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Cina: un no profondo all’interventismo.


Cina:  Che si ascolti un NO profondo all’interventismo.

Editoriale del Quotidiano del Popolo della Repubblica Popolare di Cina

Traduzione a cura del CeSPIn – Puntocritico

Il segretario generale della Lega Araba, Amro Mouassa, ha criticato gli Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia per i suoi attacchi aerei del20 marzo contro la Libia. Le operazioni della coalizione raccolgono una crescente opposizione tra l’opinione pubblica globale. E’ durata poco la maschera umanitaria di questo intervento militare.

In questo mondo complesso, le situazioni in questa regione sono molto più complesse di ciò che cercano di presentare i mezzi di informazione occidentali. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno cercato di creare una panoramica semplicistica della Libia, a beneficio dei valori occidentali, un qualcosa, che senza dubbio, non corrisponde alla realtà. Ciò implica che questa azione militare non potrà dirigersi con la stessa esattezza di un missile Tomahawk.

In un arco di 24 ore di attacchi aerei, l’Unione Africana (UA), Cina , Russia, India e molti altri paesi emergenti hanno manifestato la loro opposizione agli attacchi. Il malcontento tedesco anche si è mostrato palesemente. Le critiche di Moussa indicano l’insoddisfazione del mondo arabo.

E’ facile che Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sconfiggano il potere militare di Gheddafi, però il risultato finale dell’azione militare nel mondo islamico non dipenderà dall’esito dela sola azione militare. L’invasione dell’Irak nel 2003 è stata relativamente semplice agli inizi, però molte migliaia di statunitensi sono deceduti dopo la caduta del regime di Saddam. La guerra in Afghanistan dura ormai dal doppio del tempo della Prima Guerra Mondiale.

Durante la guerra dell’Irak, si è incrementato il sentimento anti-statunitense nel mondo arabo, però i governi della regione si sono impegnati per zittirlo. Ora che si aprono nuovi canali nell’opinione pubblica, gli arabi presto comprenderanno che il proposito vero degli attacchi aerei occidentali contro la Libia non è così puro come si afferma.

La Cina deve sommarsi all’opposizione iternazionale contro gli attacchi aerei, considerando che gli Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sono stati i primi a violare la risoluzione della zona di esclusione aerea, per cui ora la forza morale è al fianco di chi si rifiuta di adottare l’opzione militare.

Con la bandiera della morale issata, la Cina dovrà guadagnarsi il rispetto dell’Occidente.

-Quotidiano del Popolo (Cina)

22/03/2011

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Libia: anche aerei italiani sganciano bombe


Un Paese non dovrebbe mai violare i principi fondamentali della sua Costituzione. E chi è preposto a difenderla dovrebbe farlo. Sempre!

LIBIA: ANCHE AEREI ITALIANI SGANCIANO BOMBE*

L’Italia partecipa pienamente all’offensiva scatenata dalla coalizione occidentale. Ma per Napolitano, in piena euforia risorgimentale, «non siamo in guerra». Ieri colpita la residenza di Gheddafi.

Il governo Berlusconi è entrato pienamente in guerra. Aerei da combattimento italiani hanno preso parte ieri alle prime missioni, al fianco dei jet statunitensi, britannici e francesi. Sei Tornado italiani sono decolati intorno alle 20 dalla base di Trapani Birgi e due ore dopo sono rientrati alla base dopo aver sganciato missili e bombe «sulle postazioni di Gheddafi», come la retorica bellicista definisce le unità dell’esercito libico agli ordini del colonnello Muammar Gheddafi.

Forse i jet italiani hanno partecipato anche al bombardamento di Bab al Aziziya a Tripoli, la residenza di Gheddafi ritenuta «un centro di comando». Venticinque anni fa, i cacciabombardieri americani colpirono già la residenza del colonnello, uccidendo tra gli altri la figlia adottiva del leader libico.  Ieri sera alcuni giornalisti occidentali sono stati portati al compound dove è stato loro mostrato un edificio completamente distrutto «da un missile».

Il capo dello stato italiano Giorgio Napolitano, in piena euforia risorgimentale, continua ad appoggiare l’offensiva che, secondo fonti libiche, avrebbe già fatto diverse vittime civili. «Non siamo entrati in guerra, E un’operazione dell’Onu», ha detto il presidente della repubblica che sin dal primo momento ha esortato gli italiani a non avere «paura» e «perplessità» e ad andare con convinzione al bombardamento, che avviene, peraltro, a cento anni esatti dall’aggressione colonialista italiana alla Libia.

