È passato un anno dall’operazione “piombo fuso” a Gaza (27 dicembre 2008 – 18 gennaio 2009), compiuta da Israele ufficialmente per neutralizzare Hamas e divenuta un autentico massacro della popolazione civile. Rimangono nella memoria di tutti le efferatezze dell’esercito israeliano: l’utilizzo del fosforo bianco, i bombardamenti alle scuole (tra le quali una dell’agenzia delle Nazioni Unite Unrwa) e l’utilizzo di bambini come scudi umani.
È nota la vicenda, ne abbiamo parlato anche su Oltre Confine, del rapporto Goldstone dell’Onu, che di fatto condanna l’azione di Israele. Di fronte a tanto scempio, il Governo italiano si schierò subito dalla parte degli israeliani, insieme, ovviamente, agli Stati Uniti. Francia e Spagna optarono, invece, per una condanna di entrambe le parti.
L’operazione militare ha consentito al Likud di Netanyahu di tornare al governo pur non avendo vinto le elezioni, grazie ad un accordo elettorale con l’estrema destra di Lieberman, ma anche con i laburisti di Barak. Parallelamente, lungi dal neutralizzare Hamas, l’operazione militare rafforza politicamente la presenza di Hamas, uscita come il soggetto della resistenza e del sostegno alla popolazione locale. Uno schema che consente ad Israele di continuare ad avere un nemico e che aumenta il solco della frattura tra palestinesi di Hamas e di Fatah.
La stessa recente vicenda della Gaza Freedom March, cui è stato impedito dal governo egiziano di passare il valico di Rafah, ci consegna una situazione, come ha giustamente notato il nostro compagno Musolino (presente alla marcia, insieme al compagno Enzo Infantino), in cui paradossalmente si lascia ad Hamas il monopolio delle manifestazioni a ricordo del massacro dell’operazione “piombo fuso”. Nel frattempo i palestinesi continuano a vivere a Gaza da segregati. Non è forse apartheid questa?
Di fronte a questa situazione è davvero bizzarro che il popolo statunitense spesso si domandi “perché ci odiano?”. Basterebbe, per capire, vedere come vivono i palestinesi a Gaza o anche solo visitare uno dei campi profughi del Libano. Gaza è l’emblema della questione palestinese. È l’argomento più forte a sostegno delle tesi degli opposti fondamentalismi: quello sionista e quello islamico.
Non c’è discussione. Risolvere la questione palestinese è l’unico modo possibile non solo per stabilizzare la regione, ma per risolvere il principale motivo di tensione con il mondo arabo. Oltre ad essere, ovviamente, un elementare questione di rispetto dei diritti di un popolo brutalmente perseguitato.
È tempo di iniziare a riconoscere che quando c’era nella regione, e nel mondo tutto, un forte movimento progressista e di emancipazione dei popoli, con una chiara connotazione antimperialista, la battaglia per l’autodeterminazione del popolo palestinese era più forte ed aveva una connotazione marcatamente laica. La caduta dell’Unione Sovietica, ed il conseguente indebolimento del movimento comunista e progressista nel mondo, ha lasciato libero il campo al fondamentalismo islamico. Non mi sembra un buon risultato e, come al solito, oggi gli Usa indicano un nemico che loro stessi, direttamente ed indirettamente, hanno contribuito a creare in funzione antisovietica.
Le forze progressive ed antimperialiste devono continuare a dialogare con chi resiste contro l’oppressione statunitense ed israeliana, per portare con chiarezza la nostra posizione. Per farlo bisogna stare nei processi, cercare di capire ed avere una posizione chiara. Questo ruolo, d'altronde, è stato sempre svolto con determinazione dai vari governi italiani fino all’arrivo di Berlusconi, che è stato capace di stravolgere decenni di politica estera italiana di “equivicinanza”, o meglio di relazioni con il popolo arabo, per schiacciarsi sulle posizioni americane, salvo poi fare dichiarazioni propagandistiche e senza seguito come quella sul piano Marshall per la Palestina da lui proposto.
Rimuovere il blocco di Gaza e togliere l’embargo sono i prerequisiti, insieme al riavvio del dialogo tra Fatah e Hamas, indispensabili per aprire un negoziato serio per la soluzione della questione palestinese. Contrariamente vincerà sempre la politica imperialista del “divide et impera”.
*resp. Esteri PdCI
Maurizio Musolino*
“Mille occhi, e appetiti, su Gaza”
Gaza sotto assedio, stretta da un embargo tanto crudele e immorale quanto illegale e assassino, ma anche Gaza al centro della politica internazionale dei maggiori attori mondiali.
Sì, proprio così, quella piccola striscia di terra palestinese è oggi il centro di molti avvenimenti, scelte e destini dei principali protagonisti del globo. A Gaza infatti si gioca il futuro di molti leader arabi e lo stesso presidente statunitense deve oggi puntare su questo territorio per cercare di rialzare i consensi, ridotti al minimo da fallimenti e tentennamenti. Appena un anno fa Barak Obama aveva promesso alla vigilia della sua elezione una rapida uscita dal pantano iracheno e dalla guerra afgana e un nuovo impulso al processo di pace fra Israele e Anp. Dodici mesi e la realtà ci racconta altro. Ci racconta di un Iraq tutt’altro che pacificato, della decisione di inviare a Kabul decine di migliaia di altri soldati a stelle e strisce e di una Palestina ancora senza diritti. Nulla.
