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Libia. Dalla guerra civile alla guerra del petrolio


Libia. Dalla guerra civile alla guerra del petrolio

Perché è saltato l’equilibrio di potere di Gheddafi? Chi sono “quelli di Bengasi”? Questa è una vera guerra del petrolio, rivelatrice della competizione globale e piena di incognite

Sergio Cararo *

“E’ una rivolta dei giovani. Sono loro che hanno iniziato la rivoluzione… noi ora la stiamo completando”. In questa breve considerazione che il colonnello Tarek Saad Hussein riferisce al settimanale statunitense “Time” a fine febbraio, è possibile comprendere gran parte del processo che è stato impropriamente definito come “rivoluzione libica” (1)

Il col. Hussein è uno degli alti ufficiali del regime di Gheddafi passato quasi subito con i ribelli di Bengasi. Insieme a lui c’è tutto un settore rilevante dell’apparato statale del regime che ha dato vita allo scontro mortale con Gheddafi per sostituirlo con una nuova leadership. E’ vero, hanno mandato prima avanti i giovani. A Bengasi il 15 febbraio erano stati i giovani e i familiari dei prigionieri politici della rivolta del 2006 nella capitale della Cirenaica ad essere scesi in piazza davanti al commissariato dentro cui era stato rinchiuso l’avvocato Ferhi Tarbel, difensore degli arrestati nella rivolta di cinque anni prima. La manifestazione del 15 febbraio era stata repressa duramente – come purtroppo è la norma in Libia e in tutti i paesi del Medio Oriente. Due giorni dopo, una nuova manifestazione, vedeva però i manifestanti, già armati, passare subito all’escalation sul piano militare contro i poliziotti del regime di Gheddafi (2)

Una tempistica rapidissima e bruciante che non ha avuto neanche il tempo di manifestarsi come rivolta popolare di piazza per diventare subito una guerra civile. E’ vero, hanno iniziato i giovani, esattamente come avevano fatto i loro coetanei in Tunisia, Egitto, Algeria o – in tempi e modi diversi – nelle strade di Roma o nelle banlieues francesi. Avevano tutte le ragioni per farlo, anche nella Libia di Gheddafi. Ma dietro i giovani libici, hanno preso subito la situazione in mano – piegandola ai loro interessi – gli uomini del vecchio apparato di regime in rotta con il leader e ansiosi di ridefinire gli equilibri interni sconvolti dalla crisi finanziaria del 2008/2009 e dalle misure “liberiste ma non liberali” introdotte da Gheddafi nel 2003. La brusca e feroce escalation militare nella brevissima rivolta popolare libica, ci ha convinti che quella avviatasi era piuttosto una guerra civile e per alcuni aspetti con tutte le caratteristiche di una “guerra di secessione” come avvenuto negli anni Novanta in Jugoslavia o più recentemente in Sudan. Una guerra civile ed una possibile secessione della Libia alla quale non sono certo estranei gli interessi delle potenze europee e degli USA sul petrolio e il gas libico.

Su questa valutazione abbiamo introdotto una prima chiave di lettura sulla crisi in Libia che ci ha portato molti consensi ma anche numerose critiche in molti ambiti della sinistra, persino di quella più radicale.

Con il brutale e consueto intervento militare, con i bombardamenti sulla Libia da parte di Francia, USA, Gran Bretagna ed altre potenze della NATO, la discussione potrebbe dirsi conclusa attraverso  la realtà dei fatti. I fatti spiegano la realtà meglio di mille opinioni. Eppure riteniamo che questa vicenda della Libia debba e possa prestarsi ad un lavoro di chiarezza, informazione, formazione di un punto di vista critico e rivoluzionario della realtà, che stenta enormemente a farsi strada tra tante soggettività della sinistra e degli stessi attivisti dei movimenti No war.

Perché è saltato l’equilibrio su cui si reggeva il potere di Gheddafi?

