Puntocritico TV
Il canale Youtube di Puntocritico Onlus
Menu principale
Sondaggi
Contro Cuba è in atto una campagna mediatica falsa e strumentale

Vero
Falso
Non so


[ Risultati | Sondaggio ]

Voti: 12 | Commenti: 0

On-line

Ci sono 5 visitatori e
0 utenti on-line

Accedi al sito
Registrati al sito
Password dimenticata?

OLTRE CONFINE numero 43 del 4 febbraio 2010
[Modifica | Cancella ] Inviato da : redazione / Giovedì, 04 Febbraio 2010 - 17:11
Oltre Confine

 

OLTRE CONFINE numero 43 del 4 febbraio 2010

a cura di Andrea Genovali

S O M M A R I O:

*      La Voce dei Protagonisti

“Intervista in esclusiva di Oltre Confine a S.E. Sun Yuxi, Ambasciatore Cinese in Italia” a cura di Andrea Genovali

*      Grandangolo

“Il vertice di Davos visualizza i molti aspetti della crisi” di Sergio Cararo

 

“Le indecenze di Berlusconi e il nostro Che Fare?” di Maurizio Musolino

“L’inutile Conferenza di Londra sull’Afghanistan…” di Marco Zoboli

“Tamburi di guerra” di Bassam Saleh

“Honduras. Il golpe perfetto” di Stefano Fedeli

 

“La base sgradita” da Internazionale

 

“Censimento in Vietnam” da Unione Donne in Vietnam

 

*      In Copertina

“Haiti. Il terremoto dell’informazione” di Andrea Genovali

Haiti, mobilitazione per la cancellazione del debitodi Cristiano Morsolin

“Haiti. Anche il terremoto è utile al FMI per le sue politiche di rapina” di Massimiliano Da Prato

“Haiti, gli ultimi e il terremoto” di Lia Quartapelle

 “A 20 giorni dal terremoto Cuba continua a salvare vite ad Haiti” di Leticia Martínez Hernández      

*      La Vignetta della Settimana

“Haiti. Pan, Pan, Pan”

 

*      Le Donne nel mondo (a cura di Milena Fiore)

“La legge contro il velo, una rappresentazione dell’”Oriente”” di Milena Fiore

 

“Tutti i colori del Brasile” di Ada Donno (seconda parte)

 

*      Mondo in Crisi (a cura di Marco Zoboli)

“Il protezionismo commerciale pregiudica gravemente lo sviluppo stabile delle relazioni economiche tra Cina e Stati Uniti” dal Diario del Popolo – Cina

 

“Capitalismo. I falsi miti del mondo occidentale” di Andrea Genovali

“Disoccupazione in Europa tocca il 10% nel mese dicembre 2009” da IAR Noticias

*      Africa Vicina (a cura di Gino Barsella)

“Priorità Pace” di Gino Barsella

 

*      Dal Mondo in Lotta

“Premio Stefano Chiarini” Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila

 

“L’occupazione trasforma” Seminario sulla Palestina della Federazione della Sinistra

 

“Appello per il Newroz”

 

“Obama si sbaglia. Cuba non è canaglia” volantino delle associazioni di Amicizia Italia-Cuba di Roma



La Voce dei Protagonisti

Intervista esclusiva rilasciata ad Oltre Confine da parte di S.E. Sun Yuxi Ambasciatore Cinese in Italia

 

D.:) Si sono concluse da poco le celebrazioni per il 60° anniversario della Rivoluzione. I media italiani parlano poco e male della Cina dando sempre una versione ideologica e propagandistica della realtà cinese gradita soprattutto agli Stati Uniti. La Cina invece è sempre più un paese capace di condizionare in modo positivo la scena politica mondiale con la quale gli Stati Uniti debbono fare i conti. Come vede il futuro dei rapporti fra Stati Uniti e Cina?

R.:) Di recente, nelle relazioni sino-americane si sono verificate diverse vicissitudini, dalla vicenda di Google alla vendita di armi americane a Taiwan, nonché la decisione del Presidente Obama di incontrare il Dalai Lama, che sono riportate anche sui giornali italiani.

Tutte queste vicende non sono nei desideri della Cina e la responsabilità delle quali non spetta alla Parte Cinese. Riteniamo che mantenere buoni rapporti tra Cina e Usa corrisponde agli interessi fondamentali dei due paesi, giova anche alla pace, alla stabilità e alla prosperità del mondo. Ci auguriamo che la parte americana abbia una visione strategica e lungimirante dei rapporti sino-americani, rispettando, in modo concreto, gli interessi vitali della parte cinese, correggendo le mosse errate e che gestisca con cautela le relative questioni e venga incontro alla parte cinese per promuovere lo sviluppo sano e stabile delle relazioni fra i nostri due paesi.

D.:) L’Asia è un continente in grande fermento e in veloce trasformazione. L’Org. Coop. di Shanghai continua a crescere di importanza nel contesto degli equilibri geopolitici del continente asiatico. Che valutazione dà la Cina di questa organizzazione così rilevante ma quasi sconosciuta in Italia?

R.:) Il Shanghai Cooperation Organization (SCO) è una organizzazione intergovernativa la cui fondazione è stata proclamata il 15 giugno del 2001. La superficie totale dei paesi membri copre 30,18 milioni di chilometri quadrati, i tre quinti del continente euro-asiatico; con una popolazione totale di 1,5 miliardi di persone, un quarto dell’intera popolazione mondiale.

L’organizzazione segue il principio definito lo “Spirito di Shanghai” caratterizzato dalla fiducia reciproca, mutui benefici, uguaglianza, rispetto delle diversità culturali, promozione dello sviluppo comune. L’obiettivo dello SCO è di consolidare la reciproca fiducia e il buon vicinato dei paesi membri, promuovere la cooperazione tra gli stati membri nei settori politico, economico, tecno-scientifico, culturale, educativo, energetico, turistico, ambientale ecc.

 

Inoltre, lo SCO, è funzionale per salvaguardare la pace, la sicurezza e la stabilità della regione e promuovendo un nuovo ordine politico-economico internazionale che sia democratico, imparziale e ragionevole.

