconoscimento dei delegati sindacali di fabbrica.

 

1.3 - La Spagna aveva aperto una strada e, dunque, quella strada doveva essere rapidamente sbarrata. D’altra parte la Spagna non era la Francia; troppo diverse le due storie politiche e sociali. Le prime elezioni spagnole, infatti, si erano svolte nel 1930 dopo un lungo periodo di monarchia assoluta e la dura dittatura di Primo De Rivera. Si trattava, quindi, di una democrazia ancora fragile ed incerta nella quale le stesse organizzazioni politiche e sindacali erano troppo deboli, per giunta in un Paese la cui cultura dominante era ancora intrisa di clericalismo oscurantista. Era soprattutto nell’esercito, però, il punto debole del nuovo governo poiché esso era ancora quasi interamente sotto il controllo dei generali di fede monarchica.

 

1.4 - Il 18 luglio, sostenuta dagli stati fascisti europei, scoppiava la rivolta dei “quattro generali” - capeggiata dal generale Françisco Franco di stanza in Marocco- che di lì a tre anni condurrà la Spagna nella lunga notte della dittatura (che durerà fino al 1975) e l’Europa nel baratro della guerra. Il conflitto spagnolo fu anche teatro del primo scontro armato tra fascismo ed antifascismo, con la partecipazione di molti intellettuali di ogni parte del mondo e con gli italiani impegnati in entrambi i fronti. La “guerra di Spagna” iniziò come guerriglia di popolo in tutte le principali città per opporsi al tradimento dei generali e di gran parte dell’esercito (la marina restò fedele alla repubblica). A fianco dei “repubblicani” si schierarono Urss, Messico e, a fasi alterne, Francia mentre Italia, Germania e Portogallo si schierarono con i “nazionalisti”. Il Vaticano si schierò immediatamente con Françisco Franco e le sue “falangi”.  Nel 1936 si scontrarono, quindi, due Spagne, quella popolare, moderna e quella arretrata, in parte borghese ed in parte ancora feudale e clericale.

 

1.5 - Nel settembre 1938, mentre ancora infuriava la decisiva battaglia dell’Ebro, il governo spagnolo, su pressioni delle “democrazie” europee annunciò alla Società delle Nazioni la decisione di ritirare dal fronte tutti i volontari che tre anni prima si erano organizzati nelle Brigate Internazionali (BI) in difesa della repubblica spagnola. L’instaurazione della dittatura franchista, fondata sul potere del “Caudillo” e sulla repressione degli oppositori, causò la morte di 200 mila antifascisti e centinaia di migliaia di condannati a pene varie, oltre a 300 mila esiliati.

 

2.1 - La “direttiva Dimitrov” era stata emanata dall’IC - come si è detto - per indicare ai partiti aderenti la necessità di unire le forze, anche sul piano elettorale, allo scopo di contrastare più efficacemente la fascistizzazione del continente europeo. Luigi Longo (Gallo) era membro della Commissione Politica della IC dal 1933. L’anno successivo firmerà in Italia (insieme a Di Vittorio e Gennari) il patto di unità d’azione tra il PCI ed il PSI (rappresentato da Nenni, Saragat e Buozzi). Il cammino dei Fronti Popolari sin dall’inizio fu però tutt’altro che agevole.

 

2.2 - Allo scoppio dell’insurrezione falangista Longo collaborò, a Parigi, alla nascita del Comitato di Aiuto al Popolo Spagnolo e, subito dopo, si arruolò volontario nelle formazioni repubblicane dove già operavano altri antifascisti italiani. Comprese immediatamente che in Spagna stava accadendo qualcosa che avrebbe avuto forti ricadute sulla situazione in Italia. In effetti, prima di quel luglio 1936, la gioventù italiana non aveva avuto alcun contatto con il mondo della democrazia. Gli antifascisti italiani si trovavano quasi tutti all’estero quando non erano in prigione o al confino; in ogni caso essi erano privi della possibilità di veicolare le idee antifasciste ad una platea vasta e potenzialmente recettiva come era quella giovanile che aveva conosciuto solo l’esperienza del fascismo. Pochissimi giovani in Italia riuscivano a sapere qualcosa che non fosse fascismo. Ora dalla Spagna, attraverso la radio, giungevano le prime voci non fasciste: si disvelava la realtà di un mondo ben diverso da quello descritto dalla totalizzante propaganda di regime.

 

2.3 – Longo, insieme ad André Marty (segretario del PCF) e a Giuseppe Di Vittorio, fu incaricato dalla IC di organizzare le Brigate Internazionali in aiuto della Repubblica spagnola. Assunse subito un ruolo centrale non solo sul piano politico ma anche nell’organizzazione militare dei volontari antifascisti. Il problema impellente era infatti quello di organizzare un esercito moderno e disciplinato e di coordinare la grande adesione popolare da ogni continente in difesa della repubblica e della democrazia. Longo si rivelò, in effetti, l’uomo giusto; in pochissimo tempo riuscì a gettare le basi di un accordo con le autorità politiche e militari spagnole, riuscendo anche nell’altro delicato compito di garantire la massima rappresentatività unitaria sia nella composizione delle formazioni militari che nei diversi gradi della catena di comando nonostante fosse evidente la forte prevalenza comunista tra le migliaia di volontari stranieri. Con spirito pratico e le riconosciute doti umane, Longo riuscì a stemperare le asprezze inevitabili in quel contesto ma anche a contrastare le costanti e pericolose tendenze al settarismo. Il futuro promotore e comandante delle Brigate Garibaldi (il fulcro della resistenza armata in Italia) traeva dalla guerra di Spagna una preziosa esperienza che metterà a frutto nella lunga lotta di liberazione nazionale contro l’occupazione tedesca e contro i fascisti della repubblica di Salò.

 

2.4 - Per delineare le caratteristiche umane ed organizzative di Longo valga la descrizione che Velio Spano ne fece descrivendo “il comandante Gallo” nel corso degli asprissimi combattimenti nei pressi del fiume Jarama: “E’ l’uomo che non ha mai fretta. Metodico, preciso, Gallo fa una cosa per volta e finisce per fare tutto e bene. La sua attività è una perpetua lezione di organizzazione del lavoro. Eppure sbaglia chi pensa che Gallo manca di riflessi rapidi. Quando s’imponga una decisione immediata qualsiasi, anche importante e di grande responsabilità, Gallo sa prenderla senza esitare”. Le Brigate Internazionali arruoleranno complessivamente 50 mila volontari di 53 diversi Paesi raccolti in 14 Brigate guidate dal generale russo Emil Klèber.

