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Costa d’Avorio: battaglia ad Abidjan


Costa d’avorio: battaglia ad Abidjan

Irene Panozzo *

Centinaia di morti denunciati da una parte e dall’altra, mortai, cannoni e mitragliatrici pesanti che puntano al palazzo presidenziale, cittadini – quelli che non sono già scappati nelle settimane scorse – chiusi in casa per evitare di finire in mezzo al fuoco incrociato delle truppe agli ordini dei due uomini forti del paese. È così che ieri Abidjan, la capitale economica della Costa d’Avorio, ha vissuto un’altra giornata di tensione e combattimenti dopo l’entrata in città, nella notte tra giovedì e venerdì, delle truppe fedeli ad Alassane Ouattara. Ovvero colui che ha sfidato alle urne, lo scorso novembre, il presidente uscente Laurent Gbagbo e che è stato riconosciuto vincitore dalla Commissione elettorale ivoriana e dalla comunità internazionale. Ma non dalla Corte Costituzionale del paese e dallo stesso Gbagbo, che si è rifiutato di lasciare il potere.

Da allora, il nuovo presidente ha creato un governo, nominato ambasciatori e cercato di avviare la sua presidenza. Il tutto senza uscire dall’Hotel du Golfe, dov’è rimasto relegato con i suoi più stretti collaboratori, in un edificio circondato dalle truppe dell’avversario. Pochi chilometri più in là, nel quartiere di Cocody, il palazzo presidenziale è rimasto invece nelle mani di Gbagbo, che ha a sua volta creato un governo e cercato di avviare il suo nuovo mandato, forte del sostegno dell’esercito, in particolare della Guardia Repubblicana, e del controllo dei media, a partire dalla Radio-Télévision Ivorienne (Rti). Arrivate in città, le truppe fedeli a Ouattara hanno preso di mira proprio il palazzo presidenziale e la sede della Rti, a poca distanza l’uno dall’altra. Capire come si stia muovendo il fronte interno ai quartieri centrali della città non è facile. La stessa Rti sembra essere stata riconquistata dalle forze pro-Gbagbo, visto che venerdì sera ha ripreso le trasmissioni mandando in onda immagini di manifestazioni a favore del presidente uscente e della sua cerimonia di giuramento dopo le contestate elezioni di novembre. Nessuno sa neanche dire con certezza dove si trovi lo stesso Gbagbo, che ormai da settimane non appare in pubblico. Venerdì il suo ministro degli esteri, Alcide Djedje, ha detto in un’intervista alla BBC che l’ex presidente è nel suo palazzo a Cocody, deciso a non mollare ma pronto a negoziare con Ouattara.

In realtà finora i tentativi di avviare dei negoziati seri tra i due avversari sono sempre falliti. A guidare l’“offensiva” negoziale sono stati sia il primo ministro keniano Raila Odinga, incaricato del file ivoriano per conto dell’Unione Africana, sia il rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite, il coreano Choi Youn Jin, a capo della missione Onu per la Costa d’Avorio (Unoci). Che, forte di 9000 peacekeepers, è presente nel paese dal cessate-il-fuoco del 2003 che ha posto fine alla guerra civile che l’anno precedente aveva contrapposto Gbagbo ai ribelli delle Forces Nouvelles, rimasti in controllo del nord del paese.

Dopo essere state rinviate per anni, le elezioni di novembre, organizzate e certificate dalla stessa Unoci, avrebbero dovuto segnare la tappa finale del percorso di pacificazione della Costa d’Avorio. Così non è stato e ancora solo una settimana fa lo stallo sembrava di difficile soluzione. Invece lunedì le truppe fedeli a Ouattara e al suo primo ministro, Guillaume Soro, leader delle ex Forces Nouvelles, hanno iniziato un’offensiva militare che in pochi giorni è arrivata alla capitale. Lungo il percorso sono passate di mano, una dopo l’altra, la capitale politica Yamoussoukro, il porto di San Pedro e vaste zone dell’ovest del paese. Dove, nella città di Duekoué, gli uomini di Ouattara avrebbero ucciso centinaia di persone, dopo che le truppe di Gbagbo li avevano preceduti facendo lo stesso. Le cifre si rincorrono: 800 morti solo martedì scorso secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa, 1000 tra morti e dispersi secondo la Caritas, 330 “vittime accertate” secondo l’Onuci, “miliziani e non civili” secondo i pro-Ouattara. In ogni caso un massacro, in un bilancio che va ad aggiungersi alle centinaia di morti dall’inizio della crisi e al milione di persone che secondo l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Acnur) potrebbe aver già lasciato il paese. Ma è con i colpi di cannone e di mortaio per le strade di Abidjan che si combatte l’ultima battaglia per il potere ivoriano.

