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Perchè Putin sta facendo ammattire Washington.


Perchè Putin sta facendo ammattire Washington.

DI Pepe Escobar -Asia Times Online

Dimenticate il passato (Saddam, Osama, Gheddafi) e il presente (Assad, Ahmadinejad). Potete scommettere una bottiglia di Petrus 1989 (il problema è l’attesa di sei anni per riceverla); nel futuro prevedibile, l’uomo nero più diabolico per Washington – e anche per i partner canaglia della NATO e gli imbonitori assortiti dei media – non sarà altri che il presidente russo Vladimir Putin, di ritorno al futuro.

E che non ci sia il minimo dubbio, Vlad il Putinatore lo apprezzerà. È tornato esattamente dove vuole stare: comandante in capo della Russia, a capo delle forze armate, della politica estera e di tutti i temi di sicurezza nazionale.

Le elite anglo-statunitensi si stanno ancora contorcendo alla menzione del suo leggendario discorso del 2007 a Monaco, quando criticò ossessivamente il governo di George W. Bush per il suo programma ossessivamente unipolare “attraverso un sistema che non ha niente a che vedere con la democrazia” e il suo continuo superamento dei “confini nazionali in quasi tutti gli ambiti”.

Pertanto Washington e i suoi accoliti sono stati avvertiti. Prima dell’elezione di domenica scorsa, Putin ha addirittura pubblicizzato la sua proposta di pace. L’essenziale: niente guerra in Siria; niente guerra all’Iran; niente “bombardamenti umanitari” né fomentare le “rivoluzioni colorate”, il tutto integrato in un nuovo concetto, gli “strumenti illegali di potere morbido”. Per Putin il Nuovo Ordine Mondiale progettato da Washington non ha strada. Quello che conta è “il principio onorato nel tempo della sovranità degli Stati”.

Non c’è da sorprendersi. Quando Putin guarda alla Libia, vede le conseguenze brutali e regressive della “liberazione” da parte del NATO grazie al “bombardamento umanitario”: un paese frammentato controllato dalle milizie di al-Qaeda; la Cirenaica arretrata che si separa dalla Tripolitania più sviluppata; e un parente dell’ultimo re elevato al governo del nuovo “emirato”, per la delizia dei democratici modello della Casa di Saud.

Altri elementi essenziali: niente basi intorno alla Russia; niente difesa missilistica senza un’ammissione esplicita, per iscritto, che il sistema non ritiene la Russia un obbiettivo, e una crescente cooperazione col gruppo BRICS delle potenze emergenti.

La gran parte di queste proposte erano già implicite nella precedente road map, il suo documento A new integration project for Eurasia: The future in the making (Un nuovo progetto di integrazione per l’Eurasia: il futuro in gestazione, ndt. Si trattò dell’ippon di Putin – adora il judo – contro la North Atlantic Treaty Organization (NATO), il Fondo Monetario Internazionale e il neoliberismo radicale. Vede un’Unione Eurasiatica come un’”unione economica e monetaria moderna” che si estende per tutta l’Asia Centrale.

Per Putin, la Siria è un dettaglio importante (non solo per l’unica base navale russa nel porto mediterraneo di Tartus, che la NATO adorerebbe eliminare). Ma il cuore della questione è l’integrazione dell’Eurasia. Gli atlantisti impazziranno in massa quando farà tutti gli sforzi nella coordinazione di “una potente unione sovranazionale che può trasformarsi in uno dei poli del mondo attuale e in un efficiente vincolo tra l’Europa e la dinamica regione dell’Asia Pacifico”.

Il processo di pace opposto sarà opposta sarà la dottrina di Obama e Hillary. Quanto sarà eccitante?

Putin scommette sul Pipelinestan

È stato Putin che quasi da solo si è posto alla testa della resurrezione della Russia come mega-superpotenza energetica (il petrolio ed il gas rappresentano due terzi delle esportazioni della Russia, la metà del bilancio federale ed il 20% del prodotto interno lordo). Quindi aspettiamoci che il Pipelinestan rimanga in primo piano.

E sarà centrato soprattutto sul gas; anche se la Russia rappresenti non meno del 30% delle forniture globali di gas, la sua produzione di gas naturale liquido (LNG) è meno del 5% del mercato globale. Non è neppure tra I dieci produttori principali.