 

2.5 – Altro merito di Longo fu quello di ottenere che le BI non diventassero una organizzazione militare separata dall’esercito regolare spagnolo e, di conseguenza, che in ogni brigata vi fosse una aliquota di combattenti spagnoli: in questo modo riuscì ad amalgamare combattenti di paesi, lingue e storie diverse e a rafforzarne lo spirito di fraternità. La presenza di volontari italiani in Spagna fu la più rilevante tra tutte le altre.  Nell’organizzazione militare Longo assunse inizialmente il ruolo di Commissario del Battaglione Garibaldi (il nucleo attorno al quale si formerà la XII Brigata poi chiamata anch’essa Garibaldi) che riceverà il battesimo di fuoco molto presto (il 13 novembre) a Cerro de Los Angeles, sul fronte di Madrid. Successivamente gli venne affidato l’incarico di Ispettore Generale di tutte le BI e dei servizi sanitari internazionali.

2.6 - Il Battaglione Garibaldi si distinse particolarmente della battaglia di Guadalajara (8-25 marzo 1937), una delle più importanti della guerra civile, che registrò la vittoria degli antifascisti con una vastissima eco in tutto il mondo. In quella battaglia circa 50 mila miliziani franchisti (di cui 30 mila costituiti da “legionari” italiani, guidati dal generale Roatta) furono contrastati e battuti da due divisioni repubblicane (circa 6 mila soldati della “milicia popular”) alle quali si aggiunse, agli ordini del comunista Ilio Barontini, il Battaglione Garibaldi che fu scelto per l’attacco frontale di sfondamento delle linee nemiche. E’ in quella circostanza che fece l’ingegnosa comparsa una efficace forma di propaganda (l’Altavoz del frente) attraverso cui – con proclami scanditi in italiano – fu portato scompiglio nelle divisioni fasciste che non si aspettavano di trovarsi a combattere contro altri italiani. Una trovata di grande efficacia fu anche quella del “lasciapassare per tutti i soldati italiani” per favorire la diserzione – che fu consistente - nelle file fasciste. Si trattò in sostanza di un riuscito esempio di “guerra psicologica” che testimonia l’abilità strategica di Longo e del gruppo di dirigenti comunisti che lo affiancavano.

 

2.7 -  Dopo la decisione del governo spagnolo di sciogliere le BI, Longo rimase in Catalogna fino al febbraio del 1939 insieme ad un piccolo gruppo di comunisti italiani tra i quali Giuliano Pajetta e Vittorio Vidali, più conosciuto in Spagna come il Comandante Carlos Contreras che aveva costituto e guidato il V reggimento dell’esercito repubblicano (chiamato il Reggimento di ferro).

 

 

 

 

1.2 - Nel febbraio 1936 le elezioni spagnole avevano, dunque, consegnato la vittoria al Fronte Popolare; una vittoria resa possibile dall’apporto determinante di anarchici e comunisti che, tuttavia, non presero inizialmente parte al governo il quale, comunque, riuscì ad avviare subito importanti riforme progressiste. In quella vittoria concorsero due elementi di novità: la nuova legge elettorale di tipo maggioritario che assegnava alla coalizione vincente la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari (il Fronte Popolare ottenne il 48% dei voti contro il 46% del centrodestra) e l’applicazione della cosiddetta “direttiva Dimitrov” con la quale l’Internazionale Comunista (IC) indicava alle sinistre europee la necessità di dar vita ai Fronti Popolari  con la partecipazione diretta dei comunisti nei governi in caso di vittoria. Quel risultato elettorale coglieva impreparate le cancellerie europee; si trattava di un successo la cui onda lunga avrebbe potuto produrre effetti emulativi negli altri paesi, come avvenne effettivamente in Francia dove, di lì a poco nel maggio 1936, un’analoga alleanza vinse le elezioni insediando a capo del governo il socialista Léon Blum. In rapidissima successione,  nel paese transalpino, si affermarono conquiste sociali per quei tempi inimmaginabili che preoccuparono i governi conservatori: le 40 ore, il diritto alle ferie retribuite, i contratti collettivi nazionali, il riconoscimento dei delegati sindacali di fabbrica.

 

1.3 - La Spagna aveva aperto una strada e, dunque, quella strada doveva essere rapidamente sbarrata. D’altra parte la Spagna non era la Francia; troppo diverse le due storie politiche e sociali. Le prime elezioni spagnole, infatti, si erano svolte nel 1930 dopo un lungo periodo di monarchia assoluta e la dura dittatura di Primo De Rivera. Si trattava, quindi, di una democrazia ancora fragile ed incerta nella quale le stesse organizzazioni politiche e sindacali erano troppo deboli, per giunta in un Paese la cui cultura dominante era ancora intrisa di clericalismo oscurantista. Era soprattutto nell’esercito, però, il punto debole del nuovo governo poiché esso era ancora quasi interamente sotto il controllo dei generali di fede monarchica.

 

1.4 - Il 18 luglio, sostenuta dagli stati fascisti europei, scoppiava la rivolta dei “quattro generali” - capeggiata dal generale Françisco Franco di stanza in Marocco- che di lì a tre anni condurrà la Spagna nella lunga notte della dittatura (che durerà fino al 1975) e l’Europa nel baratro della guerra. Il conflitto spagnolo fu anche teatro del primo scontro armato tra fascismo ed antifascismo, con la partecipazione di molti intellettuali di ogni parte del mondo e con gli italiani impegnati in entrambi i fronti. La “guerra di Spagna” iniziò come guerriglia di popolo in tutte le principali città per opporsi al tradimento dei generali e di gran parte dell’esercito (la marina restò fedele alla repubblica). A fianco dei “repubblicani” si schierarono Urss, Messico e, a fasi alterne, Francia mentre Italia, Germania e Portogallo si schierarono con i “nazionalisti”. Il Vaticano si schierò immediatamente con Françisco Franco e le sue “falangi”.  Nel 1936 si scontrarono, quindi, due Spagne, quella popolare, moderna e quella arretrata, in parte borghese ed in parte ancora feudale e clericale.

 

1.5 - Nel settembre 1938, mentre ancora infuriava la decisiva battaglia dell’Ebro, il governo spagnolo, su pressioni delle “democrazie” europee annunciò alla Società delle Nazioni la decisione di ritirare dal fronte tutti i volontari che tre anni prima si erano organizzati nelle Brigate Internazionali (BI) in difesa della repubblica spagnola. L’instaurazione della dittatura franchista, fondata sul potere del “Caudillo” e sulla repressione degli oppositori, causò la morte di 200 mila antifascisti e centinaia di migliaia di condannati a pene varie, oltre a 300 mila esiliati.