D.:) Oggi la questione ambientale è una delle fondamentali issues per salvare il mondo dalla catastrofe ambientale. Sappiamo che da vari anni la Cina sta lavorando concretamente per una gigantesca riconversione ecologica del suo apparato produttivo al fine di realizzare una economia verde e sostenibile. La Cina, contrariamente ai paesi occidentali, ha raggiunto gli obiettivi prefissati dall’accordo di Kyoto, ai quali fra l’altro non era neppure tenuta ad adempiere. L’informazione italiana ben si guarda dal dire queste cose e per questo noi le domandiamo di spiegarci come il suo Paese sta proseguendo su questa strada.

R.:) Si è conclusa la Conferenza sui Cambiamenti Climatici a Copenaghen nel dicembre 2009. L’Accordo di Copenaghen ha riflettuto la volontà politica di tutte le parti per affrontare i cambiamenti climatici, ha ribadito il principio delle comuni ma differenziate responsabilità, ha salvaguardato il processo del negoziato sul doppio binario stabilito dalla Roadmap di Bali, ha stabilito che il testo bozza proposto dai presidenti dei due gruppi di lavoro ad hoc (AWGs), sia la base per i futuri negoziati, ha confermato le intese finora raggiunte. Tutto ciò getta le fondamenta politiche per promuovere il successo delle trattative del Roadmap di Bali, creando condizioni favorevoli alle cooperazioni internazionali sul tema dei cambiamenti climatici e delineando l’orientamento dei futuri negoziati.

I cambiamenti climatici costituiscono una sfida comune all’umanità, alla quale la Cina attribuisce grande importanza e adotterà attivamente le misure necessarie per raggiungere gli obiettivi lanciati per la riduzione volontaria dell’emissione cinese, ovvero, nel 2020 diminuire il 40-45% dell’emissione di CO2 all’unità di Pil, elevare fino al 15% del consumo delle energie primarie non fossili del consumo totale energetico, aumentare di 40 milioni di ettari le foreste e 1,3 miliardi di metri cubi la riserva forestale.

Quest’anno si terrà la Conferenza sui Cambiamenti Climatici in Messico. L’obiettivo è di concludere il negoziato della Roadmap di Bali. La Cina continuerà a svolgere il suo ruolo positivo e costruttivo, per contribuire assieme alla Comunità Internazionale alla conclusione del negoziato di Bali, e fare il possibile perché la conferenza possa ottenere i risultati complessivi efficaci e vincolanti che faciliteranno l’adempimento della Convenzione UNFCCC e il Protocollo di Kyoto.

 

Grandangolo

Sergio Cararo*                                     

 Il vertice di Davos visualizza i molti aspetti della crisi”

Il 31 gennaio a Davos, in Svizzera, si è chiuso il convegno annuale del 40° World Economic Forum durato ben 5 giorni.

L’impressione diffusa sull’annuale WEF è stata quella di un accresciuto conflitto fra chi vuole regolare il sistema finanziario e chi invece intende lasciare le cose così come stanno.

In realtà si sono manifestate apertamente tutte le crescenti contraddizioni interne alla competizione globale. Aprendo il WEF di Davos, il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha lanciato un messaggio di sostegno al piano di Obama per le banche, ma ha anche denunciato come su una simile materia gli USA non possono più muoversi per conto loro. Per Sarkozy, come per il resto del gotha del capitalismo mondiale la crisi non mette in discussione un modello – quello capitalista che si sta rivelando fallimentare -“non si tratta di chiedersi con che cosa sostituire il capitalismo, ma di sapere quale capitalismo vogliamo” ha affermato il presidente francese cercando di esorcizzare una crisi di sistema che sta producendo una crescita sempre più disuguale anche tra i vari poli capitalisti in crescente competizione tra loro.

Attaccati da ambedue le sponde dell’Atlantico, i vertici delle maggiori banche del mondo hanno risposto a Davos con una riunione a porte chiuse. I 30 top manager dei principali istituti bancari del mondo si sono incontrati nel tentativo di mettere a punto una strategia con la quale riguadagnare influenza su governi e autorità, in vista di una ridefinizione delle regole del gioco. 

I banchieri hanno parallelamente lanciato una loro campagna contro “la politica” che – a loro avviso – animerebbe fenomeni di “populismo” quando mette sulla graticola le banche di fronte ad un’opinione pubblica per molti aspetti inferocita verso il sistema finanziario. Secondo il Sole 24 Ore a Davos “le migliori menti finanziarie del pianeta sentono il fiato sul collo del "populismo" di Mean Street che monta contro Wall Street, in vista delle elezioni di mid-term di novembre”.

 

In Italia il quotidiano della Confindustria ha prontamente amplificato con due editoriali le critiche contro il “populismo” dei governi mentre la presidente Marcegaglia ha liquidato come una “stupidaggine” la disposizione in discussione al Senato italiano per limitare i bonus milionari dei manager delle banche e delle grandi società.

Riferisce la Reuters che un incontro informale a porte chiuse tra una decina di protagonisti della finanza e funzionari di governo, svoltosi a margine del World Economic Forum, ha visto poche proposte concrete sul tavolo. Eppure il tempo incalza e sono in molti a sentire che non è più possibile far finta di niente dentro la crisi. Il numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, ha sottolineato come "ci siano voluti 12 anni per costruire le regole di Basilea, ma oggi non abbiamo 12 anni per costruire una riforma finanziaria. Dobbiamo sbrigarci". 

I pericoli dello sviluppo disuguale del capitalismo

La tendenza alla ripresa nelle varie aree economiche appare oggi molto diversa e alimenta lo spettro di quello sviluppo disuguale del capitalismo che – secondo molti storici dell’economia – è stata la contraddizione dirompente che ha portato in passato alle guerre.  Se la crescita delle  entità economiche emergenti, come Cina, India, Brasile è piuttosto energica, quella di USA e UE risulta evidentemente arretrata e all’interno di quest’ultima pesano seriamente i contraccolpi per le economie di paesi a rischio come Grecia, Spagna e dell’Europa Orientale. "La Spagna ha la situazione piu' grave di tutti, anche della Grecia. Anche perche' la Grecia e' una piccola economia, mentre la Spagna e' una delle piu' grandi, quindi le sue sfide sono maggiori e rischiano di causare la rottura dell'Eurozona" nel futuro, ha rilevato a Davos l'economista Roubini che si e' detto pessimista come mai sull'unione monetaria. In Spagna – afferma ancora Roubini - c'e' un problema di competitivita' legato al costo del lavoro, il tasso di disoccupazione e' del 20% contro il 10% greco e stanno anche emergendo problemi di sofferenze nel sistema bancario. Tra i rischi per la zona euro” ha aggiunto, c'e' quello di "una biforcazione" tra un centro forte e una periferia debole”.