Una nebbia fittissima copre ogni ipotesi di un rilancio del dialogo fra israeliani e palestinesi, sul quale pesano macigni che Obama non riesce a rimuovere. Da una parte il governo di Tel Aviv è forse oggi il più a destra di sempre e si regge proprio sulla negazione di qualsiasi incontro con i palestinesi, da qui il rifiuto di qualsiasi compromesso – anche minimo – sul tema delle colonie, dall’altra parte Abu Mazen e l’Anp faticano a ritrovare consensi e vigore a causa di una situazione interna ai territori palestinesi occupati sempre più drammatica, all’incapacità di far concretizzare vie di uscite e ad una leadership quanto meno stanca e logorata.
Le ripercussioni di questo stallo ricadono per intero anche sugli stati arabi confinanti; dall’Egitto che vede Mubarak impegnato ad assicurare al figlio una difficile successione, alle collusioni giordane, per finire alle ambiguità di sempre che legano l’Arabia Saudita sia ai gruppi dell’estremismo islamico, anche quelli vicini ad Al Qaida, che all’amministrazione di Washington. Per tutti questi soggetti risolvere la questione Gaza, significherebbe oggi una boccata di ossigeno.
Ma Gaza è anche il centro dello scontro per l’egemonia sul mondo islamico-sunnita fra Il Cairo e la Turchia. Il presidente della repubblica turca ha infatti da qualche tempo fatto fare alla politica estera del suo Paese una inversione di 180 gradi. Ovvero ha recuperato a pieno una vocazione “ottomana” rispetto a quella “asiatica” che aveva caratterizzato gli ultimi decenni il paese. Il neo-ottomanismo di Erdogan si concretizza in un protagonismo sull’area mediorientale che fa di Istanbul il perno su cui ruotano tanto il dialogo fra Siria e Israele sul Golan, quanto attraverso Hamas la possibilità di divenire interlocutore privilegiato anche di alcune frange islamico-sunnita oggi apparentemente in rotta con l’Amministrazione Usa.
Pezzi di universo islamico che spesso hanno fra le loro maggiori aspirazioni – anche se mai pubblicamente dichiarate – quella di vedersi riconoscere un ruolo e una rappresentanza proprio agli occhi del “demonio” americano. Hamas in questo senso non fa certo eccezione. E se quindi la Turchia segna un punto a suo vantaggio con la decisione del governo di Gaza di affidare ad Erdogan e ad emissari tedeschi le trattative per la liberazione del soldato israeliano rapito alcuni anni fa, l’Egitto risponde intensificando il blocco a Rafah e erigendo un muro sotterraneo capace di rendere inagibili i tunnel che oggi rappresentano l’unico polmone per la Striscia di Gaza. In questa scelta di strangolare l’esecutivo di Hamas incontra poi il sostegno di buona parte della dirigenza dell’Anp, desiderosa di riproporsi al mondo, ma anche in questo caso prima di tutto agli Stati Uniti, come l’unico e il solo rappresentante degli interessi palestinesi. Il cerchio si chiude con il re di Giordania e Netaniahu.
Entrambi tollerano benissimo la presenza di Hamas a Gaza - per il primo giustifica la sua politica repressiva contro le forze islamiche nel regno hashemita che poi si traduce con una fortissima oppressione verso tutte le forme di opposizione interna, per il secondo è paradossalmente la controprova della necessità di costruire in Israele uno stato ebraico, più di quanto nella realtà lo sia anche adesso – ma nello stesso tempo non possono negare a Barak Obama il loro sostegno, anche se formale, per rilanciare una trattativa da troppi anni morta e sepolta.
Infine il ruolo di Siria e Iran che vedono in Hamas un elemento di stabilizzazione-instabile della regione. Non una pace, ma uno status quo, magari ricco di tensione, buono per molti. L’Iran al di là delle divisioni all’interno del mondo musulmano, fra sciiti e sunniti, dialoga con Hamas e sostiene il governo di Gaza come deterrente ad un eventuale attacco diretto verso Teheran; Damasco dà da tempo ospitalità ai maggiori leader del movimento islamico palestinese come contropartita del via libera ad eventuali trattative per il recupero del Golan e come forma di pressione verso una dirigenza moderata dell’Anp che da decenni ha voltato le spalle alla famiglia Assad.
Un intrigato gioco di incastri, che ha però una vittima: il popolo di Palestina, il popolo di Gaza. Quegli uomini e quelle donne che vedono sempre di più peggiorare la propria vita, quegli uomini e quelle donne che subiscono il peso dell’embargo, ma anche quello di una islamizzazione forzata portata avanti da Hamas. Quegli uomini e quelle donne che invocano da anni la fine delle divisioni intra-palestinesi che indeboliscono la lotta per l’indipendenza.
A quegli uomini e a quelle donne va la solidarietà, senza se e senza ma, dei comunisti. Con loro vogliamo lottare.
*resp. Medio Oriente PdCI.
BassamSaleh* “Il difficile dialogo fra Hamas e Fatah”
Sembra un dialogo tra sordi, o finti sordi, parlano la stessa lingua ma fingono di non capirsi, naufragano nel buio di un mare infinito, e sembra che hanno perso la bussola: la Palestina e l’occupante.
E da quattro anni che la questione palestinese vive una situazione di stallo: la permanenza della divisione territoriale e politica tra Gaza e Cisgiordania, tra Fatah e Hamas. Il negoziato con Israele è fermo, la mediazione Americana è bloccata, l’UE predica bene ma razzola male, altrettanto fa il mondo arabo islamico; chi perde in questo contesto è la causa palestinese.
Da quasi due anni e mezzo il dialogo, per la riconciliazione nazionale, tra Fatah e Hamas attraversa tensioni, alti e bassi, speranze e disperazione, ma non si conclude. La mediazione egiziana ha messo nero su bianco, un documento di partenza per un accordo che contiene tutto quello che è stato concordato tra le diverse organizzazione palestinesi e non solo tra Fatah e Hamas; doveva essere firmata da questi ultimi nel mese di novembre scorso, fu rimandata per il diverbio sulla questione del rapporto Goldstone.