 

2.1 - La “direttiva Dimitrov” era stata emanata dall’IC - come si è detto - per indicare ai partiti aderenti la necessità di unire le forze, anche sul piano elettorale, allo scopo di contrastare più efficacemente la fascistizzazione del continente europeo. Luigi Longo (Gallo) era membro della Commissione Politica della IC dal 1933. L’anno successivo firmerà in Italia (insieme a Di Vittorio e Gennari) il patto di unità d’azione tra il PCI ed il PSI (rappresentato da Nenni, Saragat e Buozzi). Il cammino dei Fronti Popolari sin dall’inizio fu però tutt’altro che agevole.

 

2.2 - Allo scoppio dell’insurrezione falangista Longo collaborò, a Parigi, alla nascita del Comitato di Aiuto al Popolo Spagnolo e, subito dopo, si arruolò volontario nelle formazioni repubblicane dove già operavano altri antifascisti italiani. Comprese immediatamente che in Spagna stava accadendo qualcosa che avrebbe avuto forti ricadute sulla situazione in Italia. In effetti, prima di quel luglio 1936, la gioventù italiana non aveva avuto alcun contatto con il mondo della democrazia. Gli antifascisti italiani si trovavano quasi tutti all’estero quando non erano in prigione o al confino; in ogni caso essi erano privi della possibilità di veicolare le idee antifasciste ad una platea vasta e potenzialmente recettiva come era quella giovanile che aveva conosciuto solo l’esperienza del fascismo. Pochissimi giovani in Italia riuscivano a sapere qualcosa che non fosse fascismo. Ora dalla Spagna, attraverso la radio, giungevano le prime voci non fasciste: si disvelava la realtà di un mondo ben diverso da quello descritto dalla totalizzante propaganda di regime.

 

2.3 – Longo, insieme ad André Marty (segretario del PCF) e a Giuseppe Di Vittorio, fu incaricato dalla IC di organizzare le Brigate Internazionali in aiuto della Repubblica spagnola. Assunse subito un ruolo centrale non solo sul piano politico ma anche nell’organizzazione militare dei volontari antifascisti. Il problema impellente era infatti quello di organizzare un esercito moderno e disciplinato e di coordinare la grande adesione popolare da ogni continente in difesa della repubblica e della democrazia. Longo si rivelò, in effetti, l’uomo giusto; in pochissimo tempo riuscì a gettare le basi di un accordo con le autorità politiche e militari spagnole, riuscendo anche nell’altro delicato compito di garantire la massima rappresentatività unitaria sia nella composizione delle formazioni militari che nei diversi gradi della catena di comando nonostante fosse evidente la forte prevalenza comunista tra le migliaia di volontari stranieri. Con spirito pratico e le riconosciute doti umane, Longo riuscì a stemperare le asprezze inevitabili in quel contesto ma anche a contrastare le costanti e pericolose tendenze al settarismo. Il futuro promotore e comandante delle Brigate Garibaldi (il fulcro della resistenza armata in Italia) traeva dalla guerra di Spagna una preziosa esperienza che metterà a frutto nella lunga lotta di liberazione nazionale contro l’occupazione tedesca e contro i fascisti della repubblica di Salò.

 

2.4 - Per delineare le caratteristiche umane ed organizzative di Longo valga la descrizione che Velio Spano ne fece descrivendo “il comandante Gallo” nel corso degli asprissimi combattimenti nei pressi del fiume Jarama: “E’ l’uomo che non ha mai fretta. Metodico, preciso, Gallo fa una cosa per volta e finisce per fare tutto e bene. La sua attività è una perpetua lezione di organizzazione del lavoro. Eppure sbaglia chi pensa che Gallo manca di riflessi rapidi. Quando s’imponga una decisione immediata qualsiasi, anche importante e di grande responsabilità, Gallo sa prenderla senza esitare”. Le Brigate Internazionali arruoleranno complessivamente 50 mila volontari di 53 diversi Paesi raccolti in 14 Brigate guidate dal generale russo Emil Klèber.

 

2.5 – Altro merito di Longo fu quello di ottenere che le BI non diventassero una organizzazione militare separata dall’esercito regolare spagnolo e, di conseguenza, che in ogni brigata vi fosse una aliquota di combattenti spagnoli: in questo modo riuscì ad amalgamare combattenti di paesi, lingue e storie diverse e a rafforzarne lo spirito di fraternità. La presenza di volontari italiani in Spagna fu la più rilevante tra tutte le altre.  Nell’organizzazione militare Longo assunse inizialmente il ruolo di Commissario del Battaglione Garibaldi (il nucleo attorno al quale si formerà la XII Brigata poi chiamata anch’essa Garibaldi) che riceverà il battesimo di fuoco molto presto (il 13 novembre) a Cerro de Los Angeles, sul fronte di Madrid. Successivamente gli venne affidato l’incarico di Ispettore Generale di tutte le BI e dei servizi sanitari internazionali.

 

2.6 - Il Battaglione Garibaldi si distinse particolarmente della battaglia di Guadalajara (8-25 marzo 1937), una delle più importanti della guerra civile, che registrò la vittoria degli antifascisti con una vastissima eco in tutto il mondo. In quella battaglia circa 50 mila miliziani franchisti (di cui 30 mila costituiti da “legionari” italiani, guidati dal generale Roatta) furono contrastati e battuti da due divisioni repubblicane (circa 6 mila soldati della “milicia popular”) alle quali si aggiunse, agli ordini del comunista Ilio Barontini, il Battaglione Garibaldi che fu scelto per l’attacco frontale di sfondamento delle linee nemiche. E’ in quella circostanza che fece l’ingegnosa comparsa una efficace forma di propaganda (l’Altavoz del frente) attraverso cui – con proclami scanditi in italiano – fu portato scompiglio nelle divisioni fasciste che non si aspettavano di trovarsi a combattere contro altri italiani. Una trovata di grande efficacia fu anche quella del “lasciapassare per tutti i soldati italiani” per favorire la diserzione – che fu consistente - nelle file fasciste. Si trattò in sostanza di un riuscito esempio di “guerra psicologica” che testimonia l’abilità strategica di Longo e del gruppo di dirigenti comunisti che lo affiancavano.

 

2.7 -  Dopo la decisione del governo spagnolo di sciogliere le BI, Longo rimase in Catalogna fino al febbraio del 1939 insieme ad un piccolo gruppo di comunisti italiani tra i quali Giuliano Pajetta e Vittorio Vidali, più conosciuto in Spagna come il Comandante Carlos Contreras che aveva costituto e guidato il V reggimento dell’esercito repubblicano (chiamato il Reggimento di ferro).

