Puntocritico

Mediterraneo Mareaperto (parte a)

Atti / Convegni
Inviato da redazione 15 Dic 2005 - 13:06

Leggi gli interventi di:


Enzo INFANTINO,

Segretario Pdci Reggio Calabria

Maurizio MUSOLINO,

Responsabile mediterraneo e Medio Oriente PdCI

Iacopo VENIER,

Responsabile per le Politiche Internazionali PdCI

Maurizio MUSOLINO – Coordinatore

Ismail ALAUOI,

Segretario Gen. Partito del Progresso e del Socialismo Marocco


 



 

Enzo INFANTINO, Segretario PdCI Reggio Calabria


Sono particolarmente onorato nel porgere questa mattina a tutti gli illustri ospiti presenti il più sentito e sincero saluto a nome mio e della federazione provinciale del partito dei Comunisti italiani.

Un ringraziamento va rivolto alla direzione nazionale del partito, al compagno Oliviero Diliberto; al dipartimento esteri con il compagno Iacopo Venier; al gruppo regionale col compagno Michelangelo Tripodi; all’associazione “Puntocritico” per aver scelto Reggio Calabria quale sede di questa importante iniziativa “Mediterraneo Mareaperto” incentrata sul ruolo del Mediterraneo, sulle opportunità di sviluppo collegate e sulla importanza di definire una vera politica di pace e cooperazione attraverso l’integrazione delle diverse culture esistenti nell’ambito della vasta area del mediterraneo.

La scelta della città di Reggio Calabria quale sede del convegno non è avvenuta a mio avviso a caso. Quale città più di Reggio Calabria può dirsi città di frontiera mediterranea, punto di congiunzione tra i paesi del sud e del nord del mediterraneo oltre che estrema frontiera sud della futura Unione europea allargata? Quale città potrebbe con maggiore forza assumere il ruolo strategico e di ago della bilancia nell’ambito degli interscambi culturali, sociali e commerciali tra i paesi del mediterraneo, tra i paesi del processo di Barcellona?

Mi preme ricordare che questa è stata per anni l’ambizione coltivata ed il fine perseguito da un nostro illustre concittadino: Italo Falcomatà.

(Applausi)

Che ora non è più tra noi, fu lui a coniare la definizione “Reggio Calabria città del mediterraneo”. Una città in cui esistono laboratori culturali come l’Università mediterranea e l’Università per stranieri che operano e agiscono in funzione di quel vasto progetto cui prima facevo cenno.

Voglio inoltre ricordare che a Gioia Tauro esiste ed opera il più grande porto di transhipment del Mediterraneo che ha fatto della città un importante crocevia di interscambio di merci.

Il processo euro-mediterraneo avviato a Barcellona nel ’95 ha segnato l’inizio di una fase di relazione di partenariato che include sia la cooperazione bilaterale e multilaterale che quella regionale e sub-regionale.

I dodici paesi del mediterraneo nostri partners sono il Marocco, l’Algeria, la Tunisia, l’Egitto, Israele, la Giordania, l’Autorità Palestinese, il Libano, la Siria, la Turchia, Cipro e Malta, la Libia che mantiene ancora lo status di osservatore.

Gli obiettivi principali della partnership euro mediterranea sono la costruzione di un’area euro mediterranea comune, di pace e stabilità basata su princìpi fondamentali che includono il rispetto dei diritti umani e della democrazia.

La reazione di un’area di prosperità condivisa attraverso il progressivo stabilimento di un’area di libero scambio tra l’Unione e i partner mediterranei e i paesi mediterranei stessi, lo sviluppo delle risorse umane e la promozione della comprensione tra le culture e il riavvicinamento dei popoli della Regione euro-mediterranea.

E’ al perseguimento di questi obiettivi che siamo chiamati a votarci nell’attuazione di una nuova strategia euro-mediterranea per la realizzazione concreta della quale occorre non solo una maggiore volontà politica da parte delle istituzioni nazionali chiamate ad intensificare gli sforzi intesi a migliorare l’assistenza finanziaria e tecnica e a rilanciare la cooperazione politica e a sfruttare pienamente le opportunità offerte dal programma Meda, programma finanziario specifico per l’attuazione del partenariato euro-mediterraneo. Ma anche e soprattutto una maggiore attenzione e partecipazione delle autorità regionali e locali, delle organizzazioni non governative, delle associazioni e della società civile che giocano tutte un ruolo fondamentale nel dare un impulso decisivo alla cooperazione regionale e sub-regionale.