* AGI

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Libia: fugge il ministro degli esteri, CIA in azione


Libia: fugge il ministro degli esteri, Cia in azione

Redazione Contropiano

Sul campo, le forze dei “ribelli” sono in rotta. Dopo essere arrivati alle porte di Sirte, sono ora di fatto ritornate ad Aidhabyia, in Cirenaica. L’integrità del regime libico, invece, è stata duramente incrinata dalla fuga del ministro degli esteri Moussa Koussa, uno degli uomini fondamentali della struttura di comando (per 15 anni alla testa dei servizi segreti). Un numero imprecisato di agenti della Cia da diverse settimane sta operando in Libia per “aiutare i ribelli” anti-Gheddafi. Lo scrive il New York Times dopo la diffusione della notizia che lo stesso Barack Obama avrebbe autorizzato missioni segrete di intelligence in territorio libico. Tra questi agenti ce ne sono alcuni che già da tempo si trovavano a Tripoli e altri che sono arrivati più di recente. Secondo il giornale, durante i loro incontri con gli insorti, questi agenti stanno cercando di capire meglio chi sono i loro leader e soprattutto se godono di alleanze con altre forze arabe. Con loro operano, secondo il giornale, anche uomini dell’MI6 britannico.

Negli Usa si teme che i terroristi di Al Qaida si siano infiltrati tra i “ribelli”. Questa presenza apre un problema “giuridico”, perché l’Onu non ha autorizzato “operazioni di terra” in Libia. E lo stesso Obama aveva garantito che “nessun soldato americano” sarà coinvolto in operazioni di terra contro le milizie di Gheddafi. Il ricorso ad agenti segreti, insomma, è il tentativo – per ora – di ottenere gli stessi obiettivi senza impegnare “forze regolari”.

Mussa Kussa, il ministro degli esteri di Muammar Gheddafi che ieri sera è volato in Inghilterra ed ha annunciato la sua defezione, è sempre stato un fedele servitore del Colonnello, di cui era consigliere e stretto collaboratore, ed è stato uomo-chiave del regime come artefice della rete diplomatica che un decennio fa permise a Tripoli, dopo decenni di isolamento, di essere riaccolto nella comunità internazionale. Di modeste origini, originario della Tripolitania, 59 anni, dopo un master nel 1978 all’Università del Michigan, negli Usa, nel 1980 è nominato ambasciatore a Londra, da dove viene espulso lo stesso anno dopo aver affermato l’intenzione di «liquidare i nemici della rivoluzione». Dal 1984 dirige la Mathaba, una fondazione che finanzia movimenti di liberazione e guerriglia in tutto il Mondo, in particolare in America Latina e in Africa. Dopo due anni come viceministro degli esteri, diventa capo dei servizi segreti libici, incarico che mantiene dal 1994 al 2009.

È l’uomo forte dei Comitati rivoluzionari, spina dorsale del regime. È lui, alla fine degli anni ’90, a gestire diplomaticamente lo smantellamento del programma di armamento nucleare di Gheddafi e a maneggiare il delicato dossier degli indennizzi alle vittime delle due stragi, attribuite ai servizi segreti libici, di Lockerbie nel 1988 (270 morti) e del Dc-10 della compagnia francese Uta esploso nei cieli del Niger (1989, 170 morti), le due vertenze-chiave che aprono la strada alla fine delle sanzioni e dell’isolamento di Tripoli. Ha infine un ruolo chiave nella liberazione nel luglio 2007 delle suore bulgare, accusate dal regime di aver diffuso l’Aids in Libia. Nel 2009, dopo 15 anni a capo dei servizi segreti, viene nominato da Gheddafi ministro degli esteri al posto di Abdulrahman Shalgham. Quest’ultimo viene contestualmente nominato ambasciatore presso l’Onu e solo qualche settimana fa ha defezionato anche lui.