 

 

 

 



“Auguri per la giornata dell'8 marzo”


di Jabbar M. Hassan - Associazione Rifugiati Politica

L'8 marzo sarà una giornata di protesta contro la discriminazione della donna,e sarà anche la giornata per la libertà e l'uguaglianza. Purtroppo finora le nostre sorelle, madri, mogli , amiche, non hanno gli stessi pochi diritti che hanno gli uomini, in questo mondo basato sul profitto.
Anche nei paesi così detti avanzati ci sono situazioni di forte degrado: prostituzione, sfruttamento del lavoro domestico, disoccupazione, violenze familiari ecc.., ma ci sono anche altre zone del mondo dove la donna vive molto male: sono i luoghi dove non ha gli stessi diritti rispetto all'uomo per viaggiare, per il lavoro, per vestire, per educazione, per i diritti economici , culturali, politici e personali. Inoltre attraverso le leggi religiose le donne vengono uccise per lapidazione in seguito ad adulterio, per onore della famiglia vengono uccise per impedire che si scelgano un compagno per amore. Per questo chi difende i diritti di uguaglianza tra uomini e donne deve opporsi a questa situazione, come affrontiamo qualsiasi persona che impedisce a tutti di accedere alla sanità, come affrontiamo chi non lascia arrivare un malato all'ospedale o non lascia le persone studiare, o come combattiamo qualsiasi persona che ruba i beni collettivi della società. È compito di chi difende i diritti di uomini e donne affrontare queste forze retrograde. L'uguaglianza tra uomini e donne deve diventare una legge per tutto il mondo, perché i diritti della donna sono diritti universali.

La situazione in Iraq è molto buia, e le prime vittime di questa situazione sono le donne che sono chiuse in casa come prigioniere di guerra a causa della grave situazione di violenza e delle forze dell'islam politico poiché subiscono violenze, stupri, rapimenti, e sono loro negati tutti i diritti: da quelli economici a quelli civili, fino ad arrivare a quelli familiari. Quest'anno l'otto marzo deve diventare la giornata per difendere i diritti delle donne irachene, per cambiare la costituzione islamica in direzione di una costituzione laica non religiosa e non nazionalista, che si basi sull'uguaglianza di uomini e donne. Questa giornata deve essere anche la giornata di protesta contro Bush e Blair che hanno portato il governo islamico al potere in Iraq.

Auguri a tutti gli uomini e le donne che combattono per la libertà e l'uguaglianza!



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Juntos Podemos, la più ampia alleanza realizzata dalla sinistra cilena dai tempi di Allende. Costruire un’alternativa è possibile

di Tiziana De Florio

Juntos Podemos è il nome del fronte elettorale dei partiti pacifisti, nonviolenti e di sinistra che è stata la sorpresa delle elezioni municipali cilene del 31 ottobre scorso. In un clima politico assolutamente bipolare il fronte costituiva la terza forza, nata dalla campagna "Il Cile dice no alla guerra"  e promossa dal Partito Umanista cileno, insieme al Partito Comunista, alla Sinistra Cristiana, al MIR e a molte altre forze politiche e sociali, a organizzazioni sindacali, ecologiste, professionali e per la difesa dei diritti umani.

Il "Podemos" (Poder democratico social, ma anche “possiamo” in spagnolo) ha preso oltre  mezzo milione di voti, pari al 9.14%, eleggendo così 90 consiglieri comunali e 4 sindaci; all'interno della coalizione il Partito Umanista ha triplicato i suoi voti ed ottenuto 40 consiglieri (alle elezioni precedenti ne aveva eletti 3).

Ma al di là dei risultati, che hanno superato le stesse aspettative dei protagonisti, il PODEMOS è molto di più di un patto elettorale: riunisce infatti in un movimento politico-sociale di livello nazionale tutti i settori di sinistra, alternativi e progressisti, disposti a sottoscrivere 4 punti fondamentali:

  • Il rifiuto di ogni forma di dittatura (anche quella del proletariato) e il sostegno alla democrazia reale e al pluralismo politico.
  • l'opposizione al neo-liberismo e a qualsiasi altro modello che sia espressione del capitalismo, ma anche di una forma statale centralizzata.
  • il superamento di ogni forma di violenza e l'adozione della nonviolenza attiva come strumento di lotta sociale.

·         il rispetto e la valorizzazione della diversità personale, culturale e ideologica.

Ancora prima delle elezioni, la creazione delle sedi locali del Podemos in tutto il paese è diventata l'occasione perché si creasse un'ondata di entusiasmo dilagante e si avvicinasse molta gente, singoli individui e organizzazioni di base che avevano perso la speranza nella possibilità di una terza forza al di fuori del rigido sistema bipolare. Secondo le parole più volte ripetute da molti di questi militanti, "finalmente si può ricominciare a sognare".

La stampa, che aveva praticamente ignorato il Podemos per tutta la campagna elettorale, in seguito gli ha dedicato ampio spazio e ha dovuto riconoscere la sua indiscutibile vittoria.

Nel giugno 2005 il Podemos ha scelto come candidato alle elezioni presidenziali, previste in dicembre, l’umanista Tomas Hirsch. Molte organizzazioni si sono unite all’alleanza, fino ad arrivare a comprendere una cinquantina di forze sociali, culturali, etniche, sindacali e ambientaliste. E’ iniziata così una campagna elettorale capillare, con giri in tutto il paese e la partecipazione a innumerevoli incontri pubblici nelle università, nei quartieri e in tutti i settori sociali. Per la prima volta un rappresentante della sinistra “extraparlamentare” ha potuto partecipare ai dibattiti televisivi, fino ad allora dominio esclusivo dei candidati di centro-destra e centro-sinistra, ottenendo un enorme impatto soprattutto sui giovani.

Juntos Podemos rappresenta per molti versi la continuazione dell’esperienza di Allende e dell’Unidad Popular: durante la campagna elettorale si sono tenute numerose iniziative in questo senso,  tra cui un omaggio al presidente ucciso nel golpe del ’73, con l’impegno a continuare la sua opera rimasta incompiuta. Proprio questo impegno ha condotto alla brutale repressione subita da Tomas Hirsch e da un gruppo di familiari di desaparecidos, dispersi con gli idranti e i manganelli e arrestati mentre protestavano pacificamente per la riduzione delle pene ai militari condannati per violazione dei diritti umani durante la dittatura e per la prospettiva di una “ley de punto final”, che bloccherebbe i processi ai torturatori e agli assassini.

All’inizio di novembre Tomas Hirsch ha partecipato all’enorme manifestazione contro Bush e al Vertice dei popoli a Mar del Plata, in Argentina, dove ha incontrato il presidente del Venezuela Chavez e il leader boliviano (ora presidente) Evo Morales.

Alle elezioni di dicembre Juntos Podemos Mas ha preso il 5,39% per il candidato a presidente Tomas Hirsch, il 7,38% alla Camera (con punte, in alcuni distretti, del 14 e 15%) e il 5,98% al Senato, ma grazie all’iniquo sistema elettorale cileno non ha avuto nessun eletto.