Tra l’altra la crisi del debito pubblico greco – denunciata pubblicamente nel vertice dal premier Papandreu – ha visto schizzare vero l’alto tutte le tensioni nelle relazioni tra i vari poteri forti. La voce secondo cui la Cina sarebbe disponibile a finanziare la Grecia per far fronte alla crisi debitoria, ha visto da un lato gli USA pretendere che il soggetto preposto a finanziare Atene non possa che essere – e alle sue condizioni – il FMI mentre dentro l’Unione Europea crescono le spinte per un finanziamento europeo alla Grecia che però entrerebbe in contrasto con i rigidi parametri dell’unione monetaria europea (vissuta sempre più come un cappio al collo da molti) e con gli USA, i quali vedono in questo una forzatura delle regole internazionali che affidano tale compito (e i disastri sociali che ha prodotto) al solo Fondo Monetario Internazionale.

La competizione globale è emersa dunque ben visibilmente dentro al World Economic Forum di Davos. L’ultima doccia fredda – mentre taluni fantasticavano su un asse USA-Cina come il G2 che avrebbe guidato la ripresa economica mondiale – è stata la pesante crisi che si è aperta tra la due potenze a causa della vendita di armamenti statunitensi a Taiwan, contro le quali la Cina ha annunciato sanzioni verso le società statunitensi che forniranno queste armi. Insieme ai dossier già incandescenti relativi all’innalzamento delle misure protezioniste USA contro diversi prodotti cinesi, questa vicenda sembra destinata a pesare come un inquietante macigno sulle relazioni internazionali dei prossimi anni…e forse mesi.

*  Rete dei Comunisti

 

 

Maurizio Musolino                            

“Le indecenze di Berlusconi e il nostro Che Fare”

Giovedì mattina apro la posta e trovo una email, a scrivermi è una amica e compagna che da anni è impegnata sul fronte palestinese. Una delle tante attiviste che non si rassegnano e che lavorano, spesso nel più completo silenzio, per dare voce ad un popolo, quello di Palestina, che oggi si vede negato anche il diritto ad esistere. La compagna mi scrive:

<Ciao Maurizio, sono indignata, ma che dico, di più, non trovo le parole per esprimere la  rabbia, lo sconforto, lo sdegno di fronte alle parole del nostro caro presidente: "Giusta" la guerra di Gaza e "non si è accorto" del muro!.... e Frattini che promette al ministro degli esteri egiziano un ragguardevole contributo per allungare il muro d'acciaio......

Ma tutto questo NON IN MIO NOME!!! io mi vergogno di essere italiana!!!!

Scusa Maurizio questo mio sfogo, ma cosa possiamo fare??? avevo pensato di scrivere una lettera al Presidente ma non voglio utilizzare il fax dell'ufficio???? hai qualche indirizzo mail utile x inviare le nostre proteste????? Prima mi sono fatta del male da sola xchè ho ascoltato su Sky la diretta dell'incontro.... era mieloso, nauseabondo, falso, ipocrita eccc

Scusami ancora x il disturbo..... Buona notte un abbraccio  e Viva la Palestina libera>.

Poche righe che riassumono come meglio non sarei riuscito quello che avrei voluto scrivere in questo mio articolo sul recentissimo viaggio di Berlusconi in Israele. Poche righe che ci pongono almeno tre questioni.

La prima. Per l’ennesima volta il Presidente del Consiglio ha tagliato i fili che seppur tenui legavano la nostra politica estera ad una antica tradizione di “equivicinanza” (per dirla con le parole di Aldo Moro) che seppur fra mille contraddizioni e limiti ci consentiva di essere interlocutore sia di Tel Aviv che dei paesi arabi. Oggi, al contrario, l’Italia, come lo stesso Netanyahu ha tenuto a sottolineare, “è il miglior alleato di Israele” con tutto che ne consegue in termini di prestigio e sicurezza nazionale. Vergognosa poi l’affermazione di Frattini, corso in aiuto di un Mubarak in estrema difficoltà nel suo stesso paese per la decisione di strangolare ulteriormente Gaza con un muro che questa volta invece che in altezza si espanderà in profondità.

La seconda. Tutto questo avviene con una assoluta complicità dei mezzi di informazione che dopo aver negato la verità – vedi l’assedio che colpisce tutti i territori occupati o i bombardamenti di un anno fa nella Striscia di Gaza dove sono state usate armi proibite - ci propongono come oro colato le “battute” di Berlusconi. Non tutti sanno cosa è realmente il muro tirato su da Israele che spezza quotidianamente le vite dei palestinesi, e per molti quel muro da ieri sarà qualcosa di ancora più invisibile, appunto da passare inosservato se distratti.

La terza. Indubbiamente questa ultima considerazione riguarda noi tutti. Investe la nostra sensazione – diffusa – di impotenza, di fronte alle ingiustizie e allo strapotere dei forti. Una sensazione con la quale dobbiamo fare i conti. La domanda sul che fare? attraversa continuamente i nostri pensieri. Come essere incisivi? Come far sentire la nostra voce in anni in cui la sinistra, i comunisti, sono fuori dalle principali istituzioni? La risposta non è semplice. Ma sicuramente una strada possibile è quella del ripartire dal basso. Ripartire da quella pratica quotidiana di opposizione e di costruzione di una coscienza diffusa che per anni è stato il terreno dell’azione dei comunisti in Italia. Un importante elemento di confronto è oggi la campagna per il boicottaggio verso i prodotti israeliani, una campagna che è cresciuta e si è diffusa anche nel nostro Paese. Noi ne siamo stati protagonisti, occorre oggi rilanciarla con forza e praticarla con convinzione. Ogni prodotto in meno venduto da una economia che si poggia su uno stato, Israele, che non rispetta la legalità internazionale e i diritti umani sarà uno schiaffo anche al nostro presidente del Consiglio e servirà a fargli capire che le dichiarazioni di questi giorni non sono il pensiero della maggioranza degli italiani.