Intanto il ministero della difesa britannico ha reso noto che i caccia della Raf hanno sorvolato nuovamente la Libia la scorsa notte ma senza sferrare alcun attacco. A Bengasi, secondo testimonianze raccolte dalla Bbc, nella tarda serata di ieri sono proseguiti scontri tra esercito ed insorti ed è stato segnalato l’uso di granate, colpi di mortaio e artiglieria leggera.

*Nena News

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Intervista al partigiano Giorgio Bocca


Il partigiano Giorgio Bocca ancora una volta si dimostra persona di grande lucidità e di grande saggezza. Forse Napolitano farebbe bene a leggerlo e riascoltarsi i discorsi di un suo predecessore: Sandro Pertini

Intervista a Bocca: «Tutti voltagabbana. Ieri i baciamano, oggi i bombardieri»

Daniela Preziosi

(il manifesto del 20/03/2011)

«Con che diritto noi dobbiamo andiamo a bombardare i libici? Non sono d’accordo». È l’ennesimo «non sono d’accordo con la guerra» che Giorgio Bocca pronuncia. Lo raggiungiamo alla notizia delle prime bombe sganciate in Libia dai caccia francesi. Bocca non ha bisogno di presentazioni. Classe 1920. Gli tocca commentare un’altra guerra, quella scoppiata ieri sera in Libia, a cent’anni esatti da quella italiana contro Tripoli. L’ultima guerra prima che lui nascesse.

Non è d’accordo con la missione dell’Onu in Libia?

No. Muammar Gheddafi fin qui stava al potere. I ribelli si sono rivoltati contro di lui. Noi che parte dobbiamo fare? Questo è una domanda a cui non saprei rispondere. Ma noi che parte stiamo facendo? In questo momento solo una: quella dei ricchi e potenti che vogliono mettere le mani sul petrolio libico. E non andiamo a raccontarcela diversamente diversamente.

Le Nazioni unite non dovrebbero organizzare la difesa degli insorti libici minacciati e uccisi dalle rappresaglie di Gheddafi?

Quando Israele attacca i palestinesi non si muove nessuno. Né mi pare che l’Onu si convochi in tutta fretta. Quella di oggi è chiaramente la reazione degli stati ricchi che su Gheddafi si sono improvvisamente ravveduti. Era il capo di una nazione. C’è stata una ribellione. Lui ha tutto il diritto di contrastare la rivoluzione che sta cercando di cacciarlo dal potere.

Per Gheddafi difendersi è legittimo?

Come è legittimo per i ribelli rivoltarsi. Ma noi che c’entriamo?

L’Italia non dovrebbe intervenire?

L’atteggiamento italiano è vergognoso. Prima Silvio Berlusconi parla di «amico libico», gli bacia la mano. Poi, oggi, vista la mala parata, fa l’antigheddafi. Alla fine ha ragione il raìs a dire che siamo traditori.

Scusi, difende Gheddafi?

Gheddafi è tutt’altro che raccomandabile. È un dittatore ridicolo. Basta vedere i suoi vestiti, i capelli tinti, la sua voglia di apparire giovane. È un Berlusconi del medio oriente. Ma fino a due mesi fa arrivava in Italia accolto dalle fanfare. Quindi proprio noi siamo gli ultimi titolati a criticarlo, figuriamoci attaccare la Libia. Per ragioni di coerenza. Siamo stati i suoi migliori alleati e compagni d’affari. La Juventus, addirittura, gli ha venduto una parte della società.

La posizione del governo è ipocrita?

È un governo voltagabbana.

Anche l’opposizione, almeno quella in parlamento con poche eccezioni, è d’accordo a che l’Italia partecipi all’intervento militare.

Perché condivide la logica dei più forti. Il principio è: per essere considerati potenti della terra bisogna ogni volta schierarsi col potente di turno. Oggi i ricchi e potenti hanno deciso che la Libia è diventata un ostacolo. Così l’hanno scaricata. E hanno fatto tutto a una velocità impressionante.

Per la verità sono gli insorti libici a voler tirar giù Gheddafi. La comunità internazionale dice di volerli difendere. Ha un’opinione sui ribelli del consiglio di transizione di Bengasi?

No, per me sono degli sconosciuti. Ma a quanto leggo dalle cronache, sono degli sconosciuti un po’ per tutti. Anche per quelli che fanno il tifo per loro.
Impressiona che dopo cent’anni esatti l’Italia torna in guerra in Libia?
Impressiona molto. Ma quello che impressiona di più è che che finora abbiamo sentito tanti bei discorsi sul valore della pace. C’è voluto niente per tornare in guerra.