Putin sa che la Russia avrebbe bisogno di una caterva di investimenti stranieri nell’Artico – dall’Occidente e soprattutto dall’Asia – per mantenere la sua produzione di petrolio superiore ai 10 milioni di barili giornalieri. E deve chiudere un complesso e esaustivo accordo di vari miliardi di dollari con la Cina centrato sui giacimenti di gas della Siberia Orientale; la questione petrolifera è già stata coperta grazie all’oleodotto East Siberian Pacific Ocean (ESPO). Putin sa che per la Cina – per quanto riguarda la garanzia energetica – questo accordo è un contraccolpo vitale contro l’ombrosa “avanzata” di Washington verso l’Asia.

Putin farà anche di tutto per consolidare il gasdotto South Stream – che alla fine costerà la cifra sbalorditiva di 22 miliardi di dollari (l’accordo tra gli azionisti è già stato firmato tra Russia, Germania, Francia e Italia. Il South Stream è gas russo portato dalle acque del Mar Nero alla parte meridionale dell’UE, attraverso Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovacchia). Se il South Stream avrà successo, l’oleodotto rivale, il Nabucco, subirà uno scacco matto; un’importante vittoria russa contro la pressione di Washington e dei burocrati di Bruxelles.

La partita è ancora aperta nell’intersezione cruciale tra geopolitica radicale e Pipelinestan. Ancora una volta Putin dovrà affrontare un altro processo di pace, la Nuova Via della Seta che non è proprio un successo (vedi US’s post-2014 Afghan agenda falters, Asia Times Online, 4 novembre 2011).

E dopo c’è la grande incognita, l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO). Putin vorrà che il Pakistan diventa un membro effettivo, così come la Cina è interessata a incorporare l’Iran. Le ripercussioni sarebbero trascendentali, quando Russia, Cina, Pakistan e Iran coordineranno non solo la loro integrazione economica ma anche la reciproca sicurezza all’interno di una SCO rafforzata, il cui motto è “non allineamento, non scontro e non interferenza negli affari degli altri paesi”.

Putin ritiene che se la Russia, l’Asia Centrale e l’Iran controlleranno almeno il 50% delle riserve di gas del pianeta, e con l’Iran e il Pakistan come membri effettivi della SCO, tutto si fonderà sull’integrazione dell’Asia, se non dell’Eurasia. La SCO si trasforma in una forza motrice economica e di sicurezza mentre, parallelamente, il Pipelinestan accelera la piena integrazione della SCO come colpo di risposta diretto alla NATO. Gli stessi protagonisti regionali decideranno cosa avrà più senso, se questo o una Nuova Via della Seta inventata a Washington.

Che non ci siano dubbi. Dietro l’interminabile demonizzazione di Putin e la miriade di tentativi per delegittimare le elezioni presidenziali della Russia, si nascondono alcuni settori davvero infuriati e potenti delle elite di Washington e anglo-statunitensi.

Sanno che Putin sarà un negoziatore problematico su tutti i fronti. Sanno che Mosca cercherà sempre di più una coordinazione stretta con la Cina: sulle frustranti e permanenti basi della NATO in Afghanistan; sul facilitare l’autonomia strategica del Pakistan; sull’opposizione alla difesa missilistica; sul garantire che l’Iran non venga attaccato.

Sarà il demonio prediletto perché non ci potrebbe essere un rivale più formidabile ai piani di Washington sullo scenario mondiale, che si chiamino Grande Medio Oriente, Nuova Via della Seta, Dominio a Spettro Completo o Secolo Pacifico degli Stati Uniti. Signori e signori, aspettiamoci un fracasso.

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La Russia dopo le elezioni dal centrismo al centrosinistra?


La Russia dopo le elezioni dal centrismo al centrosinistra?

di Spartaco A. Puttini per Marx21.it

http://www.marx21.it/internazionale/area-ex-urss/1219-la-russia-dopo-le-elezioni-dal-centrismo-al-centrosinistra.html

Come era prevedibile Vladimir Putin è stato rieletto a grande maggioranza alla Presidenza della Federazione Russa. Benché le voci sui presunti brogli, iniziati in occasione della contestazione dei risultati delle elezioni legislative del dicembre scorso, abbiano preparato il terreno ad un diffuso scetticismo presso l’opinione pubblica (principalmente presso l’opinione pubblica occidentale) è opportuno guardare in faccia la realtà: il consenso di cui Putin gode è molto ampio.
Se poi teniamo conto del fatto che persino riguardo le ultime e contestate elezioni legislative i brogli evidenziati si sono dimostrati ampiamente marginali, cioè non tali da stravolgere il risultato uscito dalle urne, allora si può onestamente dire che il sostegno a Putin è ampiamente maggioritario.