Uno splendido articolo del direttore del giornale arabo Al Quds Al Arabi, segnala la preoccupazione per uno scenario che spiani la strada a quello che l’autore definisce il “Chalabi libico”. Abd al Bari Atwan, direttore palestinese di questo autorevolissimo giornale in lingua araba, descrive perfettamente la trappola dentro cui Gheddafi è caduto – volontariamente – per mano dei suoi nuovi amici occidentali, i quali, secondo Atwan, “hanno utilizzato con il colonnello libico lo stesso scenario che avevano utilizzato con il presidente iracheno Saddam Hussein, con alcune necessarie modifiche che sono il risultato delle mutate condizioni e della differente personalità di Gheddafi”. Il colonnello si è disperato perché i suoi nuovi amici occidentali non lo hanno aiutato mentre i ribelli di Bengasi lo stavano accerchiando. Se l’alleanza occidentale era stata costretta a sbarazzarsi di Mubarak, afferma Atwan, perché mai sarebbe dovuta intervenire a salvare Gheddafi? L’illusione del leader libico derivava dalle concessioni fatte a USA e Gran Bretagna nel 2000 e che nel 2003 lo hanno portato fuori dalla lista nera dei “rogues states” e quindi lontano dai bersagli della guerra infinita scatenata dall’amministrazione Bush nel 2001.

“Washington e Londra hanno utilizzato l’esca della “normalizzazione” e della riabilitazione del regime libico, che avrebbe aperto la strada al suo ritorno nella comunità internazionale in cambio della sua rinuncia alle armi di distruzione di massa” – osserva Atwani – “Ciò avvenne nel 2003, cosicché americani e britannici poterono dire che la loro guerra in Iraq aveva cominciato a dare i suoi frutti. Dopo averlo spogliato delle armi di distruzione di massa, lo hanno adescato spingendolo a porre le sue riserve di denaro nelle banche americane e ad aprire nuovamente il territorio libico alle compagnie petrolifere britanniche ed americane, ancora più che in passato”. (3)

L’analisi dell’analista palestinese è spietata ma pertinente: “L’errore più grave che Gheddafi ha commesso è stato quello di fare all’Occidente tutte le concessioni che quest’ultimo gli chiedeva, e di non fare invece alcuna concessione al suo popolo che gli chiedeva libertà, democrazia e una vita dignitosa”.

La storia degli ultimi dieci anni ci racconta di un Gheddafi che ha aperto agli investimenti stranieri in cambio del ritiro delle sanzioni economiche a cui la Libia era sottoposta da anni. Non solo, nel 2033 vara un pacchetto di misure che include la privatizzazione di 360 imprese statali. “La Libia dopo la svolta compiuta da Gheddafi nei primi anni 2000” si è aperta agli investimenti occidentali - scrive un autorevolissimo sito specializzato sul Medio Oriente – Nel paese sono affluiti capitali italiani, inglesi, americani, turchi, cinesi”. Nel 2003 la Libia era diventata una delle nuove frontiere della globalizzazione del continente” – riferiscono gli analisti dell’autorevole sito Medarabnews – “il nuovo Eldorado per molte società europee e americane” (4)

Mentre la produzione petrolifera è rimasta bloccata dalle quote imposte dall’OPEC (ma con significativi aumenti del prezzo del petrolio), tra il 2003 e il 2007 la produzione di gas naturale libico è praticamente triplicata. Non solo, la qualità e i costi di recupero del greggio relativamente bassi del petrolio libico, “rendono la Libia un importante attore del settore energetico globale” (5).

La Libia si è trovata così a disporre di una enorme liquidità finanziaria da investire – tramite il boom dei fondi sovrani sviluppatisi nei paesi petroliferi – in banche e attività nei maggiori paesi capitalisti. Da qui l’entrata in Unicredit, Finmeccanica, Eni o la permanenza nel capitale della Fiat.

Per il regime di Gheddafi sono dieci anni d’oro dopo anni di embargo e ostracismo. Incontri con Condoleeza Rice e l’amministrazione USA. Incontri favolosi con Berlusconi (ma anche con Prodi). Non solo. Vengono siglati dei Trattati bilaterali con i paesi europei che sono posti a guardia delle due maggiori vulnerabilità dell’Unione Europea: garanzie dell’approvvigionamento energetico e blocco delle ondate migratorie. Gheddafi diventa così il garante di entrambe.

Qualche giorno prima degli incidenti di Bengasi a febbraio, lo stesso Fondo Monetario Internazionale il 9 febbraio rilasciava una valutazione del nuovo corso libico quasi entusiasta: “Un ambizioso programma per privatizzare banche e sviluppare il settore finanziario è in sviluppo. Le banche sono state parzialmente privatizzate, liberati i tassi di interesse e incoraggiata la concorrenza” (6)

A sconquassare la “Belle Epoque” libica, così come del resto del mondo legato al ciclo economico del capitalismo euro-statunitense, è arrivata la crisi finanziaria e globale del 2008/2009. Secondo alcuni osservatori attenti a valutare le conseguenze della crisi libica sull’Occidente, il punto di rottura è stato proprio questo: “La crisi finanziaria tra il 2008 e il 2009, ha ridotto del 40% i ricavi dei pozzi di petrolio, intaccando il rapporto tra il capo e le tribù, che con la ribellione stanno rompendo il patto economico e d’onore” (7).