Alla fine è stato ridiscusso e votato, ma manca ancora la firma di Hamas. Hamas ha tirato fuori il pretesto che vogliono confrontare le bozze concordate tra i palestinesi e il documento egiziano, e accusano che quello votato non è conforme alle bozze.
Khaled Mishaal capo dell’ufficio politico di Hamas, all’incontro a sostegno della resistenza, tenutesi a Beirut dal 15 al 18 gennaio, ha chiesto un incontro con Abu Mazen, per risolvere le questione che sono rimasti sospese, assicurando che dopo questo incontro, porrà la sua firma al documento egiziano, sia al Cairo o altrove. Mishaal prima di questa dichiarazione, aveva fatto il giro di quelle poche capitali arabe che lo ricevono, chiedendo un loro coinvolgimento nella mediazione tra le parte, all’uopo di guadagnare tempo, e cercare di allontanare o indebolire il ruolo dell’Egitto. E nello stesso tempo, ha chiesto un incontro con l’autorità egiziana, per chiedere scusa per l’uccisione del soldato egiziano sul valico di Rafah. La risposta arrivata dirittamente da Mubarak: prima si deve consegnare il responsabile dell’uccisione e poi firmare il documento di riconciliazione nazionale.
È una situazione non facile da decifrare.
In fondo c’è la disperata ricerca di Hamas di un riconoscimento politico e territoriale del suo governo a Gaza, e il ruolo di alcuni paesi nella regione, leggasi Siria e Iran, nello scenario regionale e internazionale.
La differenza di progetti fra Fatah e Hamas è profonda. Hamas dalla sua nascita si è proposta già dal nome, Movimento di Resistenza Islamica, e non di liberazione nazionale, come lo sono Fatah, Fronte popolare, e la maggior parte delle organizzazione del Olp. In mezzo c’è sempre la liberazione come punto di incontro fra tutti, e lo stesso vale per l’Olp.
Non è un caso che i movimenti di matrice islamica non hanno accettato l’invito a fare parte di questo organizzazione di cui rifiutano la forma e il contenuto.
La stessa Hamas che nella seconda intifada ha partecipato, insieme a tutti le organizzazione laiche con un coordinamento delle forze patriottiche e islamiche, ha lavorato per logorare il prestigio e il comando dello stesso Arafat, in particolare dopo la rioccupazione della Cisgiordania da parte dell’esercito israeliano e l’assedio di Arafat nella Moqata.
Ora che si parla di ritornare al negoziato con Israele, c’è lo stallo della riconciliazione e della resistenza, tutti sono in vicolo cieco, diventa vitale la riconciliazione nazionale palestinese, ne ha bisogno chi vuole trattare come chi vuole resistere.
In assenza dell’unità nazionale, qualsiasi trattativa sarà basata sulla divisione e di conseguenza destinata al fallimento, o alla legittimazione della divisione. La riconciliazione palestinese è legata anche alla riconciliazione interaraba fra Siria, Arabia Saudita e Egitto, e dove la Siria potrebbe giocare un ruolo di primo piano, particolarmente per i suoi stretti legame con Hamas e con l’Iran.
Mila Pernice*
“Crescono le adesioni alla campagna BDS: un’”altra comunità internazionale” è al fianco della Palestina”
A 5 anni dall’appello che la società civile palestinese ha lanciato al mondo chiedendo di intervenire sui gangli economici, culturali, politici che tengono lo Stato di Israele strettamente ancorato agli interessi del capitale internazionale, è evidente che si sta sviluppando e diffondendo un livello di pressione che, se sporadicamente e poco incisivamente coinvolge pochi rappresentanti istituzionali, che pure avrebbero la possibilità di applicare le sanzioni, si mostra ben più contagioso all’interno delle società, che hanno la possibilità di ricorrere al boicottaggio. Non è un caso se il documento finale della Gaza Freedom March, Cairo Declaration, stilato su iniziativa della delegazione sudafricana e sottoscritto da tutte le altre delegazioni internazionali che erano al Cairo tra il 27 dicembre 2009 e il 2 gennaio 2010, si preoccupi di rilanciare con convinzione la Campagna BDS per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni verso l’economia di guerra israeliana.
Un’economia “fortemente dipendente dal commercio con l’estero”, come l’ha definita il Wto nel 2006, con delle potenziali vulnerabilità rispetto alle quali è possibile attivare una serie di pressioni a tutti i livelli, capaci di mettere a nudo e contrastare i presupposti su cui si basa il sistema coloniale israeliano e con esso le sue politiche di genocidio e di aparteheid, di occupazione della terra palestinese e di sfruttamento delle sue risorse.
E’ su questo punto che dalla Palestina prosegue l’invito alla società civile internazionale di mantenere alta l’attenzione: lo ha fatto recentemente il Progressive Labor Action Front palestinese che ha invitato tutte le organizzazioni sindacali internazionali e arabe, le organizzazioni e le associazioni dei lavoratori, in particolare l'Organizzazione Internazionale del Lavoro e la Confederazione Internazionale dei Sindacati Indipendenti, a boicottare l’Histadrut, l’organizzazione sindacale sionista. In una dichiarazione del 4 gennaio 2009, il PLAF ha sottolineato che “l'Histadrut non è un normale sindacato ma una parte integrante dello Stato di occupazione razzista e della sua macchina militare”
Del resto negli ultimi anni il terreno sindacale è stato particolarmente fertile per la Campagna BDS, soprattutto in Sud Africa, in Irlanda e in Gran Bretagna, dove il TUC (Trade Unions Council), che riunisce i sindacati rappresentanti di 6 milioni e mezzo di lavoratori del Regno Unito, ha votato nel settembre 2009 per l’impegno a premere sul governo inglese per la fine di ogni commercio di armi con Israele e per sostenere le iniziative per la sospensione dell’accordo commerciale fra Israele e l’Unione Europea, incoraggiando a disinvestire dalle aziende che traggono profitto dall’“occupazione illegale israeliana di Gaza e della West Bank”. Nel nostro paese, lo scorso 16 gennaio, anche i sindacati di base hanno promosso a Vicenza la mobilitazione contro la presenza delle aziende israeliane invitate alla Fiera First dell’oro e dei diamanti: un segnale importante, che lascia intendere che anche in Italia il settore sindacale potrà farsi concretamente promotore di un’efficace campagna di pressione sulle politiche filo-israeliane dei governi nostrani.