A queste presidenziali Putin ha ottenuto circa il 63% dei voti, vale a dire molto di più di quanto aveva incassato il suo partito, Russia Unita, alle legislative (49% circa). Siccome tutti i principali partiti russi hanno presentato candidati di bandiera per la Presidenza, mentre la risicata e squalificata opposizione della destra liberale (dal leader di Yabloko, Yavlisnkij, noto frequentatore della Trilateral, ai vecchi compagni di merende di Eltsin, come Nemtzov) ha osteggiato il voto preparandosi a contestarlo comunque, oppure ha appoggiato il miliardario Prokhorov (come ha fatto l’ex ministro delle finanze Kudrin), è possibile fare un parallelo e tentare di formulare dei giudizi sulla politica russa e sulle sue prospettive dopo l’ampia tornata elettorale di questi mesi.

Il dato che spicca è proprio l’exploit di Putin rispetto al suo partito. I russi hanno fiducia in Putin e molto meno nel suo partito, cioè negli uomini da cui è circondato, ad ogni livello. La fiducia a Putin si spiega con gli indubbi risultati da lui portati da quando entrò nelle stanze del potere al crepuscolo dell’era Eltsin. E’ opportuno ricordare che Putin è riuscito a salvare la Russia dalla disintegrazione cui sembrava avviata a causa della guerra cecena e delle pericolose autonomie che Eltsin aveva concesso alle numerose entità (stati e regioni) di cui di compone la Federazione al solo fine di restare al potere. Solo a livello giuridico i russi avevano a che fare con una vera e propria selva di codici e leggi che in molti casi erano in palese contraddizione con la stessa legge federale. Inoltre i russi gli devono l’aver arginato e in alcuni casi punito le oligarchie mafiose che avevano prosperato all’ombra di Eltsin. In quegli anni si è compiuto il grande sacco delle ricchezze russe, fenomeno già avviato dalla catastrofica perestrojka gorbacioviana, non a caso ribattezzata da alcuni “katastrojka”. Secondo quanto stimato negli anni ’90 dalle privatizzazioni di 145.000 imprese lo Stato incassò solo 9,7 miliardi di dollari, vale a dire una cifra paragonabile alle spese sostenute dai turisti russi all’estero nel solo 2003!
Negli stessi anni il tenore di vita dei cittadini russi, come è ampiamente noto, era crollato a causa dell’imposizione delle fallimentari ricette economiche neoliberiste. La mortalità infantile si era impennata, l’aspettativa di vita si era drasticamente ridotta in pochissimo tempo. L’economia era al collasso.
Con Putin è iniziata un’inversione di tendenza che ha portato lo Stato ad intervenire per razionalizzare e salvare il sistema produttivo del paese, almeno nei settori strategici e di punta ad alto contenuto tecnologico, ed il tenore di vita delle masse russe è comunque aumentato. L’economia ha iniziato a crescere, anche se in buona misura ciò è dovuto all’export delle materie prime e ad una congiuntura favorevole. Anche in fatto di democrazia andrebbe poi ricordato che all’epoca dei liberali (che in buona misura oggi protestano nelle strade) era stato bombardato il parlamento perché non completamente prono a Eltsin e al suo clan tra il plauso generale di tutti i grandi sponsor della democrazia a corrente alterna, dagli Usa del democratico Clinton, ai riformisti nostrani e che 3 anni dopo erano state frodate clamorosamente le elezioni presidenziali ribaltandone il risultato, sottraendo la vittoria ai comunisti e consegnando a Eltsin il suo ultimo mandato, come ha recentemente esternato Medvedev al Cremlino, dove a porte chiuse, alcuni giorni fa, aveva incontrato proprio gli esponenti della destra politica esclusa dalla corsa alla presidenza. Un po’ come dire: “ma proprio voi vi lamentate?!”
Anche se non sono ancora sanate tutte le ferite inferte al paese dalla katastrojka in poi, ed anche se la politica sociale è, come giustamente sostengono i comunisti, assolutamente insoddisfacente, dopo due mandati presidenziali di Putin i russi avevano ritrovato dopo molto tempo la possibilità di guardare al futuro con un certo ottimismo. I risultati ottenuti da Putin sono stati giudicati “impressionanti” dall’ex capo del governo Primakov nelle sue memorie. Soprattutto la Russia è tornata ad avere un ruolo chiave sulla scena internazionale, promuovendo l’emergere di un ordine multipolare e svolgendo, in sintonia con la Cina, una fondamentale funzione equilibratrice nei confronti delle pulsioni aggressive degli Stati Uniti. La Russia rappresenta oggi l’elemento centrale dell’equilibrio di potenza e il principale argine per tenere a freno le forze distruttive dell’imperialismo. Cosa di cui i russi sono giustamente orgogliosi.