Nonostante l’Unione europea sia il maggior partner commerciale dei paesi mediterranei la Regione mediterranea non riesce ancora a trovare una sua personalità nello scacchiere mondiale ed è ancora lontana dai modelli di integrazione commerciale simili al Nacta o al Nasean.

Questo dovrebbe essere uno degli obiettivi da perseguire nel contesto di una politica di vicinato, preludio ad una forma di regionalismo politico ed economico.

Non posso infine non ricordare che questo nostro incontro si svolge in un momento storico particolare. Da una parte il conflitto in Iraq verso il quale l’Unione europea non ha saputo assumere una posizione comune e determinante; sta a mostrarci ancora una volta la contraddizione di una Europa gigante economico e nano politico.

Dall’altra ci troviamo alla vigilia dell’allargamento ad est della Unione europea, di una Europa composta da 25 Stati membri. Questa iniziativa – ne sono convinto – non può essere condizionata dal conflitto in Iraq.

In questo mio breve saluto consentitemi di riaffermare il ripudio della guerra come strumento per dirimere le controversie internazionali e l’auspicio del ritorno ai mezzi diplomatici quale elemento fondamentale per gestire e garantire la sicurezza nel mondo.

La guerra in corso potrà avere enormi ripercussioni sulla situazione dell’area mediterranea come pure nei rapporti tra i paesi membri del processo euro-mediterraneo.

Gli interrogativi che nascono sono tanti. Quali saranno le implicazioni della guerra in Iraq sulla politica europea nei confronti del Medio Oriente e del mediterraneo? Come reagiranno alla guerra i Paesi del Mediterraneo del sud? Come la guerra influenzerà il processo di cooperazione tra i Paesi del Mediterraneo? A tali interrogativi potrà darsi risposta adeguata soltanto col tenace impegno e la volontà di tutti della società civile in particolare che potrà col suo peso influenzare l’azione dei governi.

L’altra questione – chiudo – da non dimenticare è l’allargamento ad est della Unione europea. Nel momento in cui le frontiere si allargano dobbiamo pensare ad una strategia verso le Regioni più vicine dell’Europa come quelle mediterranee.

Sarebbe errato a mio parere vedere il Mediterraneo soltanto e principalmente come una questione di sicurezza, come frontiera meridionale della Unione europea sulla quale attestarsi per gestire i flussi migratori e combattere il terrorismo internazionale.

Il Mediterraneo va considerato invece come un’area nuova di cooperazione in cui stabilire delle relazioni speciali nel contesto di una più ampia politica di vicinanza.

Alcuni Paesi del Mediterraneo come Cipro e Malta saranno presto membri della Unione, altri come la Turchia sono candidati, ma anche con tutti gli altri paesi mediterranei siamo legati da situazioni, tradizioni e interessi specifici.

Dobbiamo lavorare perché i Paesi del Mediterraneo si uniscano nella diversità e da questa traggano la loro ricchezza ma non possiamo farlo partendo da una posizione di prepotenza eurocentrica chiusa e unilaterale ma da una idea di co-appartenenza che è stata alla base della nascita del processo di Barcellona ma che va rafforzata e portata avanti con decisione.

Vorrei chiudere questo saluto – mi scuso se l’ho fatta lunga – con un pensiero dello storico francese Bernard Brodin che scriveva “il Mediterraneo è mille cose al tempo stesso, non un paesaggio ma innumerevoli paesaggi, non un mare ma una successione di mari, non una civiltà ma più civiltà ammassate l’una sull’altra. Il Mediterraneo è un antico crocevia, da millenni tutto è confluito verso questo mare scompigliando ed arricchendo la sua storia”.

Mi piace pensare che di questa ricchezza di civiltà sapremo fare appunto la nostra forza. Grazie.

Naturalmente auguro buon lavoro a tutti. Adesso cedo la parola al compagno Maurizio Musolino che dirigerà i lavori di questa mattina.

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Maurizio MUSOLINO, resp. mediterraneo e M.O. PdCI

Io volevo innanzitutto dire due parole brevemente. Questa iniziativa che noi oggi facciamo era nata ed era stata pensata quando la guerra era imminente, era un rischio che era sentita da tutti noi vicina ma non era ancora scoppiata.