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Libia, il leone ferito: ma non è detta l’ultima parola…


Claudio Moffa

Per mancanza di tempo l’articolo che segue è stato compilato in due fasi: il primo paragrafo e l’inizio del secondo risalgono – integrazioni e aggiornamenti a parte – a sabato e domenica scorsi. Il resto l’ho concluso oggi. Lascio invariato il testo iniziale, perché ritengo che non confligga con l‘apparizione delle prime foto e video citati da me come inesistenti: la mia tesi è che è stata l’enfatizzazione e invenzione mediatica ad aver prodotto i fatti reali di cui ad alcuni servizi televisivi di stamane. La partita sembra però ancora aperta: il discorso di Gheddafi alla TV, in cui si invita il popolo a schiacciare i rivoltosi sta ribaltando l’incertezza dei primi giorni, anche se la repressione frontale costituisce un segnale più di debolezza che di forza del rais. Tutto può ancora accadere in Libia, la cui crisi presenta come scrivo nell’articolo un segno di tipo diverso rispetto agli eventi egiziani. Una sorta di risposta-pendant alla deriva in fieri pro-palestinese (e non ostile all’Iran: vedi il passaggio delle navi di Teheran a Suez) de Il Cairo.

C’è qualcosa che non torna nel racconto delle vicende libiche: le stragi, gli aerei, i cecchini, i mercenari, le notizie che si susseguono ci dicono che la crisi del regime è profonda quanto mai era stata in quarantuno anni di potere di Gheddafi. Ma quel che non si capisce è quale sia la percentuale di informazione “drogata” che punti a favorire una soluzione vincente della crisi secondo le aspettative dei ribelli e dei loro potenti sostenitori esterni. C’è infatti uno scarto non indifferente fra le unità di notizia e i video da una parte, e le cifre sparate con titoli cubitali dalla stampa e dai telegiornali di mezzo mondo. Tutti i video mostrano in genere non più di alcune decine di persone nelle strade: perché non c’è nemmeno una foto di cellulare con almeno una ventina-trentina cadaveri a terra, delle centinaia di ammazzati dal regime? Testimoni riferiscono, scrive la BBC, di aerei Testimoni riferiscono, scrive la BBC, di aerei che bombardano i civili, e di mercenari che fanno strage di manifestanti: sono uomini di Gheddafi o sono terzi soggetti che alimentano la guerra civile secondo il modello delle proteste elettorali in Iran di due estati fa?

E poi ancora: alcune finestre in fiamme, senza che si veda l’edificio nella sua interezza non si sa dove e quando sono state riprese. Il filmato con alcuni orribili cadaveri carbonizzati è curioso, di nuovo un capannello di persone e poi i resti delle vittime come trasportati ed esposti su teloni militari. Su Al Jazira, un altro post che sembra un filmato, ma in realtà è una foto con nel sottofondo un anonimo libico di Tripoli che dice che Gheddafi e i suoi sono “mostri”. Ancora, foto di feriti in ospedale ma non si sa quale ospedale e feriti quando. E video di mercenari africani che non dicono nulla, pochi fotogrammi forse girati addirittura su un aereo.

Leggete poi i giornali: i titoli sparano bombardoni, gli articoli parlano in genere di “testimoni” (che) “riferiscono”, e sono infiorati da condizionali e da forse: vedi la fuga di Gheddafi in Venezuela. Vedi i prima due poi quattro piloti disertori e atterrati a Malta,che nessuno ha ancora intervistato; vedi i tre ministri che si sarebbero dimessi. La cautela dunque sembrerebbe d’obbligo, come del resto si deduce dall’intervista dell’ambasciatore libico all’ONU di Ginevra che, abbandonato il regime di Gheddafi, ha dichiarato a Rai News ieri mattina che “la situazione è estremamente critica”, che si è di fronte all’ “estrema crisi del regime”, che “Gheddafi non ha più nulla in mano”, senza fornire però una sola cifra delle vittime vere o presunte. Un lavoro “sporco” da affidare all’anonimato mediatico in rete, nelle tv e sulla stampa, non da compiersi da parte di un alto diplomatico con aspirazioni probabili a diventare ministro nell’era post-gheddafiana.

2) Si è di fronte dunque ad uno scarto notevole fra i dati di fatto certi e quella che potrebbe essere chiamata una sovraesposizione mediatica, onde per cui ponderare la profondità della crisi del regime libico è molto difficile. Attenzione però, è la stessa enfatizzazione mediatica a far crescere le difficoltà di Gheddafi: è un lavorio intelligente, che va a combinarsi con il pressing antiGheddafi dell’Europa e soprattutto – a fronte di un Obama silenzioso negli ultimi giorni – di Hillary Clinton, ministro degli esteri di quella stessa potenza che per iniziativa di Obama ha avallato o contribuito alla defenestrazione del presidente-dittatore del vicino Egitto. Ecco dunque i segnali concreti di sgretolamento del regime ai suoi vertici, i tre ministri e il diplomatico di cui sopra e probabilmente alcuni ufficiali e soldati dell’esercito. La partita è ancora aperta fra voci di diserzioni o di ammutinamenti diffuse in Occidente senza veri riscontri fattuali, e la possibilità che tutto precipiti con un colpo di mano o un attentato mirato. L’incognita non è solo l’esercito, ma gli equilibri fra i diversi apparati politico-militari, ad esempio i Comitati rivoluzionari costruiti nella fase più radicale della “rivoluzione” gheddafista.