Ciononostante Tomas Hirsch è ormai un forte riferimento per moltissimi cileni, soprattutto giovani e Juntos Podemos si è affermato come terza forza alternativa ai due poli di centro destra e centro sinistra. Quest’esperienza lancia un segnale di speranza che va ormai molto al di là dei confini del Cile e costituisce una fonte d’ispirazione per tutti coloro che sognano un profondo rinnovamento sociale e politico.

 

Per diffondere questa esperienza in Europa, la Regionale Umanista Europea ha invitato Hirsch a compiere un lungo viaggio in dodici paesi (Italia, Spagna, Portogallo, Francia, Inghilterra, Olanda, Belgio, Germania, Repubblica Ceca, Grecia, Svezia e Danimarca). Tra la fine di marzo e l’inizio di maggio del 2006 Tomas Hirsch parteciperà a conferenze, dibattiti e tavole rotonde, concederà interviste a giornali, radio e televisioni e incontrerà tutti quelli che anche in Europa aspirano a costruire una terza forza alternativa.

Gli appuntamenti italiani sono:

  • Milano

20.3. ore 21, Camera del Lavoro, C.so di Porta Vittoria 43

“Soffiano nuovi venti in America Latina”. Intervengono Tomas Hirsch, Rodrigo Vergara (Arcoiris tv) e Giorgio Schultze (Presidente della Regionale Umanista Europea)

  • Sesto San Giovanni (Mi)

21.3 ore 20,30 Spazio Contemporaneo, via Dante 6

“Juntos Podemos raccoglie l’eredità di Allende”.

Intervento di Tomas Hirsch e proiezione del film “S. Allende” di Patricio Guzman

  • Torino

22.3, ore 21, Centro servizi per il volontariato, via Toselli 1.

“Esperienze di democrazia partecipata”. Intervengono Tomas Hirsch, Marco Revelli (scrittore), Alberto Perino (No Tav) e Angelo Tartaglia (docente universitario).

  • Roma

27.3, ore 17, Antica Libreria Croce, Corso Vittorio Emanuele II 158

“Nuovi venti della sinistra: l’esperienza latino-americana”. Intervengono Rodrigo Chaves Samudio (Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia), Isabel Cadima Paz (Consigliere Incaricato d’Affari in Italia della Repubblica di Bolivia), Loredana Cici (Presidente dell’Internazionale Umanista), Tomas



Informazione, cultura, cambiamento.

di Giovanni Morsillo

 

A forza di introiettare menzogne, finisce che ci si crede. L’esplosione inaudita ed inedita dell’informazione embedded resa possibile dalla combinazione delle nuove tecnologie con il riassetto del dominio in mano alle classi privilegiate, ossia quell’informazione sottomessa alle gerarchie economiche, militari e politiche (intendendo con quest’ultimo termine anche alcune religioni influenti) che costituiscono il nuovo assetto mondiale del “post-novecento” ha ormai sfondato ogni muro di resistenza psicologica e di preoccupazione per la verità. Desta un certo sgomento misto a meraviglia constatare ad ogni dibattito, ad ogni occasione di confronto o di semplice discussione all’ora del caffè, come la famigerata “gente” sia ormai convinta di cose che non hanno alcun riscontro se non nella versione addomesticata dell’informazione di massa. Ad esempio, praticamente tutti pronunciano opinioni sotto forma di vere e proprie sentenze quando si discute di fatti a loro assolutamente ignoti, e lo fanno con la sicurezza di chi ha studiato a fondo e conosce i dettagli del caso. Però, se dopo aver ascoltato una di queste sequele di sentenziose sciocchezze provate a domandare qualcosa di più preciso, tutti rimangono attoniti, e balbettano qualche scusa debolissima per giustificare il loro imbarazzo. Così, se dopo che vi hanno spiegato con qualche slogan che la guerra in Iraq è giusta e democratica perché Saddam opprimeva il suo popolo ed era una grave minaccia per la nostra civiltà, che bisogna ringraziare gli americani perché ristabiliscono ovunque necessario le condizioni di vita democratica e civile, se dopo aver sentito narrare dettagli inesistenti o parziali sulle eroiche gesta delle nostre truppe a favore delle popolazioni selvagge e dedite all’odio in nome di un dio falso, provate a chiedere dove si trovi l’Iraq, con chi confini, chi lo abiti, se Saddam sia uno sciita o un sunnita o altro, e che cos’è un sunnita o uno sciita e che differenza c’è fra la Giordania e la Siria o se bin Laden sia un irakeno e dove prende i soldi, nessuna di queste domande avrà risposta, almeno nel 98% dei casi.

Ora, se si pensa che un popolo possa schierarsi dopo essersi fatta un’opinione in questo modo, essendo orientato dall’arma di distruzione di massa che chiamiamo televisione, si capirà meglio anche come mai le nostre democrazie tirano il fiato. Dove sono finite le grandi stagioni di mobilitazione di massa come quelle sul Vietnam e sul disarmo atomico di qualche decennio fa? Dov’è, oggi, quella smania di protagonismo che rendeva le masse popolari attrici e non spettatrici dei processi che attraversavano il mondo? Oggi se ne trova testimonianza nei paesi emergenti, dall’America Latina all’Africa a parte del mondo arabo, ma tutto questo viene visto nello spocchioso Occidente solo come atto di indisciplina, di ingenerosa insubordinazione di popoli apertamente giudicati “inferiori” e per questo non capaci di autodeterminarsi. Si sorvola sul fatto che spesso la mancanza di alcune acquisizioni moderne in quei paesi o continenti è determinata dalla loro storia di soggezione al colonialismo, all’imperialismo e ad ogni forma di vessazione, comprese la schiavitù e l’apartheid. Come pensare che generazioni di quarantenni che non hanno mai vissuto un giorno di pace o di autonomia (ad esempio i Palestinesi) possano essere dottamente erudite sulla bontà della democrazia parlamentare borghese nata da secoli di elaborazione teorica di raffinati intellettuali e movimenti di massa e guerre d’indipendenza e rivoluzioni nelle società economicamente più avanzate? Per non parlare del fatto che, anche quando questo miracolosamente avviene (grazie alla lungimiranza e alla dedizione di gruppi dirigenti particolarmente qualificati, come quelli facenti capo a Mandela o Arafat) se ne valutano i risultati non in funzione degli interessi globali di pace, cooperazione e reciproca convenienza fra i popoli, ma rispetto alle conseguenze che possono avere per gli interessi delle multinazionali di turno. Con queste premesse si finisce per intervenire “umanitariamente” per rimuovere ostacoli alla rendita dell’opulenta società dei consumi.