E’ proprio dal mondo del lavoro e della società civile che, anche nel nostro paese, viene promosso il boicottaggio delle merci e delle aziende israeliane o che hanno rapporti commerciali con aziende israeliane, come la Carmel-Agrexco, che trae profitto dalle coltivazioni dell’apartheid esportando frutta e verdura prodotti in Israele e nelle colonie israeliane in Cisgiordania, come le compagnie di trasporti Veolia e Alstom, i prodotti farmaceutici israeliani della Theva, i cosmetici L’Oreal, il caffè Lavazza.
Il boicottaggio - anche quello culturale, come contrasto sia al sistema della propaganda sionista sia ai rapporti di collaborazione nel settore culturale e della ricerca scientifica tra università e aziende - può essere, in quanto pratica non violenta e potenzialmente di massa, uno strumento efficace di pressione contro il sistema coloniale di oppressione della Palestina e contro chi ne è complice. Tale pratica comincia ad avere un peso anche sul livello della repressione contro il movimento di solidarietà internazionale con la Palestina, come dimostra il caso dell’attivista della rete francese Europalestine, Sakina Arnaud, che il 10 febbraio sarà processata a Bordeaux perché accusata di odio razziale per aver propagandato il boicottaggio delle merci israeliane in un supermercato della Carrefoir. Così come non è un caso, quantomeno paradossale, se persino il generale Avi Zamir, comandante del dipartimento Risorse Umane delle forze armate di Israele, ha proposto di promuovere una campagna di boicottaggio contro i prodotti reclamizzati da Bar Refaeli, top model israeliana famosa nel mondo, “colpevole”, dal punto di vista “etico” più che legale, di essersi sottratta al servizio militare obbligatorio in patria.
Di tutt’ altri contenuti l’adesione alla Campagna BDS contro Israele che i movimenti internazionali di solidarietà con la Palestina (in Italia ha appena aderito la Rete Eco degli Ebrei contro l’occupazione, in linea con l’European Jews for a Just Peace, di cui fa parte) pongono all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, dei governi e degli organismi internazionali e sovranazionali: come ha fatto la Cairo Declaration che non dimentica che l’oppressione della Palestina trova “fondamentalmente origine nell'ideologia sionista”, non dimentica che “i nostri governi hanno dato ad Israele diretto supporto economico, finanziario, militare e diplomatico, consentendogli di agire con impunità” e, infine, non dimentica la Dichiarazione ONU dei Diritti dei Popoli Indigeni del 2007.
In un passaggio fondamentale di quest’ultima si esprime la preoccupazione “per i popoli indigeni che hanno sofferto di ingiustizie storiche in seguito, fra gli altri eventi, alla colonizzazione e all'espropriazione delle loro terre, dei loro territori e delle loro risorse, impedendo così loro di esercitare, in particolare, il loro diritto allo sviluppo nel rispetto delle proprie esigenze e dei propri interessi”. E’ la stessa preoccupazione che fonda l’impegno politico di migliaia di persone che nel mondo esprimono concretamente il sostegno alla lotta di liberazione del popolo palestinese, e lo dimostrano le crescenti adesioni alla Campagna BDS contro le politiche, l’economia e la propaganda di guerra israeliane.
*Forum Palestina
Germano Monti* “GAZA: UN SISTEMA SANITARIO SOTTO EMBARGO”
L’embargo cui Gaza è sottoposta ha, ovviamente, aggravato una situazione sanitaria già estremamente precaria, nonostante l’abnegazione e l’eroismo degli operatori, dai medici agli infermieri ed agli autisti delle ambulanze, spesso obiettivo delle incursioni israeliane.
Nel marzo del 2009, a poche settimane dalla conclusione dell’operazione “Piombo fuso”, una delegazione del Forum Palestina, insieme ai medici ed agli psicologi del progetto “Mente e guerra”, è riuscita ad entrare nella Striscia di Gaza. Uno dei nostri obiettivi era la consegna all’ospedale Al Awda di Jabalya della sottoscrizione popolare raccolta durante e dopo i bombardamenti da associazioni, comitati e singoli cittadini.
I bombardamenti israeliani non hanno risparmiato le strutture sanitarie della Striscia, già prossime al collasso a seguito della enorme massa di feriti da soccorrere, molti dei quali colpiti da armi sconosciute e dunque portatori di patologie indecifrabili per i medici palestinesi. A questo proposito, giova ricordare che i medici israeliani erano da tempo in possesso del protocollo relativo alla cura delle ferite provocate dal fosforo bianco, ma si guardarono bene dal trasmetterlo ai colleghi palestinesi, costretti ad assistere impotenti all’atroce agonia ed alla morte di moltissimi loro pazienti. La struttura danneggiata più gravemente è stata l’ospedale Al Quds, gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, una cui intera ala è stata resa inagibile dalle bombe incendiarie israeliane ed ha poi dovuto essere abbattuta.