 

 

 

Marco Santopadre*
Le lodi di Berlusconi a Israele e gli affari con Tel Aviv nel campo della ricerca, dei trasporti e dei caccia da guerra”

 

 


Dopo le critiche agli insediamenti ebraici in Cisgiordania e l´invito a Israele affinché si ritiri dal Golan siriano, oggi il premier italiano ha decisamente cambiato tono nell´ultimo giorno della sua visita a Tel Aviv, distraendosi durante il passaggio della sua auto accanto al Muro dell´Apartheid, difendendo il massacro di Piombo Fuso come giusta reazione israeliana proprio quando alcuni militari di quel paese ammettono di aver colpito civili ecc. Ma la visita di Berlusconi, al di là delle dichiarazioni più o meno contraddittorie, ha sicuramente comportato un rafforzamento delle complicità italiane con la politica colonialista e guerrafondaia del cosiddetto `stato ebraico´, alcune delle quali da tempo oggetto di una campagna internazionale di boicottaggio.
Infatti nell'ambito della missione del governo italiano a Gerusalemme, il presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Luciano Maiani, ha siglato un accordo per la creazione di due laboratori congiunti, nel campo delle neuroscienze e della fisica degli atomi freddi, con l`università di Tel Aviv e l`Istituto Weizmann. La giornata dedicata alla cooperazione scientifica tra Italia e Israele è stata parte integrante della missione nel Paese mediorientale del Governo italiano, scrivono le agenzie di stampa: "Il nuovo laboratorio dedicato alle neuroscienze nasce dalla collaborazione tra l`Istituto dei sistemi complessi del CNR (ISC-CNR) di Roma e l`università di Tel Aviv. Il laboratorio di fisica coinvolge invece il Lens (il Laboratorio Europeo per la Spettroscopia Non lineare) di Firenze, in cui il CNR ha una forte partecipazione, e l`Istituto Weizmann di Rehovot.
Due laboratori congiunti, tra Italia e Israele, per svolgere ricerche in comune e scambiarsi ricercatori." La durata dell'accordo é di 5 anni, durante i quali sono previsti 60 mesi/uomo di borse post-dottorali a favore di giovani scienziati da fruire presso i laboratori dei centri coinvolti. ''La creazione di questi due laboratori - ha affermato Maiani - segna una svolta nei rapporti tra il CNR e le istituzioni scientifiche israeliane, che potranno collaborare, condividere studenti, idee e scoperte in due settori della ricerca fondamentale che porteranno a importanti sviluppi e applicazioni tecnologiche''.

E le forme di collaborazione tra i due paesi non si fermano qui: non c'é ancora una data per la visita del ministro israeliano dei Trasporti a Roma, ma Israel Kats (così si chiama l'omologo del ministro Altero Matteoli) ha accettato l'invito a venire nella capitale nei prossimi mesi. Ne ha dato notizia lo stesso ministero di Porta Pia sottolineando, nella parole di Matteoli, che si e' trattato "di un lungo e proficuo incontro" che ha toccato tutti gli ambiti dei trasporti: porti, ferrovie, autostrade, sicurezza del trasposto aereo. Il tutto frutto del lungo faccia a faccia tra i due ministri avvenuto nell'ambito del recente vertice intergovernativo chiusosi proprio oggi.

"Quello dei trasporti - ricorda il rapporto congiunto Ice-Farnesina su Israele - é un settore strategico per lo Stato ebraico impegnato a costruire nuove linee ferroviarie e a rimodernare l'infrastruttura autostradale". Sarà un caso ma l'interesse italiano per la possibilità di costruire ferrovie in Israele, va ricordato, si iscrive nell'ambito di una più vasta proiezione in Medio Oriente: è infatti della scorsa primavera la sigla alla presenza del ministro Matteoli nel ruolo di facilitatore di un accordo tra Fs e Ferrovie egiziane per una collaborazione tecnica al piano di ammodernamento della rete ferroviaria egiziana.

Al di là delle apparenze i due progetti di collaborazione tra Roma e Tel Aviv sono quanto mai legati all´apparato militare israeliano, che controlla ricerca e infrastrutture anche teoricamente di natura civile. Ma anche sul piano prettamente militare i rapporti tra Italia e Israele si stanno rafforzando.

"Il ministro della Difesa israeliana dovrà prima valutare, quindi raccomandare un acquisto. E solo allora ne riparleremo" ha detto oggi un funzionario israeliano che preferisce restare anonimo sulla possibilità che l'aviazione israeliana acquisti i caccia M-346 italiani di fabbricazione Alenia Aermacchi, gruppo Finmeccanica. "Israele - ha confermato la fonte - deve rinnovare il proprio parco di aerei da addestramento. Il che significa che prima le Israeli Defense Forces devono valutare quali sono gli apparecchi sul mercato che meglio rispondono alle nostre esigenze e quindi passare al ministro i risultati della propria analisi".

Il funzionario non ha quindi negato che nel corso del recente summit intergovernativo italo-israeliano si sia parlato anche dei 20 velivoli, e di un'opzione per altri 20, che Aermacchi potrebbe vendere alle Forze Armate di Tel Aviv. La conclusione dell'affare resta però legata a considerazioni di ordine tecnico, ma anche politico e commerciale. E´ forse per `accelerare la pratica´ che Berlusconi si è così tanto sperticato a tessere le lodi di Israele assai oltre il limite del buon gusto?