3) Un dato però sembra certo: nella crisi del regime hanno operato fino ad oggi più fattori esterni che interni, e all’interno meno le contraddizioni sociali (la Libia ha un reddito procapite alto) che quelle regionali, a cominciare dall’antica contrapposizione fra Cirenaica e Tripolitania, con Tripoli epicentro della parte più moderna, laica e “occidentalizzata” del paese e la Cirenaica tradizionalista e pervasa da tendenze islamiste. Una contrapposizione che può esser fatta risalire addirittura all’epoca precristiana, con l’ovest gravitante verso Cartagine e l’est colonizzato dai Greci collegato all’Egitto, e che ha attraversato nei secoli la storia libica. Bengasi è quasi sempre stata la roccaforte del conservatorismo e della reazione: persino l’eroe della resistenza libica all’occupazione italiana, il senussita e signore del deserto Omar al Mukhtar, ebbe a dire nel corso del processo del 1931 che lo avrebbe condannato all’impiccagione: “Io disprezzo e odio le genti di Bengasi, che del resto mi disprezzano e mi odiano”. In questi giorni, lo sventolio della bandiera di re Idriss su un edificio del capoluogo cirenaico la dice lunga sul segno dell’opposizione della parte orientale del paese al governo di Tripoli; e sulla sua radicalità, perché lo spettro che si profila è una secessione, una spaccatura del paese in due. Problema anche questo drammaticamente attuale dopo la sciagurata secessione del sud del Sudan da Karthum, ma allo stesso tempo di vecchia data: già all’indomani della seconda guerra mondiale, i confini sedimentatisi con la conquista italiana del 1911 e poi con l’espansione nell’interno desertico degli anni Trenta, erano stati messi in discussione: mentre l’Italia sosteneva il mantenimento dello status quo confinario della sua ex colonia, la Francia aspirava alla separazione del Fezzan dalla costa, recuperabile al controllo della sua colonia ciadiana; e l’Inghilterra all’ “indipendenza” della Cirenaica, da raccordare all’Egitto. Vinse l’opzione sostenuta da Roma, ma i rapporti tra Tripoli e Bengasi sarebbero rimasti sempre problematici e negli ultimi due decenni resi più difficili dalla diffusione, come già detto, di un islamismo avversario della laicizzazione del paese promossa da Gheddafi fin dal colpo di stato antimonarchico del 1969.

4) Chi dentro e fuori la Libia sta cercando di rovesciare Gheddafi? Internamente oltre al fattore Cirenaica e ai nostalgici del vecchio regime monarchico, e oltre alle antiche contrapposizioni etniche e di clan, ci sono le nuove espressioni sociali e politiche della svolta di mercato avviata da Gheddafi stesso con la cosiddetta “primavera” della fine degli anni Ottanta, secondo una tendenza e uno schema di cui è noto il modello-tipo cinese: vale a dire, le forze più o meno “borghesi” liberate dall’apertura al mercato chiedono cambiamenti anche di tipo istituzionale, cercando di introdurre modelli di stampo occidentale nel paese.

Ecco dunque il pesante e decisivo fattore esterno, esplicitamente richiamato nel discorso di Gheddafi di ieri dai riferimenti all’Afghanistan e a Tien An men: è l’oltranzismo occidentale, quello che pretende di esportare con la violenza delle armi la democrazia in tutti i paesi non graditi, come già tentato senza successo in Iran e in parte in Egitto, ad essere estremamente attivo nell’opera di destabilizzazione della Libia di Gheddafi. In pratica, e nonostante la dichiarata difesa di Mubarak da parte del rais di Tripoli nei giorni della rivolta in Egitto, gli eventi libici costituiscono una sorta di pendant, di controtendenza rispetto a quelli de Il Cairo: qui non solo la partita è aperta, ma è caduto un leader nettamente pro israeliano, da cui la prospettiva di una potenziale deriva “pro-palestinese” del corso degli eventi della quale il passaggio per Suez di due navi militari iraniane, su concessione del Cairo, costituisce un segnale chiaro.