L’embargo israelo-egiziano impedisce l’ingresso a Gaza anche degli aiuti umanitari e sanitari: l’organizzazione italiana “Music for Peace”, nel marzo-aprile 2009, denunciò, anche con un video pubblicato sull’edizione on line del quotidiano “La Repubblica”, il blocco egiziano di migliaia di tonnellate di aiuti per Gaza, fra cui molte ambulanze e generatori destinati agli ospedali della Striscia.
L’ospedale Al Awda è considerato un punto di eccellenza della struttura sanitaria di Gaza. Sorto a margine del campo profughi di Jabalya, molto vicino al confine israeliano, fa parte della rete sociosanitaria costruita negli anni dall’ONG palestinese Union of Health Work Committees (UHWC), espressione della sinistra laica e marxista palestinese. La rete dell’UHWC comprende alcuni poliambulatori che cercano di garantire l’assistenza di primo livello in alcune delle zone più povere della Striscia, oltre a centri socio-culturali rivolti ai bambini ed agli adolescenti, con una grande attenzione alle problematiche delle donne.
La stessa attenzione si riscontra nell’ospedale Al Awda, che costituisce, comprensibilmente, l’orgoglio dell’UHWC. Pur disponendo di una capienza limitata (circa 70 posti letto), l’ospedale di Jabalya è il solo a disporre di una struttura per analisi ed interventi endoscopici e si sta attrezzando per mettere a disposizione dei cittadini un centro diagnostico completo, in grado di fornire prestazioni come mammografia, radiografia, T.A.C., ecc.
Le difficoltà incontrate dal personale sanitario e parasanitario di Al Awda sono enormi, come quelle di tutti gli ospedali di Gaza, dal già citato Al Quds al grande Al Shifa. A titolo di esempio, vale la pena di raccontare l’incredibile vicenda dell’ascensore donato all’ospedale Al Awda dalla Banca Mondiale, insieme ad una nuova sala operatoria completa.
Alcuni mesi prima dell’operazione “Piombo fuso”, l’ascensore-montacarichi dell’ospedale Al Awda è andato fuori uso. La Banca Mondiale donò quindi all’ospedale un nuovo montacarichi, insieme ad una sala operatoria interamente allestita. Il tutto arrivò via mare al porto israeliano di Askelon, dove viene tuttora trattenuto nei magazzini dalle autorità israeliane. In conseguenza di ciò, i feriti che giungono all’ospedale devono essere portati a braccia nelle sale operatorie, che si trovano ai piani superiori, e lascio immaginare cosa questo abbia significato nei giorni di “Piombo fuso”, quando l’ospedale doveva far fronte a decine e decine di emergenze quotidiane. Fra l’altro, la società israeliana che gestisce i docks di Askelon incassa dall’ONU e dalle agenzie umanitarie almeno due milioni di dollari l’anno per il magazzinaggio delle merci trattenute, riuscendo quindi a lucrare sugli aiuti che gli stessi Israeliani impediscono giungano a destinazione. Un meccanismo diabolico, non c’è che dire.
Purtroppo, una nuova delegazione del Forum Palestina diretta a Gaza, questa volta nell’ambito della “Gaza Freedom March” del dicembre 2009, che portava con sé quasi 40.000 euro di sottoscrizioni per l’ospedale Al Awda, non ha avuto la possibilità di portare a compimento la propria missione, bloccata al Cairo – insieme a centinaia di attivisti internazionali – dalle autorità egiziane. Negli ultimi mesi del 2009, la partecipazione egiziana all’embargo di Gaza si è fatta più zelante, e questo non può non avere conseguenze sulla traballante struttura sanitaria della Striscia. Le ultime disposizioni del governo egiziano stabiliscono che nessun aiuto umanitario o sanitario potrà raggiungere Gaza, se non attraverso la consegna dei materiali alla Mezzaluna Rossa Egiziana ad El Arish, e saranno le autorità egiziane che si incaricheranno di farle pervenire alla Mezzaluna rossa palestinese a Gaza, ha precisato il Ministro degli Esteri egiziano Aboul Gheit. Vista l’attitudine delle autorità egiziane, questo significa il blocco totale degli aiuti umanitari da parte del regime di Mubarak, esattamente come avviene sui versanti israeliani dei confini di Gaza. La tragedia è ormai imminente, ma le orecchie della cosiddetta comunità internazionale sembrano non sentire il grido di dolore che arriva dalle donne, dagli uomini e dai bambini di Gaza.
*Forum Palestina
Francesco Maringiò*
“Gaza Freedom March: dal successo alla necessità di un salto in avanti”
L’obiettivo dei delegati alla Gaza Freedom March era quello di andare a Gaza entrando dal valico di Rafah.
E questo per rappresentare, simbolicamente, la violazione di quel sigillo che tiene prigionieri gli abitanti della Striscia facendoli vivere in un embargo che, a tutti gli effetti, si configura come una guerra a bassa intensità. “Se danno il permesso a 1500 delegati internazionali di entrare –pensavamo- allora poi permetteranno anche il passaggio dei palestinesi”. E assieme ad essi di tutti quei materiali che servono per la vita di tutti i giorni, ma che a Gaza è impossibile trovare.
A partire dai materiali da costruzione perché, da quando gli attacchi israeliani sono terminati, a Gaza è stato impossibile ricostruire alcunché vista la penuria di materiale edile.
Tutto quello che si trova nei mercati di Gaza arriva attraverso le vie del contrabbando, passando per i tunnel sotterranei che il “democratico” Egitto ha deciso di inondare di acqua salata e gas per renderli inutilizzabili e costruire un muro sotterraneo in acciaio (lungo 11-12 Km e profondo 20-30 m) per bloccare qualsiasi tentativo di costruirne di nuovi. E questo, unito all’inspiegabile rifiuto di far entrare la Gaza Freedom March in Palestina, simboleggia meglio di qualunque altro discorso l’ipocrisia del governo Mubarak nei confronti della vicenda palestinese, a cui fa seguito l’intera comunità internazionale che sembra aver messo nell’oblio gli abitanti della Striscia di Gaza e con essi il diritto e le convenzioni internazionali.