*Direttore Radio Città Aperta

Marco Zoboli*                                  

“L’inutile Conferenza di Londra sull’Afghanistan…”

Al Lancaster House, i rappresentanti dei paesi Isaf  assieme al neo segretario della NATO A. Rasmussen e al segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon hanno dato vita a un gioco delle parti, dove la forma e la sostanza coincidono con il sostantivo di “propaganda”.  Formalmente l’incontro è stato spacciato come un momento di confronto per il rilancio di una strategia atta a una maggiore autonomia del “governo” Karzai dalle forze internazionali, qualcuno ha anche osato pronunciare la parola “exit estrategy”, salvo poi specificare che la strategia d’uscita non può trovare oggi  una calendarizzazione ma solo un cordiale confronto funzionale a indicare strumenti che possano velocizzare il disimpegno occidentale dal teatro di guerra; intanto gennaio si è chiuso con il bilancio di 44 vittime tra la coalizione internazionale a guida Usa (29  le vittime statunitensi), il mese più sanguinoso dall’inizio del conflitto… 

Il parto del topolino può essere riassunto nella strategia di Karzai di coinvolgere la componente considerata moderata dei Talebani, quella che per intenderci era in rotta di collisione con Al Qaeda ben prima della sua arrogante attribuzione dell’11 settembre 2001; e così il ridicolo topolino è uscito dalla conferenza con cinque nomi di lider talebani depennati dalla lista dei 140  più ricercati.  In una intervista, Richard Holbrook, inviato di Obama per l’Afghanistan ed il Pakistan, si è detto convinto che questa possa essere la strategia giusta, poiché obiettivo principale della presenza militare è quello di “portare fuori dal campo di battaglia chi spara, in modo tale che non possa più uccidere”. La riconciliazione, in ogni caso, dipende da due impegni su cui non si può trattare: il ripudio totale di Al Qaeda e il riconoscimento dei diritti umani da parte dei Taliban, "che trattano le donne in modo inaccettabile". Holbrooke è convinto che “la maggioranza dei Taliban probabilmente non sostiene Al Qaeda, ma combatte per dissidi locali, per incomprensioni sul motivo della presenza delle nostre truppe nel loro Paese”.

Da come si evince, la Conferenza non ha condotto nessuna novità significativa se non quella di rimarcare che a fronte dell’ingente impegno militare non vi sono strategie credibili e degne di attenzione per la risoluzione del conflitto. Che ci siano signori della guerra pronti a contrarre alleanze o tregue con Karzai non è una novità dato che nel suo governo gli ex talebani rappresentano la maggioranza del governo,  ma queste campagne acquisti non hanno fatto altro che indebolire l’azione del fragile e corrotto governo afgano da un lato e dall’altro hanno tutt’altro che indebolito l’azione della guerriglia, che continua a guadagnare terreno sia in termini di consensi che di risultati militari.  La Conferenza di Lontra è stato un’esercizio di propaganda, semplice propaganda politica che non inganna però nessuno; non inganna gli alleati sempre più consci che le difficoltà sul terreno non possono che aumentare, non inganna le potenze regionali emergenti che vedono l’escalation militare al vicino Pakistan come una minaccia per tutta l’area, non inganna le potenze dell’asse Mosca-Pekino, sempre più sul chi vive per i preoccupanti sviluppi  militari che se da un lato preoccupano, dall’altro lasciano aperte delle possibilità e degli spazi di erosione su cui lavorare per l’espulsione dell’influenza geopolitica statunitense dall’area asiatica del “grande gioco”.

Non è un caso che in queste ultime settimane i rapporti economici e politici tra Usa e Cina stiano precipitando sotto il peso delle provocazioni che l’Amministrazione Obama sta conducendo. Il procedere dell’erosione geopolitica e economica dell’imperialismo statunitense richiede una fase più aggressiva e di rottura verso l’emergere delle economie asiatiche. Sono lontani i giorni in cui analisti internazionali profetizzavano il G2…

*Resp. Asia PdCI

Bassam Saleh                         

 “Tamburi di guerra”

Alla fine della visita del inviato americano Mitchel, il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erikat, ha espresso a nome dell’Olp, le profonde differenze tra la posizione palestinese e quella americana, sulla ripresa del negoziato. L’amministrazione americana vorrebbe iniziare subito, il negoziato, e senza il totale blocco della colonizzazione. Questa nuova posizione americana, conferma quanto è grande la pressione imposta dall’unica potenza mondiale sul popolo palestinese. Questo è dimostrato anche dal comportamento dell’occupante israeliano durante la stessa visita di Mitchel, il che conferma che Israele non ha subito nessuna pressione, al massimo qualche gentile richiesta, malgrado la divergenza fra la posizione israeliana e quella dichiarata americana per quanto riguarda la colonizzazione.

Le pressione americano sul popolo palestinese rappresentato, dall’Olp suo unico legittimo rappresentate, vengono accompagnate contemporaneamente con crescente atti dell’occupante contro i palestinesi di Gerusalemme ed il resto della Cisgiordania, e la permanenza del ingiusto embargo imposto ai palestinesi in Gaza. la massiccia e quotidiana ondata di arresti, praticata dall’esercito d’occupazione israeliano contro i militanti del movimento nazionale in Cisgiordania, ed in particolare nei confronti degli attivisti della resistenza contro il muro e la colonizzazione, rifletti una preoccupazione crescente dell’occupante, delle lotte e dalla resistenza popolare come uno dei modelli di lotte efficace e capace di trasmettere la vera faccia dell’occupazione e le sofferenza del popolo palestinese. Legge in questo la risoluzione del sesto congresso di Fatah, e la capacità della diplomazia palestinese di mobilitare l’opinione pubblica mondiale, e raccogliere il sostegno politico contro il muro e la colonizzazione.

Senza dubbio queste lotte hanno consolidato la posizione dell’Olp, insistendo di non tornare al tavolo del negoziato, e mantenendo la sua giusta richiesta del blocco totale della colonizzazione, e di negoziare tutto insieme: confini, insediamenti, acqua, Gerusalemme, profughi, e la nascita dello stato palestinese.

Cosi la leadership palestinese ha potuto evitare sanzione, contro l’Olp e il popolo palestinese, che avrebbero potuto recare un danno incalcolabile, colpendo sia la già sterminata popolazione sia il suo legittimo rappresentante.

Il presidente americano, che è stato ricevuto con grande soddisfazione nel mondo arabo e islamico, dopo il suo discorso al Cario, non ha risparmiato i suoi sforzi nel tentativo di indebolire la leadership palestinese, cercando di accontentare l’occupante israeliano, e il voltafaccia della sua amministrazione riguardo: il blocco della colonizzazione, e ancora l’impotenza di dare assicurazione di valore legale  sul futuro del processo politico, la soddisfazione della amministrazione americana alle  proposte dell’estrema destra israeliana di come intendono il blocco della colonizzazione pronunciate dal governo occupante il 25 novembre scorso. Inoltre non sono mancate le minaci di sanzione economici contro l’ANP, se non accetta di riprendere il negoziato.