In Libia, la Clinton sta cercando di riequilibrare in senso opposto, dando in pasto a Israele e all’oltranzismo occidentale un loro nemico storico, appunto la testa di Gheddafi. Un obbiettivo non da poco, perché la Libia svolge un ruolo importante in almeno tre decisivi scacchieri: nel Mediterraneo con la sua funzione di filtro dell’immigrazione senza regole in Italia e in Europa, e di tampone nei confronti di quello che viene definito rischio “fondamentalista”, un fenomeno sociale e religioso che dovrebbe essere articolato e compreso meglio ma che in Libia ha i contorni certi dell’oscurantismo reazionario. C’è poi l’Africa, continente nel quale Gheddafi si è impegnato dopo le delusioni subite nel mondo arabo e dove la Libia, cofondatrice assieme al Sudafrica dell’Unione africana, ha una voce autorevole in capitolo, fino a denunciare con forza – un paio di anni fa – il ruolo di Israele nella nelle tante guerre del continente

Infine il Medio Oriente: la campagna feroce di una parte della stampa araba contro Tripoli proprio in questi giorni indica che Gheddafi – un leader nato, al seguito di Nasser, convinto panarabista – ha molti nemici nella sua naturale regione di appartenza. Ma la Libia fu anche fra i paesi che parteciparono a fianco del rappresentante di Hamas, al vertice panarabo successivo alla guerra di Gaza del 2008-2009. Nonostante dunque il suo “moderatismo” Gheddafi ha dato segnali di sensibilità rinnovata nei confronti della causa palestinese. Come si concili poi questo quadro complesso con l’alleanza di ferro con il governo Berlusconi è apparentemente difficile a capirsi: ma le vie della politica ufficiale e “visibile” non sono sempre quelle dei fattori strategici più o meno “nascosti”: ci sono enormi interessi economici in ballo – la Libia, paese marginale per i rifornimenti petroliferi all’Italia ai tempi di Mattei risulta oggi il primo fornitore di greggio dell’ENI, senza contare il gas e altri prodotti strategici –, c’è il nodo chiave dell’immigrazione, ci sono le partecipazioni dirette di Tripoli a settori chiave dell’economia italiana (UniCredit ad es.) e c’è anche da ricordare probabilmente qualche aneddoto italiano: come lo sgarbo di Gheddafi a Fini che lo aspettava al Campidoglio durante la sua visita di stato del 2009, una sorta di anticipazione “parallela” del futuro scontro fra il Presidente del Senato e il Presidente del Consiglio. Da leggere attentamente anch’esso, al di là dei contenziosi a sfondo personalistico.

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Libia. Non è una rivolta popolare ma una guerra civile. I dovuti distinguo


Libia. Non è una rivolta popolare ma una guerra civile. I dovuti distinguo

Sergio Cararo *

Qualche giorno fa sulle pagine di Peacereporter, giustamente Christian Elia invitava a fare dei distinguo nelle rivolte popolari che stanno cambiando la mappa politica del Medio Oriente. Sarebbe infatti un errore non cogliere le diverse dinamiche e forze soggettive che si sono rese protagoniste di un processo storico atteso, inevitabile ma certamente imprevedibile nella velocità della sua estensione.

Questa accortezza diventa ancora più necessaria nel valutare gli eventi in Libia e le profonde differenze con quanto accaduto negli altri paesi del Maghreb, Tunisia ed Egitto soprattutto. Non solo, occorre anche separare il giudizio su Gheddafi rispetto alle cause e alle conseguenze degli eventi in corso.

In Libia, diversamente che in Tunisia e in Egitto, dobbiamo parlare di guerra civile e non di rivolta popolare. La differenza c’è. Ad esempio i centri strategici (da quelli legati al ciclo energetico a quelli militari) parlano infatti di guerra civile e non di rivolta. L’evacuazione del personale tecnico straniero e dei civili viene inoltre decisa quando il livello di conflitto supera di parecchio quello delle manifestazioni di piazza e degli scontri con la polizia.

In Libia le condizioni della rivolta popolare mancavano di un aspetto non certo secondario (decisivo invece negli altri paesi arabi): quello economico-sociale. I livelli di vita dei libici erano infatti sensibilmente migliori di quelli negli altri paesi. Il 70%della forza lavoro era impiegata nello Stato, i prezzi sussidiati e le rendite petrolifere molto più socializzate. (1)

In Libia non possiamo parlare di rivolta popolare ma di una spaccatura dentro il gruppo dirigente della Jamayria che – diversamente dal conflitto asimmetrico degli scontri nelle piazze tunisine ed egiziane – ha portato immediatamente ad uno scontro militare feroce ed equivalente che ha avuto nella regione storicamente ribelle della Cirenaica islamica la sua base di forza.