E’la crisi globale, dunque, la stessa crisi sistemica che sta squassando i capitalismi negli USA e in Europa a mettere in crisi l’equilibrio raggiunto tra Gheddafi e le varie componenti (economiche e tribali) su cui si è retto per 41 anni il regime libico. Ma non c’è solo questo.

La svolta panafricana di Gheddafi nel 1997, che porta alla rottura definitiva con l’ipotesi panaraba perseguita fino ad allora, apre le frontiere della Libia ad una enorme immigrazione dall’Africa che destabilizza gli equilibri nella popolazione, nel mercato del lavoro e nella distribuzione delle rendite petrolifere. Su una popolazione libica di 6,5 milioni di abitanti, si tratta di  “circa un milione e mezzo (forse due milioni, nessuno conosce la cifra esatta) di lavoratori provenienti da paesi come il Mali, il Niger, la Nigeria, Il Sudan, l’Etiopia, la Somalia etc. forniscono manodopera a bassissimo costo per l’industria petrolifera, il settore edile, quello dei servizi, l’agricoltura” ma l’apertura delle frontiere libiche all’Africa sub-sahariana “suscita gravi tensioni nel paese a causa dell’enorme afflusso di immigrati” (8)

L’effetto di questa immigrazione nelle relazioni sociali in Libia, è anche la causa della vera e  propria esplosione di episodi razzismo contro gli africani (additati come “mercenari di Gheddafi”) da parte dei ribelli di Bengasi, segnalati anche da Amnesty International e Human Rights Watch e da tutti i corrispondenti e inviati nelle zone controllate dai ribelli.

“La rivolta libica ha innescato la più vasta esplosione di violenza razziale registrata in un paese nordafricano….Lo stesso regime del Colonnello è corresponsabile di un’ondata di razzismo così feroce. I nemici del colonnello stanno istigando sciovinismo e xenofobia contro i neri africani. Permettere che un simile, palese fanatismo razzista si diffonde all’interno delle aree “liberate” è rischioso” scrive un autorevole giornale arabo decisamente ostile a Gheddafi (9).

Chi sono “quelli di Bengasi”?

La domanda che in molti si pongono e alla quale pochi sanno o vogliono dare risposte è: chi sono i ribelli contro Gheddafi? Qualcuno la risolve con troppa semplicità definendoli come “il popolo libico” e dunque i nostri alleati morali e politici. Altri brancolano totalmente nel buio. Altri ancora li guardano con sospetto solo dopo averli visti inneggiare ai bombardamenti della NATO sulla Libia così come fecero i kosovari dell’UCK in Jugoslavia nel 1999. Conoscere serve per capire, e capire serve a definire la propria azione politica.

Secondo alcuni analisti dei think thank vicini alla NATO e ai suoi circoli in Italia, l’interrogativo è se la rivolta contro Gheddafi e nelle rivolte avvenute nei paesi del Maghreb “evolverà verso un nuovo sistema politico più stabile, in grado di soddisfare le esigenze delle nuove classi che hanno iniziato questo processo, oppure se, in mancanza di ciò, gli stati arabi continueranno a indebolirsi fino a fallire” (10).

La rottura del patto con Gheddafi, farebbe emergere in Libia “l’esistenza di una elite di funzionari civili e filo-occidentali che in queste ore sta prendendo le distanze dalla carneficina scatenata da “cane matto” sostiene l’Istituto Affari Internazionali (11).

Altri analisti preferiscono alimentare lo schema secondo cui la rivolta libica è stata in tutto simile a quelle della Tunisia e dell’Egitto, con un ruolo preponderante dei giovani e soprattutto di giovani interni alla modernità ed estranei alle eredità tribali della struttura sociale libica. “Il movimento ribelle ha dimostrato una maturità democratica insospettata e una stupefacente capacità di auto-organizzarsi e di coordinare le diverse città e le diverse componenti della rivolta. Anche in questo caso i giovani hanno giocato un ruolo di primo piano nella gestione delle proteste e della lotta contro il regime”. E a proposito di giovani gli estensori di questa analisi precisano: “I giovani libici si affacciano sul Mediterraneo e guardano all’Europa. Essi hanno formato la loro coscienza anche grazie a strumenti come internet e i social network che hanno favorito il fluire delle idee e l’abbattimento delle barriere solitamente presenti in un regime dittatoriale” (12).