Però, anche se l’obiettivo non è stato raggiunto (l’ingresso a Gaza), sarebbe sbagliato considerare questa esperienza un fallimento, anzi: il successo è stato indubbio. La nostra presenza al Cairo e le pressioni lì esercitate hanno costretto i media di tutto il mondo a parlarne. Sembrerà poco, ma l’essere riusciti a rompere il silenzio mediatico su questo aspetto è un primo, importante, passo in avanti. Un assedio, purtroppo, non fa notizia ed il rischio della popolazione civile di Gaza è quello di finire nel dimenticatoio di un Occidente tronfio di valori effimeri e sempre attento alla notizia (qualunque essa sia: una guerra o la scappatella di un premier, pari sono) ma non ai fatti.
Ed i fatti ci parlano di una vita difficile, fatta di penuria e di un quotidiano assedio che impedisce di progettare, o anche solo di immaginare, un futuro migliore a quel milione e mezzo di persone che sono condannati a vivere in una prigione a cielo aperto e di cui, più della metà, hanno meno di diciotto anni. Il secondo importante aspetto è che siamo riusciti ad essere così in tanti a questo appuntamento.
Il fatto che dall’Italia 150 persone partissero durante le vacanze, sostenendo individualmente i costi, e si ritrovassero al Cairo è un fatto che non vedevamo dalla stimolante e proficua stagione dei Social Forum. Dobbiamo farne tesoro. E se il limite di quell’esperienza è stato quello di non essere stati in grado di andare oltre ai grandi momenti di aggregazione e sedimentare un lavoro quotidiano e radicato, dobbiamo fare in modo che la Marcia non sia ora un ricordo nella testa dei tanti delegati o di chi ha seguito con partecipazione le notizie che giungevano dal Cairo. Sappiamo che la solidarietà alla causa palestinese vede tanti protagonisti e soggetti in campo, in Italia e nel mondo, ciascuno col proprio punto di vista, le proprie pratiche di lotta ed il proprio profilo politico.
E non potrebbe essere diversamente, vista la divisione che la stessa società palestinese vive. La nostra sfida, da comunisti, è quella di lavorare perché tutte queste energie diventino il lievito della ripresa, in Italia, di un forte movimento unitario e popolare di solidarietà coi popoli in lotta, a partire da quello palestinese. Il nostro era un paese dove il diritto alla resistenza armata del popolo palestinese contro l’occupazione israeliana veniva ribadito nelle aule parlamentari e dove, per mano dello stesso Presidente della Repubblica, veniva donata la coppa del mondo vinta ai mondiali di calcio al presidente Yasser Arafat. Siamo diventati il paese dove un colone della Cisgiordania è sottosegretario agli esteri e nessuno dice nulla. Ecco perché i comunisti, se sono capaci, devo saper diventare protagonisti di questa nuova stagione di lotta e movimento che radichi nella consapevolezza culturale e nella quotidianità le ragioni della solidarietà internazionalista.
Il documento del Cairo, interprete genuino dello spirito della Gaza Freedom March, ci richiama all’impegno per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele, così come fatto dalla comunità internazionale nei confronti del regime sudafricano durante l’apartheid. Bene: tra pochi mesi si svolgeranno, proprio in Sudafrica, i mondiali di calcio e saranno tanti i servizi dei mass-media che parleranno della storia di questo paese. Quale migliore occasione per tornare a parlare dell’apartheid di Gaza e di tutta la Palestina e raggiungere così la pancia di questo intorbidito paese?
Dipartimento Esteri Prc
Andrea Genovali* “Gaza: distruggere l’economia per cancellare la speranza e il futuro di un popolo”
Quello che il governo israeliano ha compiuto a Gaza in questi anni è qualcosa di assolutamente perverso ed esecrabile ogni oltre misura. Il 27 dicembre del 2008 con l’aberrante operazione “Piombo fuso” ha massacrato 1.400 persone, fra cui 300 bambini e 115 donne. Io che sono nato in Versilia ho sempre presente la strage che, nella Seconda guerra mondiale, i tedeschi perpetrarono a Sant’Anna di Stazzema. Fu uno fra i più atroci crimini commessi ai danni delle popolazioni civili in Italia e lì furono assassinate 560 persone fra bambini, donne e uomini inermi.
Oltre ai morti, a Gaza 400.000 case sono state distrutte o danneggiate, 50.000 palestinesi non hanno un tetto e una cifra oscillante fra il 35 e il 60% delle attività economiche di Gaza hanno subito danni irreversibili. E stiamo parlando di una economia già di per sé povera.
Il secondo crimine, sopra ricordato, è il blocco economico decretato da Israele con il sostegno vigliacco di Stati Uniti e Unione Europea dopo la vittoria trasparente e senza brogli, così come dichiarato dagli Osservatori internazionali, di Hamas alle elezioni del 2007. A noi non è piaciuta la vittoria di questa organizzazione islamica, ma è stato il popolo palestinese di Gaza che ne ha decretato democraticamente la vittoria e per questo è ancor più profondamente ingiusto e illegittimo il blocco economico come ritorsione contro una scelta elettorale liberamente assunta.
E, in ogni caso, il conto dei criminali blocchi economici, come quello a Gaza, lo pagano come sempre i bambini e le persone più deboli e indifese.