Gheddafi, come ha ricordato anche Luciana Castellina su il Manifesto, è stato un valoroso combattente anticolonialista e per anni ha cercato di alimentare focolai di rivolta contro il neocolonialismo in Africa e Medio Oriente. Gli USA, la Gran Bretagna, le organizzazioni islamiche reazionarie hanno cercato spesso di fargliela pagare. Ha costruito intorno a sé un misto di innocua retorica e di verità sui crimini del colonialismo. Lontano dalle frontiere di Israele ha blaterato molto sulla Palestina ma non ha mai agito seriamente. Dopo anni di embargo (e di bombardamenti USA non dimentichiamolo) nel 1999 Gheddafi ha cercato la strada del compromesso con l’imperialismo, soprattutto dopo l’11 settembre, temendo di fare la fine dell’Iraq di Saddam Hussein (2)

Dal 2003 ha stoppato il processo di socializzazione delle risorse ed ha avviato la liberalizzazioni in economia (sia nel settore energetico che negli altri). Ha ripreso le relazioni con gli USA e l’Unione Europea, Ha consentito a tutte le multinazionali petrolifere di ristabilirsi nel paese. Ha giocato molto sui due elementi di enorme vulnerabilità dell’Europa: il rifornimento energetico e le ondate migratorie dal sud. Su questo ha strappato accordi vantaggiosi (e vergognosi) con l’Unione Europea e soprattutto con l’Italia assicurandogli il pugno di ferro sui disperati che cercano di raggiungere le coste italiane. Non si è avveduto però che quando le cose devono cambiare…cambiano, e che 41 anni al potere sono troppi comunque e per chiunque. A questo si preparavano anche i servizi segreti italiani, forse senza che il Ministro Frattini avesse del tutto chiaro come stavano andando le cose (3).

Un corrispondente attento e “assai addentro” all’amministrazione USA come Molinari, sottolinea su La Stampa, che gli Stati Uniti sulla Libia hanno una linea diversa da quella sugli altri paesi. “Se in occasione della crisi egiziana l’amministrazione Obama aveva deciso di recitare un ruolo di primo piano per favorire la «transizione ordinata» verso il dopo Mubarak, di fronte alla rivolta libica la scelta è invece differente” scrive infatti Molinari (4). Che significa? Significa che dietro la guerra civile in Libia è perfettamente leggibile l’aperta ingerenza degli Stati Uniti. Obiettivo? Non solo togliersi di torno un leader arabo odiato, odioso e imprevedibile ma mettere le mani su quello che viene definito “il tassello essenziale della cosiddetta sicurezza energetica europea” (5) ed infine trovare il posto giusto e desiderato per l’Africom, il comando strategico statunitense per Africa e Medio Oriente la cui collocazione proprio sulla sponda sud del Mediterranea era stata rifiutata agli USA dalla vicina Algeria. Tre risultati con un colpo solo! L’unica incognita è rappresentata dall’emirato islamico che i senussiti vogliono instaurare in Cirenaica. Sarà disponibile a convivere con gli interessi USA o sarà una nuova variabile indipendente come Al Qaida?

Infine, ma non per importanza. Lo sviluppo e gli esiti della guerra civile in Libia sembrano lasciar intravedere un intervento militare delle potenze occidentali. Tre navi militari italiani già incrociano al largo della Libia. Gli Stati Uniti spingono Italia e Francia a intervenire e si preparano a farlo in prima persona qualora riescano a crearne le condizioni.

La differenza con quanto è avvenuto in Tunisia ed Egitto appare dunque notevole. La “democrazia” in Libia potrebbe arrivare con le portaerei USA o quelle delle ex potenze coloniali italiana e francese. Non è certo quello per cui si sono battuti i giovani tunisini né il popolo di Tahrir e del Sinai. Se questo è lo scenario allora è meglio la guerra civile che la stabilizzazione imperialista. A meno che anche a sinistra non si voglia lavorare per il re di Prussia o per il ritorno della monarchia!