Questa analisi della composizione dei “ribelli di Bengasi” opta decisamente per una visione generazionale, moderna e conseguentemente democratica della rivolta libica, offrendo un modello perfettamente coincidente con quanto le società civili europee potrebbero e vorrebbero desiderare per sentirsi in una sorta di comunità di destino con i ribelli libici.

Altri osservatori insistono invece molto sulla dimensione tribale dei rivoltosi contro Gheddafi. In alcuni casi la strumentalità di questa analisi è evidente cercando di alimentare il punto di vista sionista e neoconservatore statunitense. Secondo costoro i ribelli di Bengasi o già sono o possono diventare manovalanza per l’estremismo islamico. Le notizie sull’emirato islamico fondato a Derna dai ribelli anti-Gheddafi hanno circolato abbondantemente ma non hanno trovato finora conferme significative. Certo, la Cirenaica è la regione libica dove l’influenza dei gruppi islamisti – nonostante la repressione – è rimasta più forte. L’ultima rivolta – quella di Bengasi nel 2006 contro le provocazioni del ministro italiano Calderoli – era apertamente ispirata e sostenuta dai gruppi islamisti e fu repressa da Gheddafi con il consenso e il plauso di tutti i governi europei, arabi “moderati” e dagli Stati Uniti.

In altri casi, la chiave di lettura dello scontro tribale non indugia nell’alimentare il fantasma di Al Qaida, ma segnala come la struttura tribale della Libia abbia da un lato impedito la costruzione di uno Stato propriamente detto e dall’altra ne minaccia la precipitazione tra “gli Stati falliti” evocando lo spettro della Somalia. Secondo un esperto statunitense di un centro studi sul Medio Oriente ed ex agente della CIA nella regione, le tribù contano molto, anzi “sono decisive” nella guerra civile in atto in Libia. “Dopo essere state per quarant’anni obbligate a ubbidire ai desideri del colonnello e della sua tribù, che è molto piccola, ora vedono la possibilità di rovesciare l’equilibrio delle forze, prendendosi molte rivincite” (13).

Certo la struttura tribale in Libia non è affatto un dettaglio. Alcuni ne contano 140 alle quali apparterrebbero l’85% dei libici, di cui due/tre più importanti di altre. Gheddafi negli anni ’90, aveva rinnovato la propria alleanza con i leader tribali, le tribù diventarono di fatto i garanti dei valori sociali, culturali e religiosi del paese. In particolare strinse un’alleanza con la tribù Warfalla, la principale tribù della Tripolitania (circa un milione di persone). I posti chiave dei servizi di sicurezza vennero dati ai membri delle tribù Qadhafha e Maqariha, la prima è la tribù dello stesso Gheddafi, alla seconda appartiene l’ex delfino Jalloud defenestrato più di vent’anni fa. Entrambe erano il nucleo centrale della Rivoluzione del 1969.

Se è vero che con la crisi finanziaria del 2008/2009 c’è stata una severa riduzione della torta da spartire nel patto tra le tribù, l’ipotesi che questo abbia coinciso con lo scontro interno al gruppo dirigente libico e determinato la guerra civile, appare estremamente plausibile. Sicuramente il fattore tribale non è affatto rimovibile da una seria analisi della composizione dei “ribelli di Bengasi” e in qualche modo offusca l’idea di una rivolta fatta solo di giovani con l’Ipod e il computer che aspirano alla democrazia e  che “guardano all’Europa”.

Ma sulla composizione dei ribelli di Bengasi e del Consiglio Provvisorio di Transizione , una struttura che è stato riconosciuta ufficialmente dalla Francia e che alcuni pacifisti guerrafondai o bellicisti umanitari vorrebbero far riconoscere anche dal governo italiano, ci sono ancora alcune cose da dire e non certo per importanza.

Non può non colpire il fatto – non l’opinione – che tra i membri più influenti del Consiglio Provvisorio di Bengasi ci siano tanti esponenti del vecchio apparto del regime di Gheddafi.

Il presidente è l’ex ministro della giustizia libico Mustafà Abdel Jalil, bengasino come lo è l’ex ministro degli interni, il generale Abdul Fattah Younes passato con i ribelli alla fine di febbraio. Praticamente due che hanno condiviso con il regime la repressione e la “giustizia”…fino a febbraio.