L’Unione Europea, ancora, impotente ad assumere una posizione unitaria di politica estera verso il problema palestinese, anche se ci sono posizione differenziate fra i suoi membri, che sono meno alleati con l’occupazione. Ma fino ad oggi rimane molto difficile che l’UE assuma una forte posizione verso il problema palestinese, anche dentro la legalità internazionale, senza aggiungere elementi nebbiosi come è gia successo nell’accettazione del piano Svedese da parte dei ministri degli esteri, su Gerusalemme. In parte, questo è dovuto al fatto che l’UE dalla firma di Oslo in poi, si è limitata a giocare solo il ruolo di finanziatore del processo politico e le sue conseguenze, lasciando il resto solo nelle mani americani.

La Russia il Giappone e i paesi non alleniate, nonostante l’attività israeliana, sono riusciti a tenersi lontani dalla politica israeliana, grazie alla presenza di Liberman nel governo a testa del governo  e la sua politica razzista nei confronti dei palestinesi anche dentro Israele. I paesi arabi, come sempre, sostengono le posizioni dell’Olp, spesso a parole, perché questo sostegno non si è trasformato ad essere funzionale per una volontà politica, che mette in gioco la capacità economica al servizio di una politica capace di modificare il bilancio delle forze a favore della causa palestinese. Questo richiederebbe un sistema di interessi comune, politico ed economico, con i paesi dell’america latina e alcuni dei paesi non allineati,Cina e India, per indebolire l’egemonia statunitensi sulla politica medio orientale, ma questo rimane un auspicio e una speranza molto lontana dall’attuale realtà.

A questo scenario, si aggiunge la questione interpalestinese, drammatica per la divisione in corso da più di due anni e mezzo. L’Egitto a fatica porta avanti una mediazione, conclusa nell’ottobre scorso con un documento per la riconciliazione, che è il riassunto di tutti i punti concordati durante i trenta mesi di mediazione, doveva essere firmato in primis da Fatah (fatto) e da Hamas ancora non l’ha fatto, mentre gli altri forze e organizzazioni palestinesi aspettano questa firma, e invitano hamas a firmare e favorire una politica unitaria, contro la politica israeliana del governo Netanyahu  Liberman.

Davanti alle continue minacce israeliane di una nuova guerra, che non se sa ne contro chi, Gaza, Libano, Siria o l’Iran, ne la sua portata, richiede da tutti noi una forte posizione contro la guerra, e chi la sta preparando.

 

Stefano fedeli*                           

“Honduras: il Golpe Perfetto”

Porfirio Lobo    (Porfirio Lupo, in italiano), candidato dal Partito Nazionale - conservatore  - e  ricco agricoltore già battuto da Zelaya nelle precedenti elezioni del 2005,  ha assunto la Presidenza dell’Honduras, ponendo, almeno formalmente,  la pietra tombale sulla breve è intensa stagione del Presidente Costituzionale Manuel Zelaya Rosales.

Al suo giuramento hanno assistito anche solo tre presidenti stranieri: quelli di Taiwan, Panama e quello della Repubblica Domenicana, Leonel Fernandez, che era li solo per portarsi a casa Zelaya al quale ha concesso asilo politico. E Roberto Micheletti il killer ( per fortuna solo politico ) di Zelaya ? Lui è stato nominato dal Congresso Deputato a vita! E il Generale golpista Romero Vasquez che dopo aver giurato fedeltà nelle mani del Presidente eletto lo ha tradito? Lui ha beneficiato dell’amnistia, concessa dal Presidente Lupo “ per pacificare definitivamente il paese!Si è così chiusa una delle pagine peggiori della recente storia democratica non solo di quel martoriato paese dell’America Centrale.

Ricordo ancora la sera della fine di giugno del 2009, a Caracas incollato alla tv per seguire le fasi concitate del Golpe. Mi ricordo perfettamente  quando si recitò la farsa delle  “dimissioni” del Presidente legittimo (già deportato in pigiama a San Jose di Costarica): in diretta su Telesur il Presidente del Congresso Nazionale leggeva la lettera di dimissioni per motivi di salute mentre contemporaneamente in diretta la CNN intervistava Zelaya in carne e ossa che smentiva tutto.

Tutti a gridare allo scandalo di un teatrino che non poteva certo finire bene. Invece no.  A nulla sono valse le preoccupazioni di Obama Presidente  (premio Nobel per la Pace in pectore) del potente paese che in Honduras aveva (e mantiene) la più grande base militare fuori dei confini nazionali.

 

Caduto nel nulla  il severo ed autorevole monito della Segretaria di Stato Clinton. Inascoltati i richiami alla pace ed alla democrazia di tanti Capi di Stato e di Governo di quasi tutto il mondo. Ignorate le  prese di posizione durissime dei Paesi dell’ALBA (Alternativa Bolivariana dei Popoli de Nuestra America ). Chi avrebbe potuto chiudere la questione in un lampo, ha predicato con lingua biforcuta, gli altri ovviamente sono stati tenuti a debita distanza.

Troppo importante era la partita che  si è giocata sulla pelle dell’Honduras (il più povero dell’Area dopo Haiti) e del suo popolo e, irrilevante la bomba atomica piazzata sotto la poltrona di una democrazia gridata ma in realtà solo formale. La piccola Repubblica  centroamericana, l’ultima ad aver aderito all’ALBA, era la preda giusta come i cuccioli appena nati che, nella savana cercano di rimare attaccati al branco per non finire sbranati dai predatori sempre in agguato che li seguono a breve distanza.