Stando lo scarto tra il risultato ottenuto da Putin alle presidenziali e quello di Russia Unita alle legislative non è corretta la tesi propalata dai media secondo i quali le ultime legislative avevano segnato una sconfitta per Putin. E’ opportuno notare che a dicembre la lista di Russia Unita è stata capitanata da Medvedev e che alcune sue uscite non sono proprio piaciute alla maggioranza dei russi. Tra queste una certa, frequente, inclinazione a prospettare la privatizzazione di alcuni settori ripresi sotto la mano dello Stato. I russi sanno che privatizzazione è sinonimo di ladrocinio delle ricchezze nazionali, sono consci dell’alta corruzione nelle alte sfere e nel sottobosco del potere, e questa uscita di Medvedev insieme ad altre (acquiescenza verso l’aggressione alla Libia, tono troppo conciliante con l’aggressiva politica americana, percepita come direttamente minacciosa per la Russia, le scelte fatte in materia di riforma nella Forze Armate) hanno alimentato lo spettro del ritorno delle orde liberali.

Russia Unita è del resto il risultato della confluenza attorno a Putin di una parte della galassia liberale “eltsiniana” che lo aveva cooptato al potere (sopravvivendo, a differenza di alcuni compagni di merende) e delle forze di centrosinistra che l’ex premier Primakov aveva radunato nella formazione Patria-Tutta la Russia. Il programma di Putin è parso più vicino a quello di Primakov in tutti i sensi, specie in politica estera, e non è un caso che proprio il prestigioso ex Capo del Governo ed ex ministro degli Esteri abbia sostenuto pubblicamente la terza candidatura di Putin. Ma gli anni dell’intermezzo Medvedev hanno risvegliato vecchi fantasmi e probabilmente molti russi si aspettano da questo ritorno al Cremlino di Vladimir Putin la fine dell’ambiguità.

E’ forse questa la chiave di lettura per comprendere, almeno in parte, i dati delle due tornate elettorali russe, quella di dicembre e quella di marzo. Al voto di lista i russi hanno preferito premiare soprattutto la sinistra comunista (PCFR) o nazionalista (Russia Giusta) che complessivamente hanno ottenuto un terzo dei voti. Così facendo hanno sottolineato la loro preferenza per una politica che schematizzando potremmo definire: fermezza nei confronti dell’imperialismo occidentale, difesa patriottica, intervento dello Stato in economia, giustizia sociale, lotta alla corruzione. Al momento della scelta del presidente però la fiducia in Putin è parsa ancora solida e tutti i principali sfidanti hanno incassato meno voti di quelli presi dal loro partito 3 mesi fa: Žjuganov il 17% circa anziché il 20% circa ottenuto dai comunisti, il leader di Russia Giusta, Mironov, addirittura un terzo del suo elettorato, risultato forse scontato se si pensa che questa formazione è nata per pungolare Putin da sinistra. Anche il candidato della destra nazionalista, Žirinovskij non è sfuggito a questo trend, ottenendo meno dei voti che aveva strappato il suo partito a dicembre.