Oggi ci troviamo invece con la guerra in corso, una guerra che ha mostrato in questi giorni tutta la giustezza delle motivazioni che noi abbiamo dato per opporci ad essa. La guerra si è dimostrata per quella che è: una cosa terribile e drammatica. Altro che missili intelligenti, in queste settimane abbiamo visto cadere bombe sui mercati, negli ospedali, nelle case dei civili fino al paradosso di due giorni fa quando un carro armato ha sparato contro l’hotel Palestina dove tutto il mondo sapeva che risiedevano solamente giornalisti, uccidendone tre.

Questa guerra – questi giorni l’hanno dimostrato ancora una volta in maniera forte ed eclatante – trova origine solo in ragioni di potenza ed in ragioni economiche. Lo avevamo detto fin dall’inizio. Questa guerra voluta fortemente da Bush rientra pienamente in una visione degli Stati Uniti che vogliono imporre a tutto il mondo il loro dominio.

Al contrario, invece, proprio questa nostra iniziativa qui oggi a Reggio Calabria vuole invece promuovere un’altra visione del mondo, una visione multipolare. E il Mediterraneo con la sua storia e la sua cultura è proprio uno di questi poli non il solo ma un polo importante.

Noi oggi qui iniziamo un percorso di studio e di ricerca per la quale la neonata associazione Punto Critico sarà uno strumento prezioso e utile. Lo iniziamo qui a Reggio Calabria – e lo ricordava qui Enzo Infantino – anche perché qui pochissimi anni fa anche se oggi guardando la città e le vie di Reggio Calabria sembrano passati molti anni, un uomo Italo Falcomatà aveva immaginato una Reggio Calabria città del Mediterraneo perno dello sviluppo per il Mezzogiorno. Aveva creduto in questo ed in questa direzione aveva lavorato.

Vogliamo quindi, dicevo, iniziare un percorso; vogliamo attrezzarci, darci maggiori capacità per poter leggere ciò che sta accadendo e capirlo.

Per fare questo i nostri ospiti che voglio ancora una volta ringraziare ci aiuteranno qui oggi ma ci aiuteranno soprattutto nelle prossime settimane, nei prossimi mesi tessendo insieme a noi una rete di rapporti che sarà proficua per noi e per loro.

Un’ultima considerazione prima di dare la parola ad Iacopo Venier. Credo che un reale sviluppo del Mediterraneo non potrà mai prescindere da uno sviluppo della democrazia e dai diritti nei Paesi che vi si affacciano.

Su questi due aspetti spesso attaccati oggi in Italia dal Governo Berlusconi penso che ci voglia chiarezza da parte di noi tutti. Diritti e democrazia sono alla base di uno sviluppo e di una convivenza pacifica, rispettosa di tutti quanti.

Do adesso la parola ad Iacopo Venier, responsabile delle politiche internazionali del Pdci.

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Iacopo VENIER, resp. politiche internazionali del PdCI

Cari amici, cari ospiti, cari compagni e care compagne, io vorrei prima di leggervi la relazione che ho preparato per questo nostro importante convegno dire che i giornali di oggi sono pieni di una propaganda indecente. Ci dicono che questa guerra è finita, che abbiamo liberato un Paese.

Io credo che da questa nostra iniziativa - come da tutte le iniziative che si stanno facendo in questi giorni e in queste ore e che si continueranno a fare sul tema della pace – dobbiamo riportare anche un elemento di verità e rispondere a questo tipo di stortura e propaganda che sta debordando e diventando intollerabile.

La guerra non è finita, purtroppo. “Cessate il fuoco” è uno slogan, un obiettivo che servirà per oggi e per domani perché purtroppo questa guerra non può essere contenuta e non sarà contenuta nell’attacco all’Iraq. Hanno conquistato un Paese non l’hanno liberato e non poteva che finire così per la sproporzione immensa di mezzi d’armi, di tecnologia, di potenza di fuoco. Hanno ucciso migliaia e migliaia di persone, anche i militari che difendevano il loro Paese non un regime dispotico, violento e repressivo come quello di Saddam Hussein.

Hanno invaso e conquistato un pezzo di Medio Oriente e questo è foriero di gravi conseguenze. Noi oggi siamo qui a riflettere anche nel contesto di questa guerra che non è finita e che purtroppo ci porterà altri disastri.