Ma quello che ci interessa qui sottolineare è che tutto ciò è possibile per quanto dicevamo in premessa, e cioè per il fatto che la lotta per impedire la barbarie è sempre più riservata a ristrette avanguardie, stenta a diventare di massa e quando lo diventa (movimento contro la guerra in Iraq, lotte contro le privatizzazioni delle risorse e dei servizi, ecc.) lo fa purtroppo per brevi stagioni e su singole tematiche. Esaurita la spinta momentanea dovuta al determinarsi di condizioni particolarmente critiche in un certo ambito, sia che si raggiungano obiettivi e risultati consistenti, sia che si rimanga sconfitti, i movimenti rifluiscono e si carsificano trasformandosi in arcipelaghi di gruppuscoli che non possono far molto per proseguire la battaglia.

Una certa idea di politica leggera, insieme ai pessimi esempi di corruzione, di approssimazione, di carrierismo e anche di tradimento fornito da una parte dei gruppi dirigenti un po’ ovunque, il disfacimento delle tradizionali organizzazioni di massa per non aver saputo dare risposte all’avanzare di nuove condizioni dello sviluppo economico e sociale, hanno dato origine all’abbandono del terreno di lotta e di intere forze sociali a sé stesse. Tali forze sterminate riescono a trovare in sé stesse la capacità di organizzarsi e dotarsi degli strumenti di lotta che ritengono più autonomi, ma non sanno ancora darsi un programma complessivo e di governo del cambiamento. Alcune realtà sono già ad una fase successiva, e dimostrano capacità di vere e proprie forze rivoluzionarie, nel senso che hanno chiaro un progetto di società alternativo e praticano la lotta per realizzarlo, non rifuggendo il terreno istituzionale. L’America Latina sta dando una grandiosa lezione in merito, ma anche in Africa e in Asia alcune importantissime novità si profilano e si realizzano.

Noi pensiamo che il ruolo della politica, e per quanto ci riguarda della sinistra, dei partiti e delle organizzazioni che fanno riferimento al mondo del lavoro e della solidarietà, sia quello di interloquire seriamente con queste forze, anche se spesso si fa fatica ad individuarne i contorni ed i referenti, per ricostruire un rapporto di fiducia e fondare una nuova idea della rappresentanza. Ma per fare questo bisogna che si esca dalle logiche del leaderismo, dell’autoreferenzialità e si entri invece di nuovo nella cultura dell’intellettuale organico capace di sconfiggere i piani reazionari di chi oggi domina attraverso la potenza mediatica il consenso e riesce ad isolare il pensiero critico in riserve indiane sempre più anguste e asfittiche. In questo senso la cultura e l’informazione giocano oggi un ruolo essenziale non solo per la promozione umana e lo sviluppo della civiltà in senso lato, ma come condizione necessaria per fondare un nuovo pensiero ed una nuova iniziativa di cambiamento e di umanizzazione della società. Le speranze dei grandi movimenti degli anni ’70 sono andate ampiamente deluse, ma la sbornia ideologica della fine della storia ha fatto presto a diradare i suoi fumi. Un nuovo futuro si intravede ed i segnali sono molteplici e netti. Se avremo la fortuna (e la lungimiranza) di selezionare dei gruppi dirigenti adeguati, e se gli intellettuali torneranno a fare il loro mestiere, forse si può aprire una nuova stagione di progresso ed un nuovo internazionalismo che abbia il volto del mondo di oggi.



INTERVISTA A IGNACIO RAMONET

di Catia Funari e Stefania Russo
(Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, Circolo Roma)

C. F.: Il caso dei Cinque cubani detenuti nelle carceri degli Stati Uniti non riguarda esclusivamente i governi cubano e nordamericano. I Cinque oggi si trovano in prigione per voler difendere i principi di libertà, giustizia e sovranità – valori universali, sacri per tutti i paesi del mondo. Non crede che l’Europa dovrebbe riflette sul fatto che ancora oggi questi principi sono messi in discussione e che per difenderli a volte bisogna patire la prigione come stanno facendo i Cinque?

I. R.: Il caso dei Cinque è semplicemente scandaloso per varie ragioni. Primo, perché da parte dei media europei è in atto un boicottaggio generale, né sui giornali, né alla radio, né in televisione si parla di questa storia. Effettivamente ci troviamo di fronte a un caso totalmente censurato. Secondo, perché stiamo vivendo una fase storica in cui tutti i giorni ci ripetono che la guerra principale è quella contro il terrorismo. Gli USA stanno insistendo sul fatto che bisogna fare la guerra al terrorismo, comunque e dovunque sia. Lo stesso Bush ha detto che chi aiuta il terrorismo, per esempio ospitandolo, è terrorista esattamente come colui che mette una bomba. Con queste parole il presidente degli Stati Uniti sta legittimando il lavoro dei Cinque, cioè cercare di individuare le organizzazioni che praticano il terrorismo. In realtà, tutto questo dimostra che per gli Stati Uniti e per moltissime altre persone esiste un terrorismo buono, che serve agli interessi degli Stati Uniti e uno cattivo, che attacca gli stessi interessi. E questo le persone di buona volontà non lo possono accettare: il terrorismo è male, sempre.

S.R.: E l’Europa dove sta.

I.R.: L’Europa è assente, bisogna dirlo. Riguardo al caso dei Cinque, l’Europa è schierata con gli Stati Uniti, e in particolare sulle problematiche cubane, l'Europa non vuole considerare la specificità del caso cubano, la specificità del terrorismo sponsorizzato dagli USA contro Cuba. È evidente che è sensibile solo al terrorismo, diciamo, islamico. Al terrorismo internazionale, come oggi viene chiamato questo fenomeno.

S.R.: Qual’è la differenza tra la politica nei confronti di Cuba del democraticissmo John Kennedy e quella dell’ultra conservatore, reazionario George W. Bush. In fondo è durante l’amministrazione Kennedy che, dal trionfo della rivoluzione, Cuba ha vissuto la sua fase più critica. E non mi riferisco alla crisi di ottobre, ma piuttosto al tentativo di invasione dell’Isola con lo sbarco nella Baia dei Porci.

I. R.: Qui stiamo parlando di storia. E la storia ci dice due cose: il presidente Kennedy quando lancia l’operazione “Playa Girón”, sta lanciando un piano che non ha elaborato la sua amministrazione, ma quella precedente alla sua, l’amministrazione di Eisenhower. Evidentemente Kennedy, essendo un presidente insediatosi da poco, ancora non possiede l’autorità per dissuadere la realizzazione di quella operazione. Ma possiamo dire che ordina alle forze statunitensi presenti nelle acque circostanti la Baia, in particolare portaerei, di non partecipare allo sbarco.