Ciò che ci si attende ora è sapere quali lezioni Putin trarrà da questa situazione. L’impressione è che la campanella sia suonata e l’intervallo finito. Pur tenendo toni infuocati durante la campagna elettorale il Partito comunista ha proposto al potere un governo di coalizione di centrosinistra. Putin ha per ora parlato di “intesa con chi ci sta”, mentre calcava la mano contro i gruppi etero-diretti dall’estero, con chiaro riferimento ai protestatari benestanti delle manifestazioni bianche che sognano il golpe colorato. Alcuni abboccamenti sembrano dunque in corso per far maturare la situazione politica verso quell’apertura a sinistra guidata da Putin che potrebbe venire incontro alle indicazioni fornite dai russi nelle urne. In questo caso il sistema politico russo dovrà affrontare le doglie del parto, perché è improbabile che Russia Unita, così come è oggi, possa resistere all’apertura a sinistra.
In ogni caso tutto il mondo terrà gli occhi fissi sul Cremlino. Perché la Russia è fondamentale elemento per la costruzione di un mondo multipolare e per la sconfitta dei piani dell’imperialismo statunitense.

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Mosca e la formazione del Nuovo Sistema Mondiale


Mosca e la formazione del Nuovo Sistema Mondiale

di Imad Fawzi Shueibi – Presidente del Centro Studi Geostrategici di Damasco

Da Red Voltaire: http://www.voltairenet.org/Mosca-e-la-formazione-del-Nuovo

Imad Fawzi Shueibi esamina le ragioni e le conseguenze della recente posizione presa dalla Russia al Consiglio di Sicurezza. L’appoggio di Mosca alla Siria non è una posa ma il risultato di un’analisi approfondita dei mutevoli equilibri dei potere globali. La crisi in corso darà vita ad una nuova configurazione mondiale che dal modello unipolare, ereditato dopo il crollo dell’URSS, si evolverà gradualmente verso un sistema multipolare. Inevitabilmente, questa transizione coinvolgerà il mondo in un periodo di turbolenza geopolitica le cui ripercussioni vengono vagliate dall’autore.

Alcuni scommettono che, come d’abitudine, avverrà un cambiamento nella posizione russa verso la regione araba, simile a quello che avvenne nel caso iracheno e in quello libico. Tuttavia, quest’ipotesi può essere esclusa da una profonda analisi della posizione russa, per le considerazioni che seguono. Sembra che la regressione russa non sia possibile nel mondo d’oggi, dato che Mosca vede negli attuali eventi, e nel confronto con l’Occidente, ossia con gli europei e gli statunitensi, un’opportunità per formare un nuovo ordine mondiale, che superi quello che ha prevalso nel periodo post-Guerra Fredda e dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Quest’ultimo, rappresentato dall’unipolarismo, ha si è spostato verso il non-polarismo dopo la guerra in Libano del 2006.

Vladimir Putin ha espresso quest’idea in un messaggio del 14 gennaio 2012, nel quale ha annunciato che stiamo assistendo alla formazione d’un nuovo ordine, diverso dall’unipolarismo. Ciò significa che Mosca andrà fino in fondo negli sforzi per impedire che tale processo sia scavalcato: anche fino ad un conflitto. La dichiarazione del Ministero degli Esteri russo, secondo cui l’Occidente commetterebbe un grave errore se attaccasse l’Iran (seguita da quella di Putin per cui, se l’Occidente tentasse azioni unilaterali, la Russia non rimarrebbe inerte ma reagirebbe con forza), non è altro che un ultimatum. Mosca, infatti, non accetterà nessun accordo, tipo quelli presi a proposito dell’Iraq o della Libia. Oggi tutto tende a un nuovo ordine mondiale, che accompagna il ritiro strategico americano dall’Iraq: il presidente Barack Obama ha annunciato la diminuzione delle forze statunitense da 750.000 a 490.000 unità e la riduzione del bilancio per la difesa a 450 miliardi di dollari.

Ciò comporterà l’incapacità di lanciare due operazioni militari nello stesso tempo, ma avvia il confronto con la Cina nel Sudest asiatico, che si sta lavorando ad armare. Il 7 gennaio 2012 Pechino ha risposto dichiarando che “Washington non è più in grado d’impedire al Sole cinese di sorgere”. Washington sta ricommettendo la follia d’affrontare la Cina, avendo perso la battaglia con Mosca su molti fronti, sia nel gioco del gas in Turkmenistan ed Iran, sia sulla costa orientale del Mediterraneo (con l’annuncio della nuova strategia Washington si ritira dalla regione, pur impegnandosi a garantire la stabilità e sicurezza del Medio Oriente affermando che rimarrà vigile).