Allora è compito nostro anche con iniziative come questa o come altre oggi parlare e dire al nostro popolo che è un tempo difficile di fronte a noi e che nulla di positivo è accaduto perché l’unico evento positivo che possiamo augurarci, che costruisce lo sviluppo è la pace ed oggi pace ce n’è meno di ieri.

Cari amici, cari ospiti, cari compagni e care compagne, credo di non esagerare nel dirvi che l’iniziativa che teniamo qui oggi a Reggio Calabria sta assumendo una valenza straordinaria per il dipartimento politiche internazionali che ho l’onore di dirigere e più complessivamente per tutto il partito dei Comunisti italiani.

Per la prima volta – lo diceva già Maurizio prima – quando abbiamo ragionato, mi pare che era novembre, sulla necessità di approfondire le politiche relative alle aree del mediterraneo non era ancora chiaro allora che questo tema sarebbe divenuto una delle questioni decisive per la prossima fase politica del nostro Paese e più in generale del contesto internazionale.

Ciò che allora ci proponevamo era di richiamare l’attenzione del nostro partito, della coalizione dell’Ulivo e più in generale dell’intera sinistra su quest’area che se non proprio trascurata risultava certo non centrale nei ragionamenti e nella programmazione politica.

Alcuni mesi fa non avevamo ovviamente la percezione di quanto questi temi sarebbero divenuti decisivi dopo lo scoppio di questa guerra terribile e devastante. Siamo infatti sull’orlo di un burrone e rischiamo di essere trascinati in uno scontro di civiltà e di religioni.

Questo pericolo non siamo noi Comunisti ad enunciarlo ma è stato il Papa usando toni apocalittici a richiamare infinite volte l’attenzione su ciò che sta accadendo, sulle distruzioni non solo materiali che questa sciagurata guerra sta portando. La guerra apre ferite che sarà difficilissimo cicatrizzare e sta allargando le distanze politiche e culturali tra il cosiddetto Occidente ed il mondo arabo.

Ragionare sul Mediterraneo alla luce della nuova situazione aperta dalla guerra diventa quindi ancora più importante se siamo di fronte al rischio di uno scontro di civiltà, ad una guerra infinita che può assumere i toni della crociata o della jihad allora c’è chiaro che sotto il nostro mare, questo nostro mare si sta aprendo una frattura, una faglia che può provocare terremoti terribili.

I nostri obiettivi restano quindi immutati ma si collocano in un contesto diverso e drammatico. Volevamo infatti ragionare su quale sia ora fuori dalle carte patinate dei rapporti dei ministeri o dei commissari europei il vero punto dell’evoluzione del processo di Barcellona, cioè di quello che si candidava ad essere un grande progetto di costruzione di un’area economica, culturale e sociale a cavallo del nostro mare.

Oggi però questa valutazione va molto oltre la necessità di affrontare con interlocutori nazionali ed internazionali i contenuti e lo stato di realizzazione dei partenariati euro-mediterranei oppure l’entità dei finanziamenti dedicati a questo scopo o ancora le politiche agricole o migratorie definite dalla Unione europea.

Certo è sempre utile capire perché quel processo di Barcellona non si è realizzato ed anzi ha prodotto accordi bilaterali tra Unione europea e Paesi dell’altra sponda del nostro mare che quasi sempre sono stati segnati da una impronta liberista che tende a costringere gli Stati partners della Unione europea a scelte economiche ad esclusivo vantaggio nostro, europeo.

Purtroppo però di fronte alla crisi drammatica che sta vivendo l’Unione europea sconvolta da iniziative filo-americane di Italia, Spagna e Gran Bretagna diventa difficile davvero capire se ci sono spazi reali per affrontare il merito delle questioni aperte.

Preliminarmente bisognerà capire se l’Europa sopravviverà a questa durissima prova. E’ evidente che la guerra in corso ha tra i suoi obiettivi principali quello di colpire a morte ogni ambizione dell’Europa di divenire soggetto pieno di politica internazionale.

La strategia americana non prevede alcuna contraddizione al proprio dominio e si sta movendo da tempo, contando purtroppo su sudditi fedeli come il nostro Governo, per scardinare l’Europa.

In questi mesi si sta giocando una partita importantissima per il nostro futuro e purtroppo – lo diciamo anche con una certa amarezza perché comunque sia è il Governo del nostro Paese – la fase cruciale per il futuro dell’Europa rischia proprio di realizzarsi durante la Presidenza italiana della Unione europea.