Inoltre oggi sappiamo con certezza che Kennedy voleva mandare un messaggio a Fidel Castro per stabilire un altro tipo di relazione con lui. Abbiamo molte testimonianze che lo dimostrano. Pertanto la posizione di Kennedy anche se quantitativamente sembra più importante, le stesse autorità cubane pensano che, dopo la crisi, con lui si sarebbero potuti stabilire altri tipi di rapporti.   

S.R.: Che succederà a Posada Carriles? Se riuscirà a circolare di nuovo liberamente, l’attività terroristica contro Cuba si intensificherà?

I.R.: Credo che sarebbe molto difficile. Posada Carriles ormai è un terrorista in pensione. Ha ottant’anni, ha un cancro alla pelle. Non stiamo parlando di Posada Carriles come persona ma di ciò che rappresenta, cioè di un uomo che ha passato quasi cinquant’anni praticando il terrorismo contro Cuba con l’aiuto degli Stati Uniti e che questo fatto non è riconosciuto, con la complicità di molti paesi come Panama o Messico che ha dato a Posada Carriles il permesso di passare per poter raggiungere gli Stati Uniti. Ricordiamo che Posada Carriles non possiede la nazionalità nordamericana. E comunque io credo che gli USA lo proteggeranno, perché è un loro agente. Forse per gli Stati Uniti la cosa migliore sarebbe che Posada Carriles morisse. Pertanto è possibile che facciano in modo che questo accada.

S. R.: Zapatero da una parte ritira le truppe dall’Iraq, dichiarandosi giustamente contro l’occupazione, e dall’altro a Melilla, antica conquista, intensifica le guardie di frontiera spagnole che possono anche sparare contro i sub-sahariani che tentano di scavalcare il doppio filo spinato. Che ne pensa.

I.R: Non c’è nessuna relazione tra una cosa e l’altra. Io non credo che il governo abbia dato l’ordine di sparare contro gli immigranti.

S.R.: Ma di rinforzare la guardia sì.  

I.R.: Rinforzarla sì, che fa parte di una politica europea che naturalmente noi critichiamo. Il fatto di intensificare il controllo della baia, il fatto di respingere con questa violenza gli immigranti richiama un problema che va oltre Zapatero, perché Zapatero, allo stesso tempo, ha anche concesso permessi di soggiorno a più di 800 000 immigranti. E questa è la contraddizione che la destra rimprovera a Zapatero; cioè di concedere il permesso di soggiorno a 800 000 immigranti spingendo le persone ad entrare in Spagna, attraverso Melilla. Se non concedesse tutti questi permessi non ci sarebbero tutte queste persone che tentato di entrare a Melilla. Ma io credo che ci sia una certa coerenza nel governo di Zapatero, anche se nessuna persona che abbia buon senso può essere d’accordo con questa politica. D’altra parte non si possono aprire le frontiere. Nessun paese responsabile potrebbe aprirle.

S.R.: Aprire le frontiere è una cosa, sparare contro chi cerca di scavalcarle è ben altra. Io ho visto immagini in cui i soldati di Zapatero sparano contro gli immigranti.

I.R.: Non so se li ha visti sparare, forse li ha visti picchiare. Tra l’altro c’è in corso un dibattito su chi sia stato a sparare, se la parte marocchina o quella spagnola. In ogni caso non si può accusare Zapatero di aver ordinato di sparare, affermarlo sarebbe irresponsabile. Zapatero non ha ordinato di sparare. I militari che ha collocato lungo la baia non sono dotati di armi. La polizia è armata, non è la stessa cosa. E la polizia non ha ordini di sparare, ha l’ordine di respingere, altrimenti  sarebbe stato un tremendo massacro. Ci sono stati dei morti, credo cinque o sei al massimo. Ma il problema sta nella politica di sicurezza che si sta mantenendo. Una politica che va oltre la politica del governo francese, spagnolo o italiano. Qual’è la politica dell’Unione Europea nei confronti dell’Africa e dell’immigrazione? Questa politica non è chiara, perché i vari governi non seguono la stessa politica. Bisogna prima di tutto lanciare una massiccia campagna di aiuto all’Africa, che parli del piano Marshall per l’Africa, e metterla in atto. L’Africa non può rimanere così com’è. Se domani in Africa arriva la febbre aviaria che succederà, già in quel continente impera l’AIDS e ogni altro tipo di calamità. Qui in Italia state vivendo l’allarme aviaria e l’Italia è uno dei paesi più ricchi del mondo. Immaginatevi se l’aviaria arrivasse in Nigeria. Ovviamente il virus muterebbe arrivando in Africa e diventerebbe una calamità per il mondo intero. L’idea di abbandonare l’Africa, questo sì che è un crimine orribile. Tutto il resto sono solo delle conseguenze di questo crimine.

S.R.: Lei crede nella politica di Zapatero?

I. R.: La politica di Zapatero presenta due aspetti. Uno che riguarda la società. Io penso che la decisione di ritirare le truppe dall’Iraq sia una risposta ad una richiesta molto forte della società. La questione di concedere il permesso di soggiorno agli immigranti. La questione di rivedere lo statuto della Catalonia, o domani quello Basco. La questione del matrimonio omosessuale. La questione della restituzione dell’archivio alla Catalonia. Tutto questo mi sembra molto positivo. L’altro aspetto della politica di Zapatero riguarda invece la politica economica che è una politica neoliberale, identica a quella di tanti altri paesi e questo merita una riflessione sicuramente più critica.

Ignacio Ramonet è nato in Spagna nel 1943. Ha studiato semiologia e storia culturale alla Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (Parigi). È attualmente professore di Teoria della Comunicazione all’università Denis-Diderot di Parigi (Paris VII) e professore associato all’Università Carlos III di Madrid e all’università di San Pietroburgo. È inoltre direttore del mensile francese Le Monde Diplomatique.

 

 

 

 



AMERICA LATINA: LABORATORIO DELLA SINISTRA DEL 2000

di David Insaidi

Oggi giorno il continente latinoamericano si sta sempre più caratterizzando come un vero e proprio laboratorio politico per la sinistra. In questi ultimi anni, in nessuna parte del globo la sinistra è così vivace ed intraprendente come da queste parti. Questa vitalità lascia ben sperare per lo sviluppo politico mondiale dei prossimi decenni.

Cominciamo subito a dire, intanto, che la sinistra nei vari paesi latinoamericani – mi riferisco soprattutto a quella dei paesi dove è andata al governo- è molto lontana dall’essere omogenea. Di certo non si può paragonare, tanto per fare un esempio, un Chàvez o un Fidel Castro a un Lula o a una Bachelet.

Le varie differenze non dipendono, però, soltanto da una diversa impostazione ideologica, ma possono essere a volte anche il frutto di differenti contesti.