L’ex generale ed ex ministro Abdul Fattah Younes “è stato già individuato dagli osservatori internazionali come possibile attore del futuro della Libia; il ministro degli esteri britannico William Hague ha già parlato a lungo al telefono con lui” (14)

Ma tra i ribelli ci sono anche l’ ex ambasciatore presso la Lega Araba Abdel Monehim Al Honi, l’ambasciatore presso l’ONU Abdullarhin Shalgam (tra l’altro ex ambasciatore in Italia per moltissimi anni), gli ambasciatori in Inghilterra, Francia (guarda un po’), Spagna, Germania, Grecia, Malta e l’attuale ambasciatore libico in Italia. A Bengasi ci sono poi i militari come il colonnello Hussein citato all’inizio del nostro articolo e tanti altri ex alti ufficiali delle forze armate libiche. Alcuni fonti confermano che Gheddafi nel tempo aveva trascurato le forze armate regolari a vantaggio delle forze di sicurezza personali inducendo malumori, gelosie ma soprattutto riduzioni di prebende tra le gerarchie militari. Su questo hanno indubbiamente lavorato nei mesi precedenti la “rivolta” i servizi segreti britannici, statunitensi, francesi ma anche quelli italiani. “Intuiamo dietro i ribelli un agitarsi dei servizi segreti occidentali, specie anglosassoni, ma non abbiamo un’idea del loro reale livello di coinvolgimento” scrive un importante esperto di Medio Oriente (15).

Ma in questi giorni stanno ormai emergendo con maggiore precisione queste “presenze sul campo”dei corpi speciali delle truppe britanniche al fianco dei ribelli di Bengasi già nei primissimi giorni della “rivolta” contro Gheddafi: “centinaia di militari delle Sas, uno dei corpi più elitari del pianeta, sarebbero infatti in azione al fianco dei ribelli da un mese, con il compito di distruggere i sistemi di lancio dei missili terra-aria del colonnello” scrive il corrispondente da Londra de La Stampa (16)

Perché “quelli di Bengasi” non possono essere i nostri interlocutori o alleati

E’ ormai evidente come nel Consiglio Provvisorio di Bengasi sia preponderante una parte dell’ex apparato di potere del regime libico e che, come afferma sardonicamente il colonnello Hussein alla giornalista del Time…”hanno completato la rivoluzione iniziata dai giovani”. I giovani o quelli ispirati a oneste istanze di democratizzazione e autodeterminazione del popolo libico, sono stati immediatamente emarginati e ridotti al silenzio, esattamente come le voci o i cartelloni a Bengasi che si dicevano contrari all’intervento straniero in Libia per regolare i conti con Gheddafi.

Al contrario, il settore ormai prevalente nel Consiglio Provvisorio non vuole una rivoluzione, vuole solo sostituire il potere di Gheddafi con il proprio ed ha trovato nelle potenze europee e negli Stati Uniti, ma anche in certi correnti di consenso “democratico” in occidente, la leva giusta per scalzare dal potere Gheddafi, sostituirlo e dare vita ad una nuova spartizione della ricchezza derivante dal gas e dal petrolio della Libia.

Per fare questo hanno approfittato della congiuntura favorevole derivata dalle rivolte popolari in Tunisia ed Egitto (queste sì possiamo ritenerle tali), hanno mandato avanti i giovani, hanno tentato un colpo di stato e di fronte al suo fallimento hanno scatenato una guerra civile, forti del fatto che quest’ultima aveva maggiore possibilità di “internazionalizzare” la crisi interna libica e favorire l’intervento di agenti esterni. Le bombe della Francia e della Gran Bretagna, i missili statunitensi che stanno piovendo sulla Libia confermano che questo è lo scenario possibile.

Se tolgono di mezzo Gheddafi il cerchio si chiude e lo “scenario A” può realizzarsi.

Se Gheddafi resiste è pronto lo “scenario B”, quello secessionista, che porterebbe la Cirenaica (dove ci sono la maggioranza dei pozzi petroliferi e del gas) nelle mani della camarilla che controlla il Consiglio Provvisorio di Bengasi e gli consentirebbe di trattare direttamente le multinazionali petrolifere di una Francia affamata di petrolio e gas a fronte della crisi del nucleare, di quelle di una Gran Bretagna danneggiate dall’incidente nel Golfo del Messico (la BP), di quelle statunitensi alla ricerca di un petrolio meno caro da estrarre come quello libico rispetto ad altri giacimenti petroliferi costosi come sono le piattaforme in mezzo al mare.