Si doveva colpire duramente e definitivamente per dimostrare che ahora no mas, non si accettano più defezioni  e che soprattutto l’ALBA già non va bene così com’è figurarsi se addirittura si può permettere che si rafforzi. Va detto per onestà intellettuale che Zelaya estremista non lo è mai stato. Ha provato in tutti i modi a tirare fuori il suo paese dalla miseria frutto di secoli di sfruttamento che ha prodotto stratosferiche ricchezze per pochissimi (tra questi Lupo) a scapito di moltissimi. La culla della democrazia – gli USA – che considerano tutti quelli a sud dei suoi confini ( ma non solo ) il proprio patio trasero (il proprio giardino posteriore)  nulla ha fatto per aiutarlo e quando si è mossa lo ha fatto solo per certificare la buona riuscita del golpe. L’ALBA era l’ultima spiaggia; un’ Alleanza alla quale si ha diritto a  farne parte solo se lo si vuole e solo in quanto  popoli di Nuestra America. Che accoglie tutti con il poco o nulla che hanno e possono dare.  Da parte sua il Governo di Washington (sempre  quelli di cui sopra) per bocca del portavoce del Dipartimento di Stato, si è affrettato a formulare i suoi migliori auguri al neo Presidente Lupo sperando, cosi dice la nota ufficiale, di poter lavorare con il suo Governo per superare la crisi politica scaturita dalla deposizione (testuale) di Manuel Zelaya.  Punto e fine !


 

*Resp. America latina PdCI

www.resistenze.org

da Vietnam Women's Unio - Unione Donne in Vietnam 

“Censimento in Vietnam”

Il General Statistics Office (GSO), con il supporto tecnico di United Nations Population Fund (UNFPA), ha recentemente diffuso il 15% dei risultati del censimento del 2009. Il GSO riporta che nel Vietnam il tasso di natalità ha continuato a diminuire nel corso degli ultimi 10 anni ed il tasso di natalità totale (TFR) è rimasto al di sotto del livello di ricambio generazionale e si è attestato a 2,03 figli per donna.

 

Tuttavia vi sono ancora differenze tra aree geografiche: il tasso di natalità è di 1,80 nelle città e di 2,15 nelle zone rurali; di 1,69 nel Sud-Est Regione; di 1,84 nella regione del Delta del Mekong ed è più alto negli altopiani centrali con una media di 2,65 figli per donna. Questo suggerisce che ci possono essere ancora sacche di “bisogno insoddisfatto” rispetto ai servizi legati alla maternità e alla riproduzione, quali i servizi di pianificazione familiare che meritano un'attenzione prioritaria. 

I dati indicano anche che, nel Vietnam, il rapporto tra i sessi alla nascita (SRB) è stato di 111 maschi per 100 femmine nel 2009. Sebbene non vi sia una grande differenza tra le aree rurali e urbane, dai dati del censimento emerge che il gap è particolarmente elevato nel Delta del Fiume Rosso (115,3 maschi per 100 femmine). Questi numeri suggeriscono l'urgente necessità di affrontare lo squilibrio SRB in Vietnam.

Si sottolinea che il numero totale dei migranti che si sono spostati all'interno e tra le province nel corso dei cinque anni precedenti il censimento del 2009 è passato a 6,6 milioni di persone, contro i 5,1 milioni di persone del censimento del 1999. Questo dato è rappresentato principalmente dalla migrazione interna tra le province e sembra essere guidato dallo sviluppo economico nelle aree urbane, del campo industriale e delle zone di trasformazione atte all'esportazione.

I risultati del campione del censimento confermano anche che il Vietnam sta entrando in un periodo di potenziale "bonus demografico" [Una diminuzione del tasso di fecondità fa sì che nel giro di una generazione si formi un’ampia popolazione in età da lavoro sulle cui spalle gravano relativamente pochi anziani e giovani a carico. Questa condizione, che viene chiamata “finestra demografica” offre un’opportunità unica per incrementare gli investimento sociali e potenziare la crescita economica, il cosiddetto “bonus demografico”; da www.onuitalia.it, ndr], che di solito accade una sola volta nella storia demografica di una nazione e può presentare una grande opportunità per il progresso socio-economico se le politiche sono stabili e idonee allo sviluppo delle risorse umane e se i diplomati delle scuole professionali, dei collegi e delle università possono esercitare l’attività lavorativa in un'economia in espansione. 

Per di più il Vietnam sta entrando in una fase in cui si rileva una significativa percentuale di popolazione che invecchia. L'indice di invecchiamento è aumentato dell’11,4% negli ultimi 10 anni. Pertanto, pur approfittando del bonus demografico, il paese deve anche pianificare in anticipo e prepararsi all'invecchiamento della popolazione. E’ necessario un miglioramento dovuto alla richiesta di protezione sociale, in quanto le persone diventano più vulnerabili alle potenziali difficoltà legate a questo periodo della vita.

I dati del censimento del campione confermano che nel Vietnam il tasso di mortalità è ancora molto basso, del 6,5 per mille ed il tasso di mortalità infantile (IMR) è stato del 16 per mille nei 12 mesi prima del censimento. 

Si sottolinea che, nel mese di aprile 2009, trenta persone delle Nazioni Unite hanno partecipato in Vietnam al monitoraggio del censimento effettuato in 21 province di tutto il paese e che tra le agenzie delle Nazioni Unite, l’UNFPA svolge un ruolo importante: pianificazione, progettazione dei questionari e dei test, pilotaggio, formazione e monitoraggio, campagna pubblicitaria, analisi dei dati e diffusione.

Copertina

Andrea Genovali*                            

 “Haiti. Il terremoto dell’informazione”

Questa di Haiti è la terza copertina del nuovo Oltre Confine. Da quel 12 gennaio sono passate diverse settimane ma l’isola continua ad essere in preda alla disorganizzazione della macchina degli aiuti internazionali, malgrado i media tentino di non farla apparire troppo evidente.

Per questo vogliamo parlare di Haiti in modo diverso.

Vogliamo cioè affrontare, con questo e altri articoli, la tragedia del terremoto da un altro punto di vista, guardando e analizzando cosa era Haiti prima di quel 12 gennaio e perché il terremoto ha potuto essere ancor più devastante a causa della indigenza di un intero popolo assoggettato per decenni alle politiche capitalistiche e sottomesso, fino al 1986, alla feroce e brutale dittatura che l’occidente ha sempre sostenuto, per oltre 30 anni, della famiglia Duvalier.