Putin, per quanto riguarda la sua strategia che va al di là dei propositi elettorali, ha scritto quanto segue: “Il mondo è sulla soglia di una fase di disordine che sarà lunga e dolorosa”. Quindi, Putin afferma decisamente che la Russia non inseguirà le illusioni del sistema unipolare che sta crollando, e che non potrà garantire la stabilità mondiale in un momento in cui gli altri centri d’influenza non sono ancora pronti per assumersi quest’onere. In altre parole, siamo di fronte ad un lungo periodo di confronto con il sistema unipolare, destinato a durare fin quando le altre potenze influenti non cementeranno un Nuovo Ordine Mondiale.

Di solito, gli Statunitensi si ritirano quando le loro prospettive di successo non sono né rapide né certe. Sanno molto bene quanto la loro economia stia deteriorandosi e quanto ininfluente stia diventando la loro forza militare, soprattutto dopo aver perso prestigio ricorrendo troppo allo strumento bellico. Putin, pur realizzando che il tempo non sta scorrendo all’indietro, invita i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, del G8 e del G20 a fermare qualsiasi possibilità d’emergere di tensioni etniche e sociali o di forze distruttive che pongano una minaccia alla sicurezza mondiale. Questa è una chiara indicazione del rifiuto della presenza di tendenze religiose nelle posizioni decisionali e dei gruppi armati non statali. Questi gruppi Putin li indica chiaramente come alleati degli Stati che stanno esportando la democrazia militarmente e tramite coercizione. Mosca, quindi, non si risparmierà nel fronteggiare tali tendenze politiche e questi gruppi armati. Il Primo ministro russo conclude affermando che la violazione del diritto internazionale non è più giustificabile, anche se dietro ci fossero buone intenzioni. Ciò significa che i russi non accetteranno nessun tentativo da parte della Francia, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti di sostituire il principio di sovranità con quello d’intervento umanitario.

In realtà, gli USA non si possono completamente ritirare dal Medio Oriente. Stanno semplicemente disponendo l’area per una “guerra per procura”. Ciò accade in un momento in cui Putin ammette che le potenze emergenti non sono ancora pronte a prendere la loro posizione nel nuovo mondo non unipolare. Tali potenze emergenti sono la Cina, l’India, ed in generale gli stati dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Questo implica quanto segue:

  • Il mondo di oggi sarà più non-polarizzato di quanto lo è stato durante il periodo 2006-2011.
  • I conflitti saranno caratterizzati dall’essere globali, ma ci sarà un linguaggio che si intensificherà fino ad arrivare sull’orlo del baratro; avvisando dunque che tutto il mondo sarà a rischio di scivolarvi dentro.
  • La regola secondo cui le super potenze non muoiono nel letto, è una regola che richiama alla cautela a causa dei rischi di fughe in avanti; soprattutto quando una super potenza si trova al di fuori del sistema principale a cui era stata abituata fin dalla Seconda Guerra Mondiale, e le sue opzioni si troveranno dunque ad oscillare tra il fare la guerra e l’innalzare la tensione nelle aree d’influenza altrui. Finché la guerra tra super potenze è resa difficile, se non impossibile, dagli armamenti nucleari, l’aumento delle tensioni o l’avvio di guerre per procura diventano alternative per i conflitti per (auto)fortificarsi sul piano internazionale. C’è anche l’opzione di una ridistribuzione soddisfacente delle zone d’influenza secondo una nuova Jalta. Oggi è fuori discussione, ma in futuro chissà: nulla può essere escluso per sempre nell’azione politica. Esiste una regola secondo cui è possibile sconfiggere una superpotenza, ma è preferibile non farlo. Meglio piuttosto permetterle di salvarsi la faccia e far coabitare le nuove e le vecchie superpotenze. Ciò è avvenuto con Francia e Gran Bratagna dopo la Seconda Guerra Mondiale.
  • La massima preoccupazione è per la continuità dello status quo che tracima la ferocia della Guerra Fredda, differenziandosi però per gli strumenti utilizzati finché gli Stati del Patto di Shanghai non saranno in grado di prendere le loro posizioni. Ciò significa che le zone di conflitto (Corea, Iran e Siria) saranno oggetto di un logoramento a lungo termine, che nel linguaggio della politica contemporanea può essere letto come “apertura” sull’effetto domino; cioè apertura all’incalcolabile e senza precedenti, e passaggio da lotte limitate a conflitti più azzardati. É certo che i paesi coinvolti nella scontro saranno quelli coinvolti nella spartizione, e che la ripartizione internazionale non dovrà necessariamente avvenire a loro spese, in quanto fanno parte della lotta. Tutti gli altri paesi staranno ai margini dello scontro oppure diventeranno strumenti di tale scontro, oggetti della spartizione. Viste le regole della lotta internazionale (tra cui quella per cui il coinvolgimento è parte della spartizione), tali paesi non perdono l’iniziativa né la libertà di decisione ed azione; essi devono seguire il principio della fermezza, una regola basilare nella gestione delle crisi.
  • La realtà è che la gestione delle crisi sarà la regola che informerà la fase in arrivo, che potrebbe durare per anni. Tuttavia, il rischio è che si gestiscano le crisi con altre crisi, focalizzandosi su regioni instabili come il Mediterraneo Orientale e l’Asia Sudorientale.