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Emiri e Monarchi fanno stragi ma al premio nobel per la pace non interessa…


Emiri e Monarchi fanno strage di civili ma il Golfo non e’ la Libia per Barack Obama*

Mario Correnti

Dallo Yemen al Bahrein, passando per l’ultraconservatrice Arabia saudita, i regimi rispondono con la violenza, i massacri e la repressione alle proteste popolari. Ma gli Usa non intervengono

Sono ore tra le più difficili per lo Yemen, in cui dominano sdegno e rabbia per il massacro di 41 manifestanti anti-regime compiuto ieri nella capitale Sanaa da non meglio identificati «cecchini» appostati sui tetti. I feriti sono oltre 20, molti dei quali lottano tra la vita e la morte.

Sono tante le condanne per il bagno di sangue del «Venerdì dell’avvertimento» convocato dall’opposizione che chiede la fine del regime del presidente Ali Abdullah Saleh, al potere da 32 anni con la benedizione americana. Le critiche di Stati Uniti ed Unione europea, non si trasformano mai in atti concreti nel Golfo. Barack Obama condanna ma, come ha fatto dopo la sanguinosa repressione in Bahrein, non chiede l’intervento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu contro Saleh, suo stretto alleato nella cosiddetta «lotta al terrorismo». Evidentemente per gli Stati Uniti la vita dei civili dello Yemen e del Bahrein vale meno di quelli della Libia.

Il regime yemenita fa di tutto per mostrarsi estraneo alla strage. Il despota Saleh, che si aggrappa al potere, ha assicurato che la polizia non ha sparato, ha parlato dei morti come dei «martiri della democrazia». Il presidente ha ammesso però la presenza di uomini armati sui tetti ma non ha saputo, o meglio voluto, precisare chi fossero. Per l’opposizione invece non ci sono dubbi: i cecchini erano membri dei corpi speciali del regime e miliziani fedeli al regime.

La strage di Sanaa aggrava la crisi nel Golfo, già segnata dalla sanguinosa repressione della rivolta popolare avvenuta in Bahrein, con l’intervento delle truppe del Consiglio di cooperazione del Golfo, in prevalenza formate da sauditi. A Manama ieri pomeriggio è stata rimosso su ordine delle autorità il monumento alla Perla nella rotonda teatro della protesta anti-regime delle settimane passate. Il ministro degli esteri, Khaled al Khalifa, ha annunciato che arriveranno altre «truppe del Golfo» e ha accusato il vicino Iran di «interferire negli affari interni» del Bahrein. E’ questa la strategia della monarchia assoluta bahrenita: trasformare la protesta per la libertà e l’uguaglianza fra tutti i cittadini, in un «complotto» di Tehran volto a sollevare le masse sciite contro i governanti sunniti.

Ma la tensione sale anche nel regno ultraconservatore dell’Arabia saudita che detta legge nella regione in linea, naturalmente, con gli interessi americani. Minacciato da appelli anti-governativi e raduni nelle province a maggioranza sciita, ieri re Abdullah ha annunciato che verranno triplicati gli aiuti già promessi ai suoi sudditi ma, al tempo stesso, anche un pesante rafforzamento degli organi di repressione, a cominciare dai 60.000 posti di lavoro in più nei servizi di sicurezza e dall’aumento degli stipendi agli agenti della «muttawa», la polizia religiosa. Dimenticate riforme, ha fatto capire Abdallah, scatenando in internet la rabbia dei giovani e di tutti coloro che chiedono la trasformazione profonda di un regno che esiste solo allo scopo di garantire immense ricchezze alla famiglia reale, dispensare briciole di benessere ai cittadini e assicurare forniture di greggio all’Occidente, possibilmente a costi contenuti. In queste ore sui social network sauditi rimbalzano gli appelli per una mobilitazione domani in piazza a Riyadh e in altre città.

*Nena News

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USA E GR LANCIANO OLTRE 100 MISSILI CONTRO LA LIBIA


USA E GB LANCIANO OLTRE 100 MISSILI CONTRO LIBIA

Usa e GB lanciano 112 missili da crociera contro decine di obiettivi. Jet francesi hanno distrutto 4 tanks. La tv di stato libica riferisce di numerosi feriti e di un ospedale colpito. Secondo la rete satellitare Arabiya e l’agenzia britannica Reuters in azione ci sono anche aerei da combattimento italiani.