Oggi con il blocco Israele sta portando a termine quel processo che da circa 40 anni ha iniziato con l’occupazione militare. Israele aveva tagliato fuori la Striscia dal resto della Palestina e l’aveva messa a suo completo servizio. Attraverso un complesso sistema di posti di blocco e restrizioni di ogni tipo intrappolò queste persone e, oggi con la chiusura dei valichi di frontiera con la stessa Israele e l’Egitto quel isolamento è completo. In questo modo il paese delle piramidi si rende complice attivo di Israele nello strangolamento del popolo palestinese.
Inoltre, questo blocco ha distrutto ogni prospettiva di recupero economico a Gaza. La strategia di Israele è quella, oltre all’occupazione militare e agli insediamenti, di distruggere le infrastrutture economiche lasciando il popolo palestinese in condizioni talmente terribili che anche qualora vi fosse una soluzione equa della questione palestinese sarebbe per loro ben difficile riprendersi in tempi rapidi.
E’ una logica spietata che lascia allibiti.
Negli ultimi due anni sono stati distrutti migliaia di limoni, di ulivi, di palme. Interi sistemi di irrigazioni resi completamente inutilizzabili così come serre e pozzi. Israele ha edificato una zona di interposizione di centinaia di metri dentro i confini di Gaza limitando ulteriormente l’accesso alle terre coltivabili per i contadini palestinesi.
La situazione non è certamente migliore per i pescatori della Striscia. Nel 2000 essi erano circa 10.000 ed oggi sono meno di 3.500 e debbono pescare entro le tre miglia dalla costa. Ma in questo spazio c’è ben poco e dunque debbono spingersi oltre con il pesante rischio di essere intercettati e mitragliati dalle motovedette israeliane che pattugliano la zona.
Un blocco durissimo che impedisce la circolazione delle persone e delle merci, e anche dei medicinali. Un blocco infame che sta trascinando Gaza in una crisi economica e sociale senza precedenti. Disoccupazione, caduta degli scambi, deterioramento dei servizi sociali specie quelli che riguardano salute e istruzione che sono alla base delle necessità di qualsiasi popolo. A Gaza Israele ha rinchiuso un numero altissimo di persone privandole degli strumenti minimi per poter sopravvivere e darsi un futuro possibile.
Il ritiro unilaterale del 2005 voluto da Sharon è stato l’ultimo frutto avvelenato compiuto dal macellaio di Sabra e Chatila contro il popolo palestinese. Osannato dai media occidentali come statista di pace, e purtroppo non solo dai media ma anche da una certa cosiddetta sinistra nostrana, Sharon con grande scaltrezza ritirando unilateralmente i coloni da Gaza ha compiuto una nuova violenza contro il popolo palestinese aprendogli altri gravissimi problemi.
Il popolo palestinese di Gaza ha necessità di accessi esterni e il diritto di poter tornare a lavorare in Israele e in Egitto e potersi muovere liberamente all’interno dei territori occupati illegalmente da Israele. Ha necessità che i valichi siano riaperti per poter tornare almeno ad una parvenza di normalità. Se essi permangono chiusi Gaza continuerà ad essere una prigione senza che i suoi abitanti possano avere nessuna possibilità di sviluppare qualunque forma di attività economica.
E sono proprio l’impossibilità negli spostamenti e la sospensione dei trasferimenti di reddito, più che le riduzione negli aiuti che pure sono importanti, le cause del declino economico di Gaza pervicacemente ricercato da Israele. Lo stato ebraico è consapevole che la mancanza di un accordo politico equo con i palestinesi fa sì che gli aiuti internazionali non possono che cercare di far sopravvivere il popolo palestinese, ma sicuramente non far riprendere un percorso economico capace di dare futuro a quel popolo.
E tutto questo con la complicità dell’Unione Europea ma non della parte migliore dei popoli europei come la Gaza Freedom March delle scorse settimane ha palesemente evidenziato.
*resp. Relazioni Internazionali PdCI
Stefano Fedeli* Gaza-Palestina, voglia di vivere: quale cooperazione e perché.
La mia prima volta a Gaza è stata nel tardo pomeriggio di un giorno di gennaio del 1983, una giornata dove pioveva senza tregua e con le strade trasformate in vere e propri fiumi (sulla via del ritorno per Gerusalemme il taxi, si è fermato dentro una enorme buca sommersa spegnendosi, con l’acqua che arrivava abbondantemente alla metà della portiera). All’epoca ero il componente italiano del Comitato Internazionale di Coordinamento dell’ONU per la Palestina – ICCP – e di quello europeo – ECCP - e dovevo monitorare le manifestazioni organizzate della Società civile palestinese, per poter sostenere – cosa avvenuta nella primavera dell’anno successivo – le pratiche di governo diretto di processi e problemi; quello che da noi si chiama Non Governativo. Era l’epoca delle grandi speranze e della certezza che prima o poi si sarebbe arrivati allo Stato indipendente e a due Società complementari.
La volontà di Fatah, allora ancora a Tunisi, era quella di “ inventariare l’esistente “ e cercare le risorse per rafforzarlo: medici, donne, contadini, operai, scuole, sindacati,ecc. L’ impatto è stato durissimo tanto evidenti erano le manifestazioni di aperta ostilità e discriminazione nei confronti del Palestinesi: ma non avrei mai potuto immaginare il futuro (la realtà di oggi). Si era tutti convinti che alla convivenza pacifica si sarebbe arrivati sicuramente più poi che prima, ma ci si sarebbe arrivati. Poi ci sono tornato un’infinità di volte lavorandoci e soggiornandoci per lunghi periodi (l’ultimo sino a settembre del 2006, per aver diretto un progetto a beneficio di gruppi di donne di 40 villaggio della Cisgiordania e Gaza). Nella prima visita, tra gli altri , avevo incontrato i rappresentanti dell’Associazione dei giornalisti i quali, fra le carte che mi hanno mostrato, poi sequestrate dai soldati israeliani che hanno fatto irruzione nei locali dove si stava svolgendo la riunione, c’erano delle mappe, di fonte israeliana, che illustravano quale sarebbe stato il futuro dei territori occupati dai palestinesi. Una espansione dei cosiddetti coloni a macchia di leopardo, per disarticolare, sostituendole, le comunità locali!