Il terzo scenario – la cosiddetta “Somalizzazione” – per ora viene esorcizzato da tutte le componenti, ma non possiamo negare che le vecchie potenze coloniali cominciano ormai ad agire come apprendisti stregoni seminando in giro più sangue e destabilizzazione che stabilità (vedi Afghanistan, Iraq, Corno d’Africa, Medio Oriente).

No all’intervento militare contro la Libia… ma né Gheddafi né Bengasi!!

Vogliamo dirlo chiaro e tondo. Non abbiamo motivo di particolare simpatia per Gheddafi. Ha avuto un suo passato anticolonialista, ha subìto i bombardamenti USA nel 1981 e nel 1986 e gli attacchi militari francesi per le sue iniziative antiegemoniche e anticolonialiste contro gli Stati Uniti e la Francia, ma ha fatto anche volontariamente tutte le scelte che lo hanno riportato nella trappola dell’occidente. Ha firmato trattati bilaterali vergognosi con l’Italia e l’Unione Europea ed ha riportato gli interessi del proprio popolo e dell’economia della Libia dentro gli interessi strategici dei vari competitori imperialisti. Sulla sua sorte possiamo solo augurargli di non finire come Ben Alì e Mubarak fuggiti all’estero e di resistere o morire con dignità nel proprio paese.

Ma vogliamo dire anche chiaro e tondo che nessuno venga a proporre di sostenere o riconoscere “quelli di Bengasi”. Per moltissimi aspetti sono peggiori di Gheddafi.  Non sono affatto “il popolo libico in rivolta”, sono solo un gruppo di potere in lotta contro il vecchio apparato di potere.

Il popolo libico, messo alle strette dalla realtà è stato costretto a schierarsi una parte con Gheddafi e una parte con quelli di Bengasi. Le sue legittime aspirazioni alla democratizzazione e alla redistribuzione della ricchezza derivante dalle risorse del paese, al momento non trovano spazio nella polarizzazione seguita alla guerra civile né, tantomeno, nelle priorità degli interessi strategici delle potenze occidentali impegnate nell’intervento militare in Libia.

Per questo abbiamo affermato che quella in Libia non era una rivolta popolare, come avvenuto in Tunisia e in Egitto, ma era una guerra civile via via resa sempre più funzionale agli interessi strategici delle multinazionali europee e statunitensi. Interessi che possono coincidere o divaricarsi rapidamente dentro il Grande Gioco della competizione globale sulle risorse energetiche oggi in una fase resa acutissima dalla crisi internazionale.

Quella in Libia è una vera guerra per il petrolio. Rivelatrice e piena di incognite

Emblematico di questa realtà della competizione ormai a tutto campo sul piano energetico, è ad esempio il ruolo giocato dentro la Lega Araba e contro la Libia dalle petromonarchie arabe del Golfo riunite nel Consiglio di Cooperazione del Golfo. Da un lato hanno ottenuto con questa collaborazione all’attacco  militare che nessun membro della “comunità internazionale” mettesse becco sulla repressione contro le rivolte popolari in Yemen e Barhein (dove c’è stato addirittura l’intervento militare diretto dell’Arabia saudita nella repressione). Emblematico anche il ruolo dell’emirato del Qatar – azionista di riferimento della televisione satellitare Al Jazeera – che non solo ha inviato quattro aerei da combattimento a bombardare la Libia, ma che stavolta ha affiancato l’altra emittente satellitare Al Arabija (sotto controllo saudita) nel lavoro di manipolazione informativa e di legittimazione dell’attacco militare in Libia.

Dall’altro le petromonarchie arabe del Golfo hanno svolto il ruolo di garanzia sia alle forniture petrolifere per i paesi europei di fronte al buco apertosi con l’interruzione delle forniture libiche, sia di garanzia affinché le transazioni petrolifere continuassero ad essere pagate in dollari (un enorme assist per l’economia USA alle prese con un debito pubblico stellare), sbarrando così la strada all’ipotesi che qui e là veniva emergendo, di pagamento in euro e yuan cinese nelle transazioni petrolifere da parte di diversi paesi petroliferi come l’Iran, il Venezuela, la Libia, la Russia e … la Libia, una sorta di nuova Opec diversa e separata da quella sotto stretto controllo saudita.