Lanciato dai francesi questo pomeriggio con jet 2 Rafales, 2 Mirages e un Awacs, l’attacco della cosiddetta “coalizione dei volenterosi” contro la Libia cresce d’intensita’ con il passare delle ore. Gli Stati Uniti hanno riferito di aver lanciato oltre 110 missili da crociera contro sistemi di difesa aerea e altri snodi di comunicazione, tutti situati sulla costa, e altri ne hanno lanciati i sottomarini britannici nelle acque di fronte alla Libia. La Francia ha comunicato da parte sua di aver distrutto quattro carri armati dell’esercito libico nei pressi della citta’ ribelle di Bengasi. Secondo la televisione al Jazeera, gli Stati Uniti e la GB starebbero attaccando la Libia occidentale, la Francia le postazioni dell’esercito libico nell’Est del paese.

La televisione di stato ha riferito di numerosi feriti in attacchi aerei e con missili contro edifici civili. Tra gli obiettivi colpiti questa sera a Tripoli ci sarebbe anche l’ospedale Bir Usta Mila. Lo sostiene il portavoce delle Forze Armate. «Il nemico crociato ha bombardato questa sera l’ospedale di Bir Usta Milad, nella periferia di Tripoli, nel quale vi erano molti malati ed in particolare anziani», ha detto il portavoce.  Secondo notizie provenienti dalla capitale libica, centinaia di persone si sono radunate presso la presidenza di Muammar  Gheddafi per formare una scudo umano e impedire un bombardamenti aereo  diretto contro il colonnello libico.

Gli Stati Uniti in un primo momento avevano lasciato la scena alla Francia di Nicolas Sarkozy ma questa sera hanno comunicato di aver assunto il comando delle operazioni di guerra contro la Libia, destinate ad intensificarsi nelle prossime ore.

Anche l’Italia starebbe partecipando agli attacchi. Lo sostengono la televisione satellitare saudita al Arabiya e l’agenzia di stampa britannica Reuters. Non ci sono conferme ufficiali da Roma. Berlusconi ha messo a disposizione dei «Volenterosi»  sette basi nel sud della penisola e in Sicilia, e messo in allerta operativa i nuovi caccia Eurofighter da poco in dotazione dell’Aeronautica militare schierati a Trapani con i Tornado.

A venti anni dall’inizio della prima Guerra del Golfo contro l’Iraq, una nuova coalizione internazionale, con occidentali ed arabi assieme come nel 1991, lancia un’operazione di guerra contro uno Stato arabo con la copertura di una risoluzione dell’Onu e «l’urgenza» di proteggere i civili ribelli all’autorità di Muammar Gheddafi. A pagare i costi dell’attacco però non sarà il colonnello ma il popolo libico. Inoltre i raid di forze speciali britanniche in corso in territorio libico, secondo notizie di stampa, lasciano prevedere anche un ampio intervento via terra, che oggi tanti si affannano ad escludere, volto a spaccare la Libia ricca di risorse energetiche…proprio come l’Iraq.

*Nena News

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Alla ricerca del senso comune.


Alla ricerca del senso comune*

Fiodor Lukianov.

Traduzione a cura del CeSPIn – Puntocritico

La politica mondiale contemporanea appare impazzita, soprattutto in questi ultimi giorni, e l’esempio più chiaro è dato dalla situazione intorno alla Libia.

Recentemente il canale Euronews ha trasmesso un reportage della televisione italiana su un “martire della rivoluzione”. Un nomo adulto di Bengasi si è immolato con un’auto bomba contro l’edificio di una base militare del Governo. Grazie al suo sacrificio, i ribelli hanno preso e annichilito questo “bastione della tirannia”. I parenti del suicida sono in lutto ma si sentono orgogliosi, perché uno di loro si è immolato per la libertà. L’autore del reportage racconta questa storia di sacrificio ed eroismo con dettagli commoventi.

Occorre però chiedersi se ci chiedono di ammirare questo suicida, perché i suoi corregionali che praticano le stesse gesta in Palestina, Irak, Afghanistan o in Libano si chiamano estremisti, terroristi e fanatici? Perché si fanno eccezioni per qualcuno quando si considera corretto appoggiare la lotta dei popoli per la libertà? Il colonello Gheddafi è un lider che non risveglia simpatia. Però il semplice senso comune suggerisce che occorre evitare di applicare con lui uno schema abituale come nel caso degli altri dirigenti della sua classe.

In Russia esiste una concezione diffusa secondo la quale gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali sono tanto potenti che qualsiasi convulsione politica in qualsiasi parte del mondo è dovuta ai loro intrighi. Quando c’è il sospetto del fatto che si utilizzano meccanismi nascosti, questi verranno senz’altro individuati, perché funziona così l’immaginazione umana. Purtroppo, la realtà è più semplice e spaventosa.