Il primo nostro compito anche come partito sarà quello di incalzare il Governo affinché faccia perlomeno meno danni possibili.

Dobbiamo assolutamente raggiungere l’obiettivo dell’approvazione della nuova Costituzione europea. Il nuovo trattato che sta scrivendo la convenzione sul futuro dell’Europa che sarà affidato alla conferenza intergovernativa proprio nel secondo semestre del 2003.

Questa nuova Costituzione, un patto nuovo tra i Paesi dell’Europa deve attrezzare l’Europa ai compiti che le derivano dall’allargamento ad est e dalla necessità di proporsi sul piano internazionale come soggetto pieno di politica internazionale.

Solo con nuove e chiare regole di funzionamento interno e soprattutto con un preciso programma politico e di valori l’Europa potrà proporsi come attrice principale di un nuovo multilateralismo democratico e pacifico.

Per esempio vorrei da qui rilanciare una campagna che in questi giorni persone, personalità stanno sostenendo, cioè la campagna simbolica ma importantissima di fare dell’articolo 1 della nuova Convenzione europea l’articolo 11 della Costituzione italiana. L’Europa deve nascere dal ripudio della guerra perché l’Europa deve proporsi a livello internazionale come soggetto attivo nella costruzione di politiche di pace e di uno sviluppo più equilibrato.

Credo che questa campagna oggi abbia più senso di ieri con la conclusione drammatica di questa prima fase del conflitto.

Siamo ovviamente però preoccupatissimi sull’atteggiamento italiano in merito. Le posizioni antifederaliste sul piano europeo, clericali e belliciste assunte da Fini – Vicepresidente del Consiglio – nella convenzione fanno temere il peggio. Presi dall’unica urgenza di compiacere gli Stati Uniti gli esponenti del Governo italiano non difendono in alcun modo gli interessi nazionali e strategici italiani.

Questo è particolarmente evidente se guardiamo alle questioni legate al Mediterraneo. Sembra quasi banale dove evidenziare come per il nostro Paese l’allargamento ad est contiene molte opportunità ma anche alcuni rischi. Se infatti è importantissimo sostenere questo esito per un motivo legato alla nostra storia politica, cioè contrastare i processi di delocalizzazione produttiva e soprattutto il dumping sociale che ora mette in concorrenza diretta i lavoratori dell’est Europa con quelli comunitari - cioè realizzare una unificazione dei diritti e della classe su scala europea – non possiamo non vedere che l’allargamento può provocare anche una ulteriore disattenzione dell’Europa per le proprie Regioni meridionali.

La convergenza economica dei nuovi membri non solo andrà finanziata ma può comportare una rimodulazione degli investimenti e delle priorità politiche ed economiche della Unione europea. C’è il rischio che il baricentro dell’Europa si sposti ancora più a nord.

L’Italia ha quindi un interesse strategico proprio in questo momento cruciale a consolidare e rafforzare il dialogo euro-mediterraneo. Se questo è vero pare ancora più evidente l’enormità dell’errore politico commesso dal nostro Governo quando ha inclinato i rapporti con la Francia Paese cardine nella costruzione europea e non a caso in questa fase molto attivo proprio in Africa e nel Mediterraneo.

Mentre il Presidente Chirac e il Presidente Prodi che ha capito più di altri il rischio che corriamo noi italiani e che viaggia incessantemente nel Maghreb cercando di impedire che questa guerra spezzi tutti i fili nel mondo arabo. Mentre così fanno Chirac e Prodi i nostri ministri non sanno nemmeno mettersi d’accordo sull’accoglienza dei profughi in fuga dalla guerra e la Lega Nord addirittura dice o che sono turisti o che andrebbero affondati o rinchiusi in campi lager. E’ una indecenza.

Abbiamo rotto noi italiani con la Francia e la Germania, abbiamo abbandonato la nostra tradizionale politica aperta verso il mondo arabo e tutto ciò contro gli interessi e rischia di condannare definitivamente le nostre Regioni meridionali ad un futuro di arretratezza.

Un moderno meridionalismo parte infatti dalla ricollocazione anche simbolica del nostro Paese. Dobbiamo infatti smetterla di pensare che Reggio Calabria, che Bari, che Napoli, che Palermo siano il sud di qualche cosa.