Prendiamo il Brasile di Lula, ad esempio: il presidente operaio (lui sì, altro che Berlusconi) è stato spesso contestato da diverse fette della sinistra e dal movimento contadino brasiliano dei “Sem Terra” per non aver rotto con le politiche liberiste e con la sudditanza nei confronti del FMI, a differenza di Chàvez. Queste critiche non sono prive di fondamento.

Ma c’è anche da dire che il Brasile non è il Venezuela. Intanto, perché non ha gli ingenti quantitativi di petrolio che ha quest’ultimo. Poi, perché in Brasile il capo di stato ha dei poteri limitati nei confronti delle varie regioni, che hanno una forte autonomia e che sono in maggioranza in mano alla destra.

E’ anche vero, però, che non risulta che Lula stia tentando di costruirsi un radicamento nel tessuto sociale, come invece ha fatto Chàvez non soltanto con interventi di tipo assistenziale, bensì anche di tipo organizzativo, con la costruzione dei “circoli bolivariani”.

Situazione un po’ differente è quella dell’Argentina di Kirchner. Quest’ultimo –che ha ereditato un paese sull’orlo del collasso economico e depauperato da un decennio di vero e proprio saccheggio economico, sotto Menem- sta faticosamente tentando di rimettere in piedi il paese e sembra anche lui intenzionato a farla finita con il liberismo, in modo sicuramente più determinato di Lula.

Ben diverso è il discorso riguardo al Cile di Bachelet. Quest’ultima –non a caso così celebrata dalla sinistra italiana- non sembra affatto intenzionata a voltare pagina rispetto alle politiche liberiste imposte al Cile a partire dal 1973 -ossia dal colpo di stato che portò al potere il dittatore sanguinario Pinochèt. Politiche che hanno ridotto in miseria gran parte del popolo cileno, anche se hanno arricchito la borghesia locale.

Chi, invece, sembra seriamente intenzionato a farla finita col liberismo –e con la subalternità agli USA- e ad imboccare la via del socialismo, è il neoeletto presidente della Bolivia, Evo Morales, che –se riuscirà nel suo intento- andrà ad aggiungersi al Venezuela di Chàvez (oltre che, ovviamente, a Cuba). Ma la vittoria di Morales non è nata solo da una semplice elezione, bensì è scaturita da anni di lotte del popolo boliviano contro la svendita del gas locale a multinazionali yankee.

Oltre a questi paesi –e dimentico l’Uruguay di Tabarè- la sinistra è viva e attivissima anche in altri paesi dell’America Latina, dove non è al potere, ma potrebbe arrivarci in tempi brevi, come in Messico e in Ecuador. E segnali di vitalità arrivano anche dal Perù.

Basta questa breve panoramica -anche se estremamente sintetica- per rendersi conto delle dimensioni di ciò che sta avvenendo nella sinistra in quel continente. Mentre in Europa la sinistra -o almeno la sua componente maggioritaria- sembra aver perso la bussola e si ritrova sempre più ad inseguire politiche di centro e di tipo liberista, perdendo il radicamento sociale di cui godeva un tempo, in America Latina essa –pur nelle sue diverse forme- riesce ad essere quanto mai viva e sempre più radicata nelle popolazioni.

La sfida mondiale per la rinascita della sinistra e del socialismo del XXI° secolo nasce proprio da questo continente.



COLOMBIA: Sconfitta uribista nelle elezioni parlamentari.

di Marco Zoboli

I mezzi di comunicazione del regime colombiano, a partire da “El Tiempo”, esaltano le elezioni del 12 marzo come un successo per le “truppe governative”, nascondendo la verità e la realtà di un paese sempre più lontano da un processo elettorale che non gli appartiene.

I primi dati da evidenziare sono quelli relativi all’astensione che è passata dal 58% al 69%, è ovvero aumentata dell’11% in quattro anni. I voti annullati sono stati 882.703, le schede bianche 469.887 -, che insieme rappresentano il 5% del corpo elettorale; la percentuale dei colombiani che non si sono espressi ammonta quindi al 74%.

Se sommiamo i voti degli oppositori a Uribe Velez, il Partito Liberale – 1.392.805 voti e il Polo Democratico – 867.185 voti, che insieme rappresentano il 9% del corpo elettorale e li sommiamo ai precedenti dati arriviamo all’83% del corpo elettorale. Ebbene questo 83% di colombiani non ha votato Uribe che viceversa è stato votato da appena il 17% degli aventi diritto.

La chiamata alle urne da parte di Uribe Velez è stata fatta in nome della guerra al terrorismo, della guerra alle guerriglie che da anni imperversano per il lungo e il largo il paese seminando pericolosi sogni di giustizia e libertà.

Il popolo colombiano è stanco della politica di miseria e fame, della guerra civile che tradotta in colombiano significa massacri, assassini selettivi, desaparecidos, arresti arbitrari, ed è stanca degli abusi degli alleati di Uribe, i narcoparamilitari e le multinazionali a loro legati.

Ciò che veramente dovrebbe colpire dai dati elettorali, oltre all’appoggio inconsistente di questo narcogoverno con sovranità limitata dall’impero del nord, è l’affermazione ottenuta dal Polo Democratico che con i suoi 867.185 suffragi e l’elezione di 11 senatori e 8 deputati rappresentano il vero desiderio di cambiamento dei colombiani per una soluzione al conflitto sociale armato che insanguina la Colombia.

E’ evidente che è stato sconfitto il progetto di guerra in Colombia. La grande maggioranza astensionista, gli elettori del Partito Liberale, del Polo Democratico, i voti in bianco e quelli nulli, hanno manifestato con le loro differenti posizioni che non appoggiano il progetto guerrafondaio di Uribe e del Pentagono. Ieri l’83% dei colombiani ha votato per la pace.

Sono menzogne quelle lanciate dai media in questi giorni su una resa delle FARC-EP.

Le FARC-EP non hanno dichiarato di sabotare le elezioni del 12 marzo. Le azioni portate a termine in questi giorni sono solo la continuità dell’operatività militare, che è stata rilanciata con maggior impeto nell’anno passato, dopo aver affrontato per due anni le truppe ufficiali e statunitensi inquadrate nel Plan Patriota e di “sicurezza democratica”, piani costati 17,5 milioni di dollari giornalieri.

A maggio ci saranno le elezioni presidenziali, in quel caso le forze rivoluzionarie e reazionarie scenderanno in campo per scongiurare la rielezione di Uribe da un lato e per sostenerla con qualsiasi mezzo necessario dall’altro. Il futuro della Colombia influenzerà inevitabilmente tutti i rapporti di forza continentali che si sono forgiati in questi ultimi anni. La caduta di Uribe significherebbe per la potenza USA la perdita del loro migliore alleato in America Latina e quindi la mancanza di una base d’appoggio per il controllo politico militare dell’area.

 

 

 



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