Gli avvenimenti si sviluppano in modo spontaneo, e nessuno sa come si concluderanno. E le azioni di coloro che sembrano manovrare questi avvenimenti sono frutto della totale perplessità. Così, i politici nordamericani non possono scorgere tra la necessità politica che richiede di essere pragmatici e aiutare i suoi fedeli soci, e l’imperativo ideologico secondo il quale gli Stati Uniti devono appoggiare la lotta dei popoli contro i regimi autocrati.

Da due stiimane i mezzi di comunicazione parlavano di migliaia di vittime del regime libico, citando dati di “organizzazioni internazionali”, però dopo hanno smesso di menzionare questa informazione.

Subito questo cambio di atteggiamento appariva come uno smanazzamento dei politici, però credo che la spiegazione più veritiera risiede nella decadenza del giornalismo contemporaneo, che si aggrappa a qualsiasi informazione sensazionalistica senza verificarne l’attendibilità. Soprattutto se corrisponde agli stereotipi. Questa informazione consente che i pregiudizi politici mettano radici. Quando il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti dice che la popolazione dell’Arabia Saudita ha il diritto a convocare la “giornata dell’ira” come i cittadini di qualsiasi altro stato del mondo, o quando minaccia di smettere di fornire armi al Bahrein, appare contraddire i suoi stessi interessi. Questi due Stati sono suoi alleati più importanti nella regione e i disturbi lì possono scatenare una vera catastrofe per gli Stati Uniti, però le idee che proclamano richiedono che assumano questa posizione.

La posizione europea, appare tuttora la più floscia e vergognosa. L’impotenza politico – militare si somma alla scomodità della cooperazione stretta dall’elite europea con il regime libico e alla paura per le prospettive di una maggior ondata di rifugiati dall’Africa del Nord. La settimana scorsa, l’Unione Europea (UE) ha preso la decisione di considerare il Consiglio Provvisorio dei rivoltosi come un interlocutore in negoziati. Non è un boicottaggio totale verso Tripoli, ma un passo in questa direzione.

Nel frattempo nessuno ci spiega chi è “l’opposizione libica”.  Supponiamo che questa informazione sia in possesso dei lider degli Stati e Governi che si riuniscono nel vertice della UE. Però non è chiaro il motivo per cui non rivelano questa informazione al pubblico, almeno per mostrare al proprio elettorato che conoscono i combattenti della democrazia in Libia.

Oltretutto ora che non si intravede la caduta del regime di Gheddafi, la sconfitta del recente riconosciuto alleato nei negoziati appare più probabile. Sarà interessante vedere come allora si comporterà la UE: inizierà a boicottare il petrolio libico (lasciando che se ne approfitti la Cina)o, come prima, comprenderà all’improvviso che si sbagliava e che Gheddafi non è poi così male.

Nicolas Sarkozy ha intrapreso un passo ancor più audace: non solo ha riconosciuto i ribelli come potere legittimo ma ha chiesto di bombardare la Libia. Per lui questa iniziativa non comporta nessun pericolo, giacchè la Francia non parteciperà alla guerra (non ha risorse né ragioni).

In questo modo, mostrando una ferrea volontà, cerca di alzare il suo gradimento che è basso. Però lo stesso fatto che i politici di oggi ricorrano alle minacce di scatenare guerre con estrema facilità, ci terrorizza. Avevano ragione coloro che alla fine degli anni 90 erano preoccupati perché uscivano dallo scenario politico i lider che ricordavano ancora la Seconda Guerra Mondiale. Loro comprendevano a cosa può portare l’irresponsabilità e pensavano seriamente prima di decidere o intraprendere qualsiasi scelta.

Occorre notare che gli Stati Uniti, che nel corso dell’ultimo decennio hanno commesso vari errori gravi dovuti alla loro vanità spropositata, questa volta si mostrano molto più cauti e non hanno molta voglia di intervenire. I militari e agenti dell’intelligence non nascondono scetticismo, perché non vogliono rispondere di nuovo per le male pensate e decisioni dei politici. Non ci rimane che riporre le nostre speranze nel senso comune dell’alto comando militare. Suona assurdo……

http://rian.ru/

*Ria Novosti

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VII edizione del Premio Marenostrum dedicato alla cultura migrante in Italia

Viareggio 20 ottobre 2012

Vi aspettiamo!

Leggete il bando di partecipazione nella sezione Marenostrum

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