Traduzione di Simona Bonato

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Quanto potrà durare lo status quo tra Armenia e Azerbaijan?


Quanto potrà durare lo status quo tra Armenia e Azerbaijan?

Fiodor Lukiánov – Ria Novosti

Traduzione a cura del CeSPIn – Puntocritico

Tra il 2010 e l’estate 2011 la Russia ha cercato ripetutamente di smuovere dal punto morto in cui si trovano le relazioni tra l’Armmenia e l’Azerbaijan in relazione alla spinosa questione dell’Alto Karabakh.

L’ultima riunione dei presidenti dei due stati con la Russia è stata celebrata nella città di Kazan in giugno e non ha condotto ai risultati attesi.

Bakù ed Erevan, come sempre, si sono accusati reciprocamente di impedire la risoluzione del conflitto, e il presidente dell’Azerbaijan, Ilham  Aliev, ha ricordato che la pazienza di Bakù è giunta al termine e che la guerra non è daconsiderarsi conclusa. Senza dubbio, non è nemmeno giusto considerare gli sforzi della diplomazia russa un insuccesso.

Sulla questione dell’Alto Karabakh, la Russia di Dmitri Medveded sta agendo in modo autonomo sebbene con l’approvazione del gruppo di Minsk e dell’OSCE (Org. Coop. Sicurezza Europea).

Questo è dovuto al fatto che i più non si aspettano che la situazione possa migliorare e non vedono nessun interesse nella partecipazione attiva alla risoluzione del conflitto. E’ ovvio che Mosca abbia più interesse allo sviluppo del processo di riappacificazione che Washington o Parigi. Il tema del pericolo della crisi militare intorno al Karabakh che esce periodicamente in diverse discussioni può condurre Mosca in una situazione complicatissima.

La Russia ha assunto impegni formali di fronte l’Armenia come socio nel quadro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), però, sopratutto alla radice degli accordi bilaterali che sono stati estesi per un periodo indeterminato l’anno scorso.

Nel caso di un conflitto armato tra i due stati, Mosca dovrà difendere Erevan per non perdere la reputazione di socio affidabile.

Allo stesso tempo, il Cremlino si rende conto dell’importanza crescentedell’Azerbaijan come uno dei paesi chiave in campo energetico e geopolitico del Caucaso del Sud e dell’Asia Minore.

Mosca così non può permettersi di indebolire le relazioni con Baku. In altre parole, il Cremlino non deve permettere che sorga una situazione nella quale dover scegliere il proprio alleato.

E’ quindi logico che si sforzi di mantenere il dialogo tra le due parti per impedire che le dispute arrivino a un punto critico e contribuiscano al mantenimento dell’equilibrio bellico, come un garante del mantenimento della pace.

La decisione di prorogare la permanenza della base militare russa in Armenia sino al 2044 è dovuta alla ricerca di bilanciare le condizioni militari dei due paesi, alla luce dell’aumento della potenzialità bellica dell’Azerbaijan.

Al contrario Baku avrebbe la grande tentazione di approffittare di questo vantaggio. Tanto più che le risorse di Baku sono molto più abbondanti di quelle di Erevan.