La poderosa campagna mediatica organizzata, o comunque alleata agli Stati Uniti vuole coprire l’inefficienza del sistema internazionale di aiuti che gli Usa si sono arrogantemente autoassunti il compito di dirigere. Ma, invece degli aiuti necessari, ad Haiti sono arrivati migliaia e migliaia di soldati in tenuta da combattimento. Soldati che, invece di pensare a dare conforto a quelle sventurate persone, pensano principalmente alla difesa delle “cose” e alla occupazione del territorio di un isola che è posta nel cuore del Caribe e che dista poche miglia da Cuba e dal Venezuela. E’ una ghiotta occasione per Obama di installarsi militarmente per un periodo lunghissimo, con la scusa degli aiuti umanitari, a poca distanza dai loro due odiati nemici.

Le immagini che giornalmente ci vengono trasmesse ci fanno vedere poliziotti e militari che molto spesso sono alle prese con persone che rubano nei negozi alcune povere cose. E il messaggio che si vuol far passare nell’opinione pubblica è che tutta la popolazione di Haiti sia una gigantesca banda di criminali.

 

E l’indignazione indiscriminata contro questi “sciacalli” è violenta. La condanna accomuna le vere bande criminali, che sono una minoranza, con la povera gente, che sono la stragrande maggioranza, che cerca di procurarsi un po’ di cibo e acqua per non morire o per non far morire i propri figli. Non sempre dietro ai cosiddetti saccheggi ci sono bande criminali ma, quasi sempre, semplici persone che cercano di sopravvivere visto che lo Stato non glielo permette adesso e non glielo permette prima. Esse lo fanno solo perché non hanno nessuna alternativa. Per questo i media dovrebbero cercare di non alimentare questa spirale enfatizzando questi aspetti che sono figli al 90% dell’incapacità della macchina degli aiuti.

Anche uno come Bertolaso, il capo della nostra protezione civile che certamente non è un esempio da seguire, ha avuto un moto di dignità, subito smentito dal solerte e ossequioso Frattini, accusando ad alta voce la solita politica demagogica, propagandista e imperialista degli Stati Uniti ad Haiti.

Anche il richiamo al panico diventa un uso comune di fronte a tragedie come queste. Pensate solamente alle notizie che ci informano nei Tg che i generi alimentari non vengono distribuiti per paura che le persone si accalchino e si calpestino. Questa idea che ad Haiti le persone si comportino come un gregge di pecore impazzito, e il fatto che siano poveri e neri aiuta l’immaginario collettivo, è una possibile giustificazione per un’azione forte a sostegno di politiche di controllo del territorio invece che di accentuare la macchina dei soccorsi. Mentre non sarebbe più giusto e corretto criticare l’inefficienza dei soccorsi? Il caos viene evocato come elemento che deve far spostare l’accento dell’opinione pubblica sul necessario controllo da parte dei paesi soccorritori, in particolar modo statunitensi, e il fatto che ci siano dei marines armati di tutto punto a prestare soccorsi non fa storcere il naso a nessuno, o almeno non a molti.

Ma il caos, quello vero, ad Haiti c’è sempre stato, o almeno da quando il popolo haitiano non è stato più libero di decidere del proprio destino e questo avvenne pochi anni dopo la loro indipendenza. Concentrandosi su chi si appropria di latte in polvere e dando ampio spazio agli attacchi a ciò che resta di botteghe o altri negozi si toglie visibilità al fatto che gli aiuti non funzionano; che non esiste una adeguata distribuzione degli aiuti alimentari per i milioni di haitiani che soffrono la fame sia per il terremoto ma anche per l’indigenza precedente ad esso. Noi ci chiediamo perché la quasi totalità dei media non dice che ad Haiti la gente moriva di fame anche prima del terremoto a causa delle politiche rapaci del capitalismo. Che la violenza esisteva anche prima della tragedia ed essa era generata dalle condizioni disumane delle bidonville di Port au Prince. Perché i grandi media non dicono che quel paese, fra le tante drammatiche manchevolezze, non ha sistemi di protezione della popolazione civile perché il debito che deve pagare al FMI lo priva di qualsiasi possibilità di sviluppo.

Nessuno, o quasi, ha detto che Cuba dista solo poche miglia e lì i sistemi di protezione dei cittadini sono della massima efficienza, migliori anche di quelli degli Usa se solo si volesse ricordare la catastrofe che portò a New Orleans l’uragano. Nel 2008 tre terribili uragani si abbatterono su Haiti e Cuba e fecero più di 80 morti ad Haiti e uno per infarto a Cuba.

E questa non sarebbe una notizia da analizzare e far conoscere all’opinione pubblica? Allora perché i telegiornali non ci dicono tutto questo? Forse per la paura di dire che il socialismo cubano, malgrado il terribile blocco statunitense, riesce ad evitare centinaia di morti per eventi naturali e riesce ad assicurare dignità e diritti umani al suo popolo a differenza di quello che accade ad Haiti e in gran parte del Caribe e latinoamerica sfruttati da decenni dal capitalismo e dall’imperialismo?

*resp. Relazioni Internazionali PdCI

 

Peacereporter

Cristiano Morsolin*              

Haiti, mobilitazione per la cancellazione del debito     Secondo gli analisti per prima cosa bisogna cancellare il debito”

Uno dei provvedimenti da prendere con urgenza per alleviare le immani sofferenze del popolo haitiano consiste nella cancellazione di una buona parte dei 641 milioni di dollari del debito estero dovuto dal Paese. La proposta è stata formulata nelle ultime ore dalla rete internazionale Jubilee che ha attivato una mobilitazione mondiale che comincia a produrre buoni risultati. La Banca Mondiale ha aderito alla richiesta della societa' civile.

Gianni Pittella, vicepresidente del Parlamento Europeo, ha scritto in una lettera indirizzata a Jose Manuel Barroso per chiedere che si attivi un processo coordinato dei governi europei volto alla cancellazione del debito di Haiti. Oltre il primo aiuto umanitario di 30 milioni di euro promesso dalla Commissione europea ed ai circa 92 milioni di euro che arriveranno dagli Stati membri, quello della cancellazione del debito rappresenterebbe un passo fondamentale per dimostrare la volontà dell'Europa di aiutare concretamente l'inizio della ricostruzione, un fase che sarà lunga e complicata".

<p style="TE
163 Letture Stampa la pagina | Invia l'articolo ad un amico
OLTRE CONFINE numero 43 del 4 febbraio 2010 | Login/crea un profilo | 0 Commenti
I commenti sono di proprietà dei legittimi autori, che ne sono anche responsabili.