E’ evidente come la stessa crisi del nucleare esplosa insieme alla centrale atomica di Fukushima in Giappone, espone alcune potenze come la Francia a tutta la vulnerabilità di un sistema energetico fondato proprio sul nucleare. La fretta e l’oltranzismo di Sarkozy nello scatenare la guerra sulla Libia non è solo per recuperare l’immagine offuscata dalla vicenda Tunisia o un riequilibrio sul piano militare verso la Germania dominante sul piano economico nella gerarchia dell’Unione Europea (in questo agisce il solito gioco di sponda con la Gran Bretagna), ma è anche il diktat delle multinazionali del petrolio e del gas francesi al loro governo per assicurarsi almeno una parte dei molto vicini giacimenti libici e delle multinazionali del nucleare affinché – a fronte di una impennata dei prezzi petroliferi dovuti alla guerra in Libia – l’opzione nucleare francese continui a rimanere ben presente sul terreno nonostante lo stop all’atomo che sta crescendo dopo la catastrofe nucleare in Giappone.

L’intervento militare delle potenze della NATO nel conflitto, a sostegno di una fazione (quella di Bengasi) contro l’altra fazione (quella di Gheddafi), conferma la validità della tesi della guerra civile e non di una rivolta popolare in Libia. Ma questa per noi non può essere una consolazione. E’ piuttosto la consapevolezza della drammaticità della crisi globale dell’economia capitalista e della brusca ridefinizione dei rapporti di forza internazionali, cioè di quel piano inclinato del capitale che indicammo chiaramente all’inizio di questo decennio e che sembra portare la civiltà del capitalismo verso un baratro dove sta trascinando l’intera umanità.

O da questa crisi di civiltà del capitalismo o sapremo far emergere una nuova opportunità per le forze “rivoluzionarie” in grado di invertire la tendenza oppure, come diceva il vecchio Marx, rischia di concludersi “con la fine di tutte le classi in lotta”.

*direttore di Contropiano, giornale della Rete dei Comunisti

Note:

(1)   Corrispondenza di Abigail Hauseloner sul “Time” del 26 febbraio 2011

(2)   “Così è nata la rivoluzione. Per i soldi non per l’islam”, La Stampa del 2 marzo 2011

(3) Abd Al Bari Atwan. “Attenti al Chalabi libico” su Al Quds Al Arabi del 2 marzo 2011

(4)   L’emirato libico e il letargo dell’Europa. In www.medarabnews.com febbraio 2011

(5)   “Crisi libica e impatto energetico con l’Italia” in Affari Internazionali del 25 febbraio 2011. Affari Internazionali è una pubblicazione web dell’Istituto Affari Internazionali, un think thank italiano strettamente legato agli ambienti NATO e filo-atlantici.

(6) www.imf.org/external/mp/sec/pn/2011

(7)   “E se il rais resta al potere? Tre scenario per l’Occidente”, Corriere della Sera, 4 marzo 2011

(8)   Analisi redazionale di Medarabnews. com del 16 marzo 2011-03-20

(9)   Al Ahram weekly del 16 marzo 2011

10) “Nord Africa, rivoluzione o Gattopardo?”; Stefano Silvestri su Affari Internazionali del 14 /2/2011

11) “Libia è il momento di interferire”, Roberto Aliboni su Affari Internazionali del 24 marzo

12) Analisi redazionale di Medarabnews.com del 25 febbraio 2011

13) Intervista a Frank Anderson, su La Stampa del 9 marzo 2011

14) Il Foglio del 5 marzo 2011

(15)  Giuseppe Cucchi,  coordinatore dell’area di politica e sicurezza internazionale di Nomisma. “Tre scenari per la Libia” Pubblicato in Affari Internazionali del 5 marzo 2011.