Ma comunque allora era tutta un’altra cosa. La “ Società palestinese “ era viva ed attiva e riusciva a coprire e gestire la complessità delle esigenze proprie di una comunità. Molto e molto intensi erano i rapporti di collaborazione anche con una parte importante della Società civile israeliana, perché era cosi che funzionava prima del 48 e, subito dopo. Sin dal primo momento, pur ritenendo molto politica “la questione palestinese“ ho ritenuto che si dovesse impedire la scomparsa dell’esistente attraverso il suo rafforzamento affinché, una volta nato “ lo Stato “potesse contare con una concreta struttura. Invece nel corso degli anni, ma anche a volte appena di giorni, ho potuto registrare e vivere le costanti modificazioni poste in essere dalle autorità israeliane sia territoriali che politiche; mai casuali ma sempre parte di un disegno preciso di occupazione finalizzata alla disarticolazione della Società palestinese.
Cosi che la famosa mappa di quasi trenta anni fa ora è quella reale, quello che le autorità israeliane definiscono facts on the gruound “;lo stato dei fatti dal quale far ripartire ogni volta qualsiasi processo. Alla costruzione della Grande Israele, ovviamente, ha corrisposto la distruzione della Palestina intesa come dimensione politica, economica, scientifica, culturale e sociale. Per quanto ho potuto ho insistito sulla necessità di lavorare per impedire che la causa palestinese si trasformasse da fatto politico in emergenza umanitaria, con la conseguente trasformazione dei territori palestinesi in tanti campi profughi; obbiettivo assolutamente evidente con la costruzione del muro che a fronte di un confine “ naturale “ di ca. 360 km ha raggiunto e superato gli 800 km di estensione. Questa era anche la preoccupazione che avevo quando unilateralmente Israele si è ritirata da Gaza nel 2005.
La striscia è nei fatti l’unico spazio fisico, almeno per il momento, dove è possibile una continuità territoriale, ormai assolutamente impensabile nel resto della cosiddetta Cisgiordania. All’epoca del ritiro parlavo apertamente del più grande campo profughi, temendo le inevitabili e logiche emergenze che avrebbe prodotto, per la concentrazione di enormi problemi. Oggi i quasi milione e mezzo dei palestinesi chiusi a Gaza dipendono totalmente dall’esterno vivendo in uno spazio totalmente chiuso ed inaccessibile. Per di più governati da forze rese radicali anche dalla disperazione. L’emergenza umanitaria oggi è un dato di fatto, reso ancor più evidente e quasi definitivo dalle distruzioni chirurgiche dell’operazione piombo fuso “. La stragrande maggioranza degli interventi di cooperazione, quindi, sono com’è ovvio adesso, destinati (quando possono arrivare) a tentare di leccare ferite che invece sono profonde e strutturali. Un’opera immane, scientificamente pianificata, che oggi rende impossibile qualsiasi azione tesa al rafforzamento (o alla semplice sopravvivenza) di quella che era la Società palestinese. Infine alcune considerazione sulle manifestazioni di integralismo culturale e religioso. Come detto nel 2005/2006 lavoravo e risiedevo in Palestina e precisamente a Ramallah e Gerusalemme e, dunque, ho vissuto in prima persona la campagna elettorale Palestinese e Israeliana che ha determinato la vittoria di Hamas, soprattutto nell’inferno di Gaza. La striscia era già libera dai coloni che, comunque prima di andarsene, tra l’altro avevano fatto in tempo a distruggere le uniche sorgenti d’acqua dolce esistenti, che controllavano. Libera ma ermeticamente chiusa ed inaccessibile; non c’è spazio per descrivere l’accesso da Eretz a chi, come me aveva il teorico permesso delle Autorità israeliane.
Il governo di Israele ha, all’epoca, fatto di tutto e di più per far apparire l’ANP debole ed impotente: chiusure continue dei varchi dei territori palestinesi per giorni interi: Kalandia verso Gerusalemme, Nablus, verso sud, Tulkarem, Hebron. Tutti passaggi quotidiani di migliaia di disperati palestinesi. Poi i famigerati ceck point volanti, ore ed ore di attesa senza vere ragioni, insomma un vero e proprio inferno che è servito a dimostrare l’inefficacia della politica dell’ANP. Gaza era l’unico posto (come accennato prima) dove di fatto, seppur chiusi, i palestinesi potevano sperimentare qualcosa di diverso e cominciare a sentirsi una comunità. Visto il posto, le condizioni e le contraddizioni, lo hanno fatto in maniera disperata scegliendo Hamas.
Gli altri ed unici posti dove i palestinesi possono riunirsi e sentirsi parte di qualcosa, sono le moschee. Quasi trent’anni fa in Cisgiordania se ne contavano pochissime ed i palestinesi erano profondamente laici in una terra che di messaggi forti ne dava fin troppi. Con il disgregarsi costante dei loro nuclei sociali e produttivi, con la drastica riduzione degli spazi fisici si andata, ovviamente, perdendo progressivamente la identità di comunità necessaria a sopravvivere e far sopravvivere la speranza futura. Ora la Cisgiordania è piena di moschee dove il venerdì potersi incontrare, vedere parlare e sentirsi ancora un popolo!
Ps: sembra che esista un progetto per costruire un muro anche a largo di Gaza.
*resp. Coop. Internazionale PdCI
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