Queste città straordinarie sono il centro di un’area che avrebbe una enorme potenzialità di sviluppo, sono il centro di uno spazio culturale, sociale, civile, sono il centro del Mediterraneo appunto.

La politica per la pace presuppone per il nostro Paese una rivoluzione culturale. Questa “Italietta” subalterna agli Usa è un disastro sotto ogni profilo. Dobbiamo quindi intervenire ad ogni livello per cambiare il corso delle cose. Diventa così ancora più decisivo il ruolo delle Regioni e degli enti locali.

La riforma del titolo quinto della Costituzione – lo ricordava Infantino prima nella sua introduzione – approvata dal centro-sinistra affida non a caso anche alle Regioni l’iniziativa nei rapporti internazionali. Si tratta della tradizione giuridica delle più avanzate teorie costituzionali e soprattutto di una pratica ormai acquisita.

Il rapporto diretto tra comunità dentro un contesto di sussidiarietà verticali è infatti fondamentale per sviluppare una politica che si basi realmente sulla percezione dell’interdipendenza reciproca e quindi punti su un modello di sviluppo equo, premessa indispensabile per la pace.

Non dobbiamo inventare nulla di alcunché perché anche il nostro partito ha già realizzato importantissime esperienze come per esempio quella del Festival del Mediterraneo che si realizza ogni anno nel comune di Bisceglie, amministrato dal compagno del nostro partito, Napolitano.

Poi il nostro partito sta già attrezzando i propri gruppi regionali per spingere queste istituzioni, le Regioni a rappresentare al meglio il loro ruolo e a difendere così anche gli interessi dei propri cittadini.

Ringraziamo quindi il gruppo regionale della Calabria per averci aiutato insieme all’associazione Punto Critico a realizzare questo appuntamento. Credo che proprio le Regioni meridionali del nostro Paese debbano assumere una iniziativa diretta in questo campo.

Se riteniamo strategico modificare il baricentro politico ed economico dell’Europa dobbiamo da un lato far sentire la nostra voce a Bruxelles dove purtroppo non possiamo contare per questo sul nostro Governo data la sua scarsissima credibilità e il fatto che ha rotto le relazioni praticamente con tutti in Europa. Dall’altro però bisogna praticare relazioni orizzontali tra le comunità, popoli e Stati che anticipino i processi e preparino il terreno a nuove integrazioni.

Dobbiamo infatti sostenere con ogni energia ad esempio il progetto di Unione Africana. Non so quanti di voi ne hanno sentito parlare.

E’ un progetto profetico che ha avuto tra i suoi promotori per esempio la Libia di cui abbiamo un rappresentante qui presente, noi contiamo molto sul suo contributo.

La nuova Unione Africana prende a modella l’Unione europea ed è una speranza per tutti noi. L’Africa, non solo quella del Maghreb, è cruciale per lo sviluppo dell’Europa e noi dobbiamo impegnarci concretamente per aiutare quel continente ad uscire da crisi e guerre organizzate spesso direttamente da interessi e multinazionali anche europee, nostre.

L’Unione europea e l’Unione africana sono due perni della questione. Può essere utile ragionare come per esempio propone il professor Allam esperto di rapporti con il mondo islamico su di una possibile integrazione di area che riguardi il Mediterraneo.

Intendo dire che di fronte alle difficoltà e ai limiti del processo di Barcellona e alla realtà deludente di tanti accordi di partenariato euro-mediterranei bilaterali si può forse e si deve pensare ad un salto in avanti che dia un nuovo senso politico alla relazione tra i Paesi delle due sponde di questo mare.

Senza un progetto se procediamo solo a spizzico e bocconi con accordi bilaterali molto disorganici, rischiamo di ritrovarci alla fine con un pugno di mosche in mano.

Questi accordi bilaterali sono infatti i figli di una Europa di ieri, dove il parametro unico era il mercato e la concorrenza. E’ una strada sbagliata, l’Europa di domani deve uscire dalla logica di una globalizzazione per i più forti voluta dall’organizzazione mondiale per il commercio e che rischia invece – questo tipo di globalizzazione negativa – di essere certificata nel nuovo round degli accordi Gaz che si chiuderà a settembre a Cankun. L’Europa egoista che mira solo a conquistare i mercati, a difendere con il protezionismo le proprie non ha futuro, senza relazioni equilibrate con i nostri partners pagheremo le conseguenze di uno sviluppo distorto che acuisce le contraddizioni e provoca immigrazione clandestina enorme, instabilità politica e sociale che nei paesi del sud favorisce inevitabilmente la diffusione del fondamentalismo islamico.