(1) Dispaccio dell’ADN/Kronos del 22 febbraio
(2) Redazionale di www.medarabnews.com del 23 febbraio
(3) Il Sole 24 Ore del 23 febbraio
(4) La Stampa del 23 febbraio
(5) Redazionale www.medarabnews.com del 23 febbraio
* www.contropiano.org

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Ma il colonnello ha sottovalutato i clan delle montagne


“Ma il colonnello ha sottovalutato i clan delle montagne”

Tonino Bucci*

Intervista ad Angelo Del Boca storico del colonialismo italiano

Tripoli a un passo dalla capitolazione. Fino a pochi giorni nessuno avrebbe scommesso sulla caduta di Gheddafi. La Libia – tanto per fare qualche numero – aveva un surplus di ricchezza tra i più alti in Africa. Nel 2009 le risorse disponibili per i capitoli di spesa ammontavano a 26 miliardi di euro. Il debito pubblico era fermo, ormai da anni, al quattro per cento del Pil. Un’utopia irraggiungibile per molti paesi occidentali. Perché allora questa rivolta? Lo chiediamo allo storico Angelo Del Boca, profondo conoscitore della Libia.

La rivolta libica ha sorpreso tutti. La Libia sembra un paese solidissimo. Cosa è accaduto?

Ho una mia tesi, diversa da quella sostenuta nei giornali. Se non si fosse mossa la Cirenaica difficilmente la sommossa sarebbe arrivata a Tripoli e non avrebbe causato la fine del regime. La Cirenaica è da sempre una regione non addomesticata agli ordini di Gheddafi perché è storicamente sotto l’influenza della Senussia. Non dimentichiamo che è la regione dove Omar al Mukhtar ha fatto la sua guerra contro gli italiani ed è stato ucciso. Per tradizione la Cirenaica non ha mai obbedito molto al regime di Gheddafi, tanto è vero che già nel ’96 il Colonnello dovette mandare addirittura l’esercito, la marina e l’aviazione per reprimere una sommossa. Non mi stupisce perciò quanto è accaduto a Bengasi. Mi sorprende, invece, che la rivolta si sia estesa anche alla Tripolitania, questo sì. In apparenza non c’erano motivi gravi perché si potesse prevedere una insurrezione del genere. E’ vero che c’è un trenta per cento di giovani che non hanno un lavoro, ma i prodotti di prima necessità sono calmierati e la gente vive abbastanza bene.

In Europa non abbiamo visto un libico andare per le strade a chiedere l’elemosina. Era un paese molto diverso da quelli confinanti. Credo che ci sia stato un input dall’esterno. Esistono alcuni gruppi di libici residenti all’estero, negli Stati Uniti, a Londra e a Ginevra, che hanno partecipato, dai blog e attraverso internet, all’organizzazione della sommossa. All’interno non conosciamo gli agitatori. Non ci sono personaggi noti o di spicco. Sappiamo però che le tribù delle montagne sopra Tripoli si sono associate alla rivolta. Tra loro ci sono i Warfalla e i Berberi. Le stesse tribù nel 1911 diedero filo da torcere agli italiani, sconfitti nella battaglia di Sciara Sciat. Il ruolo dei clan è stato determinante nel provocare di fatto la caduta di Gheddafi. Il Colonnello ha sottovalutato le tribù delle montagna. Lui pensava che con la sua teoria di una terza via, quella esposta nel suo Libro Verde, di avere smantellato la struttura tribale e di avere costruito uno Stato moderno. Si sbagliava. Ma, in fondo, lo aveva già confessato. Ricordo che in un’intervista che gli feci nel ’96, confessò che il Libro Verde era stato un fallimento. Credeva di avere amalgamato il paese e costruito una nazione. Quando ho pubblicato A un passo dalla forca, alcune copie sono entrate clandestinamente in Libia. Ho saputo poi che il ministero degli interni aveva bloccato il libro perché parlava bene della Senussia.

L’integrità nazionale e statale della Libia rischia davvero di disgregarsi?

Sì. Le tre regioni se ne potrebbero andare ciascuna per la propria strada. La Cirenaica, ad esempio, subisce ancora l’influsso della confraternita senussa e potrebbe darsi un proprio governo. Non credo che a guidare il paese possa essere il figlio di Gheddafi Saif al Islam, nonostante le sue dichiarazioni liberali. Se abbattono il padre, abbattono anche il figlio. I ribelli vogliono demolire un’intera epoca e dei Gheddafi non ne vogliono più sapere. A prendere il sopravvento potrebbe essere qualche capo dei clan della montagna.

C’è da tenere sott’occhio anche il ruolo dell’esercito, o no?