Sono stato recentemente in visita nelle due capitali e la conclusione che posso trarre da ciò che ho vissuto è che in queste condizioni esistenti, la tattica del mantenimento dell’equilibrio è l’unica scelta possibile e corretta.

Non ho percepito nessun segnale sul fatto che le parti siano di fatto pronte a fare qualche concessione reale o per giungere a compromessi.

Si limitano a questionare sulle singole parole nel redigere le condizioni nella misura in cui si rendono conto che ogni parola può costare molto.

Per l’Azerbaijan l’obiettivo di riprendere l’Alto Karabakh si è trasformato in un’ossessione nazionale, come il Kashmir per il Pakistan. Il paese sta ricevendo enormi introiti derivati dall’esportazione di petrolio e sta vivendo uno sviluppo forte, la sua sicurezza sta crescendo assieme alla convinzione che l’occupazione di una parte dell’Azerbaijan è una grande ingiustizia storica che deve essere corretta senza tentennamenti.

A questo si somma l’attitudine sospettosa verso gli armeni in genere che non passa coltempo, anzi assume un carattere istituzionale e radicato.

Allo stesso tempo, in Armenia non si ha nessuna fiducia sulla controparte azera. Predomina l’idea che qualsiasi concessione nella sfera strategico – militare può indebolire la sua posizione, condurre al collasso il sistema di garanzie e contrappesi esistenti dal 1990, e condurre inevitabilmente alla guerra. Questi atteggiamenti stanno ostacolando qualsiasi progresso.

inoltre, le concessioni risultano impossibili perchè i lider dei due stati non sono abbastanza forti da potersi permettere un passo malvisto dal proprio elettorato. Sebbene Ilham Aliev abbia il controllo assoluto sulla situazione in Azerbaijan, la sua autorevolezza non è così forte come quella di suo padre. Geydar Aliev avrebbe avuto maggior spazio di manovra.

In Armenia la situazione è più complicata ancora, perchè si caratterizza dal pluripartitismo politico in rappresentanza di diversi grupi di interesse, inclusi alcuni esteri (comunità armena all’estero). Un tentativo di raggiungere un compromesso può provocare un’acuta crisi interna e la perdita del Karabakh condurrebbe a una guerra civile e metterebbe fine all’attuale stato armeno. In questo contesto, il ruolo della Russia orientata verso il rafforzamento dell’attuale status quo appare opportuna e senza alternative.

Le parti si rendono conto dei rischi relazionati al tentativo di cambiare la situazione esistente per forza. Così Azerbaijan, che sta investendo le sue entrate non solo nel settore bellico ma anche nelle infrastrutture e nei tentativi di diversificare l’economia, non vuole esporre a rischi i risultati ottenuti senza garanzie di un’azione bellica vincente.

Nell’attuale situazione di oggi, non ci possono essere garanzie.

L’Armenia è interessata affinchè la situazione non cambi, perchè anche una guerra vittoriosa in Karabakh rappresenta la minaccia di una catastrofe economica e un blocco ancora più forte di quello che soffre ora.

La Georgia è l’unico paese con il quale l’Armenia ha una frontiera aperta, e si trova in una situazione di forte dipendenza economica dall’Azerbaijan che potrà esercitare pressioni su Tbilisi.

Inoltre, le circostanze esterne anche sono capaci di condurre ripercussioni in tutta la regione e trasformare la mappatura politica. Mi riferisco, tra le altre circostanze, alla crisi internazionale relazionata all’Iran, vicina sia all’Armenia sia all’Azerbaijan, che svolge un ruolo importante nel destino dei due stati.

Se Israele o gli Stati Uniti decidono che è giunta l’ora di bloccare l’Iran nel cammino dell’acquisizione delle armi nucleari, l’imprevedibile effetto geopolitico di questo evento può comportare cambi radicali, ricordiamoci anche che in Iran vive una considerevole minoranza azera. Può influire nel Caucaso del Sud anche la situazione nell’Africa del Nord e in Medio Oriente o la caduta di Bashar Al Asad in Siria.

E’ verità che ora tutte queste varianti di sviluppo degli eventi appaiono ipotetiche o anche fantastiche, però negli ultimi anni e negli ultimi mesi, assistiamo a troppi eventi che apparivano impossibili.

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VIII^ edizione del Premio Marenostrum dedicato alla cultura migrante in Italia

Viareggio Ottobre 2013

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