Non possiamo rassegnarci a questo esito e servono quindi proposte ambiziose che superino in avanti le difficoltà.

Riteniamo utile proporre alla discussione la nascita di una nuova organizzazione che comprenda tutti i paesi rivieraschi. Sappiamo dei motivi che hanno portato alla paralisi del dialogo e del cosiddetto gruppo del 5 più 5. Sappiamo anche degli sforzi per riavviare questo percorso. Sappiamo per esempio che l’ambasciatore della Libia che doveva essere nostro oggi è invece presente alla discussione del gruppo dei  5 più 5. Ne vediamo però la difficoltà.

Di fronte alla nuova fase aperta dalla guerra imperialista e coloniale pensiamo che possano aprirsi gli spazi per una integrazione d’area del Mediterraneo utile tra l’altro anche ad affrontare problemi importanti e difficilmente affrontabili poi da un ambito coerente come per esempio il rapporto con la Turchia, il problema di Cipro, la nascita dello Stato di Palestina o il destino del Sahara occidentale.

Un’altra sfida da lanciare è quella dei diritti contenuti nelle merci. Ne parlava già Maurizio prima, in termini generali.

Cioè l’apertura dei mercati deve corrispondere alla diffusione dei diritti dei lavoratori e dei consumatori. Questa è l’unica richiesta che l’Europa può fare agli altri ma soprattutto deve imporre a sé stessa lottando con decisione contro il lavoro nero, lo sfruttamento e la criminalità.

Anche la necessaria riforma della politica agricola comunitaria non deve solo quindi premiare la qualità sulla quantità, cioè premiare l’agricoltura del sud su quella del nord ma affrontare il tema della caduta delle barriere di protezione doganale esterne nel quadro di diffusione dei diritti dei lavoratori, uguale salario, uguali diritti per uguale lavoro. Deve essere il tema dell’integrazione economica di quest’area.

Tutto ciò per realizzarsi presuppone però un cambio del quadro politico nel nostro Paese e non solo. La destra infatti alimenta paure e costruisce muri. Noi abbiamo il compito di realizzare ponti.

In questo senso non è solo un gioco retorico parlare del mostro che si progetta qui a Reggio Calabria. Reggio Calabria rischia di divenire la città del ponte, un ponte tra il nulla e per il nulla, un simbolo di ciò che non si deve fare per lo sviluppo di questa terra. Se quel progetto era sbagliato prima dopo la guerra ne percepiamo la completa follia.

C’è una ironia tragica in un Governo che progetta opere faraoniche inutili mentre i militari partono da Aviano e Vicenza e distruggono ogni giorno i ponti sul Tigri e l’Eufrate mentre le nostre bombe incrinano quei ponti immateriali che mille e mille anni di relazioni, di interscambio culturale, di comune destino economico avevano costruito tra l’Europa e il mondo arabo, tra l’Italia e l’altra sponda del mediterraneo.

Siamo di fronte ad un Governo che in nome di piccoli interessi distrugge la funzione stessa del nostro Paese, dell’Italia. La funzione dell’Italia è quella di un ponte geografico e culturale che si allunga nel cuore del mediterraneo.

Quest’opera inutile, il Ponte sullo Stretto, che distruggerà l’ambiente e ingrasserà la criminalità organizzata se realizzata, sarà il simbolo della sconfitta del nostro Paese.

Questi signori ci diranno che il loro ponte servirà a collegare meglio il sud all’Europa ma nello stesso momento hanno portato il nostro Paese ad una guerra che rischia di spezzare per sempre le possibilità di sviluppo sociale, economico ed anche civile di queste terre.

E’ il mediterraneo che rischia di allargarsi, di trasformarsi in una barriera invalicabile. Questo mare che noi sentiamo come mare di pace può divenire una minaccia, una frontiera da cui penetrerà odio e rancore, disperazione e rabbia.

La destra si alimenta di questo odio, della paura che ne deriva; la soluzione della destra sono le barriere, i muri fisici e mentali. La destra in tutto il mondo costruisce muri e demolisce ponti. Pensiamo a cosa sta succedendo, per esempio, in Palestina dove si sta edificando un nuovo muro per umiliare un popolo e strappargli la terra.