Non è un grande esercito, nulla di paragonabile ai 400mila uomini dell’esercito egiziano. E’ un esercito di ottantamila uomini e in Cirenaica si sono schierati con gli insorti. E, in parte, anche in Tripolitania.

La Libia di Gheddafi, non sottovalutiamolo, è anche un impero finanziario con partecipazioni in tante banche e società occidentali. Non è così?

Berlusconi ha concluso un Trattato con Gheddafi con molta superficialità, a occhi chiusi, ben sapendo delle violazioni dei diritti umani. I libici hanno investito in Italia, ci danno un terzo del petrolio e del gas, hanno relazioni con Finmeccanica e con altre ditte che stanno lavorando in Libia.Avremo delle sorprese.

*Liberazione

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Rivolta nel sangue in Libia: centinaia i morti


Rivolta nel sangue in Libia: centinaia i morti. Gheddafi non molla la poltrona

Con il blocco di Internet e Facebook inaccessibile, l’onda delle rivolte in Libia rischia di estendersi da Bengasi, capoluogo della Cirenaica tradizionalmente avversa a Muammar Gheddafi, al resto del Paese con una repressione sanguinosa che ha già fatto un centinaio di morti. I primi dati diffusi da Human Right Watch per tre giorni di contestazione parlavano di 84 vittime, ma poi sono salite oltre i 100 in tutto, fino a testimoninanze che parlano di 250.

Mentre la tv araba Al Jazeera ha riferito di 15 vittime solo nella giornata di sabato, quando dei cecchini che hanno aperto il fuoco contro un corteo funebre a Bengasi. ”Bengasi è nel caos”, ha raccontato un italiano sul posto, e anche a Derna, 350 chilometri dalla città al centro della rivolta, secondo testimoni la situazione è drammatica.

Un dimostrante a Bengasi ha riferito inoltre alla Bbc che anche alcuni soldati stanno passando ”dalla parte della protesta”, mentre qualcuno riferisce di una citta’ quasi ‘fantasma’ con le forze di sicurezza ritiratesi nella cittadella fortificata, noto come il Centro di Comando, da dove ”sparano i cecchini”.

E, secondo al Jazeera,  alcuni aerei da trasporto militari carichi di armi per la polizia sono atterrati in un aeroporto a sud di Bengasi. Poi sono testimonianze e voci incontrollabili quelle che si rincorrono e si accavallano e cui – insistono tutti i media – è difficile trovare riscontri. Come quelle che riguardano anche il figlio di Gheddafi, Saadi, segnalato anche lui nel capoluogo della Cirenaica, assediato dai manifestanti secondo il quotidiano libico ‘Libya El Yom’ che parla anche di una forza militare speciale di circa 1.500 soldati e capeggiata da Abdallah Al Senoussi – genero e capo della guardia speciale del colonnello Gheddafi – diretta nella città per prelevare Saadi e riportarlo a Tripoli.

Negato l’ingresso alla stampa internazionale (ancora informazioni non verificabili riferiscono di manifestanti al valico di confine tra Libia ed Egitto intenzionati a prenderne il controllo proprio per far passare i giornalisti) è la voce degli esuli che getta luce sulla Libia in fiamme: ”Sarà un massacro, sarà un bagno di sangue se la comunità internazionale non interviene”, dice Mohammed Ali Abdallah, vicesegretario generale del Fronte nazionale per la salvezza della Libia, secondo cui forze speciali di sicurezza si apprestano ad attaccare Bengasi e altre città della Libia orientale per lanciare la repressione piu’ dura: “Potrebbe esserci un bagno di sangue già nelle prossime 48 ore”.

Forze speciali sarebbero inoltre pronte ad agire, pensate e organizzate per una lotta senza confini: l’obiettivo è annientare la protesta e per farlo, spiega un oppositore, si reclutano “unità militari di origine africana, che non hanno legami tribali e sulle quali si può quindi contare per una letale campagna di repressione”. Perché se “un territorio sempre maggiore nell’est del Paese è sotto il controllo dei manifestanti – spiega la stessa fonte alla Cnn – è per via della struttura tribale che caratterizza la Libia: agenti di polizia e delle forze di sicurezza si rifiutano di sparare contro i manifestanti che appartengono alle loro stesse tribù”, quindi il governo ricorre a “unità militari di origine africana che non hanno legami tribali”.

*Blitz quotidiano

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VII edizione del Premio Marenostrum dedicato alla cultura migrante in Italia

Viareggio 20 ottobre 2012

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