L’unica sicurezza per Israele come per il nostro Paese, l’unica possibilità concreta che abbiamo di combattere il terrorismo e la violenza non viene dai muri, ma dal dialogo e dallo sviluppo della soluzione delle cause che alimentano i conflitti. Ma questo significa combattere contro interessi fortissimi.

Bossi - questo personaggio abbastanza colorito che sta sulla scena politica italiana purtroppo da troppi anni - il suo razzismo non sono solo un fatto di folklore ma si alimenta di interessi importanti, sono coloro che vogliono avere mano libera nello sfruttare il clima determinato dalla guerra per relegare gli immigrati al ruolo di nuovi schiavi.

Il vantaggio dei pochi colpisce l’interesse generale dei più, del Paese. Anche per questo noi abbiamo contrastato questa guerra, contrastiamo questo conflitto illegale ed umano perché la guerra è contro di noi, è contro l’Europa e l’Italia, è contro i nostri valori ed i nostri interessi perché le sue conseguenze dirette o indirette – come ho detto prima – colpiranno tutti ma in particolare le speranze di un futuro migliore per le popolazioni meridionali del nostro Paese.

E’ nostro dovere politico il chiedere l’immediato stop ai bombardamenti ma più in generale dobbiamo chiedere la fine di questo atteggiamento nei confronti del sud del mondo e nello stesso tempo dobbiamo mettere in campo una politica che possa affrontare i disastri che questa guerra produce, evitare i danni ed aiutare a cicatrizzare le ferite.

Anche per questo siamo felici di avere qui con noi ospiti internazionali tanto importanti. Sono compagni che vengono dai quattro lati del nostro mare, sono persone che rappresentano forze politiche e Paesi decisivi nel definire una diversa e nuova prospettiva nelle relazioni tra i popoli del mediterraneo.

A costoro diciamo che il Partito dei Comunisti italiani sente la necessità di un salto in avanti nelle relazioni reciproche. Vorremmo individuare insieme a loro percorsi di approfondimento di merito che ci consentano di dotarci di politiche comuni. La vera solidarietà è costruita su basi politiche, su obiettivi comuni da raggiungere. Noi abbiamo acquisito la piena consapevolezza della parzialità della dimensione nazionale e per questo sentiamo come cruciale la strutturazione di relazioni internazionali non diplomatiche ma basate su comuni campagne politiche.

Agli ospiti italiani vogliamo dire che siamo qui prima di tutto per imparare. Il nostro è un partito giovane anche se ha una lunga storia alle spalle. Abbiamo promosso insieme ad altri la nascita di una associazione di politica internazionale.

Il compagno Genovali è il segretario di questa associazione che ha l’ambizione di divenire un luogo di studio, di ricerca e di memoria. Vorremmo provare ad uscire da una certa approssimazione che negli ultimi anni ha coinvolto anche la sinistra. Abbiamo di fronte tempi difficili, noi intendiamo attraverso questo mare che vorremmo aperto ma che sentiamo oggi tempestoso e tra le onde serve più che mai una rotta chiara ed è questa che insieme a voi vogliamo cercare di tracciare. Grazie

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Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Prima di dare la parola al prossimo intervento volevo fare un gesto simbolico: consegnare la bandiera della pace agli ospiti stranieri che sono qui con noi come auspicio per il futuro, che possa cambiare qualcosa e che lo strumento della guerra non sia più adoperato – come è successo in queste settimane e in questi mesi – per dare risposta ad altre questioni.

Inizierei con gli interventi degli ospiti stranieri dando la parola ad Ismail Alauoi, che è il segretario generale del Partito del progresso e del socialismo del Marocco.

(Applausi)

Questa è una forza che in questi anni ha dato un contributo altissimo allo sviluppo della democrazia in quel Paese, tra l’altro il nostro amico è stato anche ministro. E’ un partito che ha deciso inoltre di puntare proprio sulla emancipazione delle donne e sull’affermazione dei diritti per caratterizzare il suo quotidiano agire politico.

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Ismail ALAUOI, segr. gen. PPS Marocco

Grazie mille, compagno Presidente. Cari compagni e care compagne, cari amici, non posso fare il mio intervento in lingua italiana, scusatemi se mi permetto di parlare in lingua francese.

Cari compagni, cari amici, a nome del mio partito, del partito del progresso e del socialismo del Marocco e del suo comitato centrale vi rivolgo i miei migliori saluti.

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