(16)”I Sas di Sua Maestà a fianco dei ribelli”, su La Stampa del 21 marzo 2011

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Exit strategy per Gheddafi


Exit strategy per Gheddafi*

Maurizio Matteuzzi

«No massacres, no bombing, no violence» contro i civili. Con queste parole ha cominciato ieri mattina il suo quotidiano briefing per la stampa straniera (che ora sta giungendo a frotte, giornalisti e media Usa in testa, guidati dalla superstar della Cnn Christiane Amanpour), il portavoce del governo Moussa Ibrahim.
Per lui il tentativo di «regime change stile Iraq» è pilotato dalle «potenze imperialiste occidentali», che vogliono «il petrolio», e dagli islamisti, che vogliono fare della Libia «una Somalia mediterranea o un Afghanistan»; l’ «occidente» e «al Qaeda» hanno sequestrato «le legittime e pacifiche proteste» in favore delle riforme per seminare «il caos» in Libia e provocare già «centinaia» di morti, «ma da entrambe le parti». Quanto alla risoluzione punitiva numero 1970 approvata dal Consiglio di sicurezza, per il portavoce è inconcepibile che si sia basata esclusivamente su «media reports», impegnati – speriamo che questo sia ormai chiaro a tutti, anche ai detrattori più incondizionati di Gheddafi – in un’opera di disinformazione paragonabile solo a quella, per fermarci alla più recente, sulle «armi di distruzione di massa» di Saddam (scommettiamo che se il Colonnello non cade subito, ci sarà qualcuno che le trova anche in Libia?).
Vissuta – o almeno vista – da Tripoli l’evolversi della crisi libica dà come un senso di vertigine. Dalla qui ti vogliono dare – e in certa misura si ha – l’impressione che la vita quotidiana sia «normale» (e almeno di giorno lo è); che Gheddafi sia in «controllo» quasi completo non solo di Tripoli ma del paese (solo la Cirenaica è perduta, le altre sono solo «pockets», sacche di resistenza, ha detto il portavoce); che ci «si avvia rapidamente al ritorno «della calma e della pace» (parole di Saif al-Islam, il figlio «riformatore» del Colonnello); che se calma e pace non sono ancora tornate è perché il leader «ha dato ordini tassativi di non sparare sulla folla» (anche se ha chiamato «ratti da sterminare» i rivoltosi); che comunque si cerca una via d’uscita negoziata e che lui – Saif – ha già avviato un dialogo con i ribelli; che se però cercano «la guerra civile» l’avranno; che la protesta e la rivolta sono opera di pochi «giovani drogati» e manovrate, oltre che dall’occidente, da «al Qaeda» e da quei fondamentalisti islamici che il Colonnello ha sempre trattato con le spicce meritandosi elogi e riconoscimenti dagli stessi leader democratici che ora lo condannano e vogliono mandarlo davanti alla Corte penale internazionale (che ci vada ma dopo gentlemen quali i Bush e i Blair, i Cheney e i Rumsfeld).
Da fuori, il mondo esterno, lo scenario per noi che siamo qui embedded e che leggiamo le notizie libiche sulle agenzie internazionali e i giornali italiani, è pazzescamente opposto. Gheddafi ha le ore contate; sulle città della Libia – eccetto Tripoli e la sua natia Sirte – sventola la bandiera inalberata dai rivoltosi, quella nera-rossa-verde che era della monarchia senussita rovesciata nel ’69 da Gheddafi (senza che susciti alcun interrogativo il fatto che re Idriss era un burattino degli inglesi); i morti per mano dei militari, delle milizie e dei «mercenari africani» non si contano e aumentano o diminuiscono a seconda dei giorni: 300, mille, diecimila, duemila…; anche Tripoli è ormai perduta e Gheddafi controlla ormai solo l’area della città intorno alla sua residenza nel compound militare di Bab al-Azizia; un generale passato con i ribelli, Ahmed
Gatrani, secondo quanto scrive il Washington Post, ha messo in piedi un esercito a Bengasi ed è già alle porte di Tripoli (lontana più di mille km dalla capitale della Cirenaica) su cui ha sferrato un primo attacco venerdì scorso, per il momento respinto dai governativi (e di cui i giornalisti qui presenti non hanno avuto il minimo sentore e visto il minimo segno).
Schizofrenia allo stato puro. Possibile? Possibile in una situazione schizofrenica com’è quella che si vive stando qui a Tripoli. L’impressione comunque è che Gheddafi abbia perso la partita e che il cerchio intorno a lui si sia già chiuso a livello politico-diplomatico-mediatico mondiale e si stia chiudendo anche in Libia.
Questione di tempi e di modi.
Se davvero vorranno spingersi a quella «guerra civile» minacciata dal Colonnello e anche dal suo figlio «dialogante», forse ci vorrà più tempo e di certo più morti. Se si andrà a una specie di exit strategy in qualche misura negoziata la soluzione potrebbe essere più rapida e meno sanguinosa.
Il problema in Libia è che, al contrario di Tunisia e Egitto, le forze armate non sono un fattore abbastanza forte (almeno finora) per porsi come ago della bilancia.
Un altro problema è che, ancora al contrario di Tunisia e Egitto, qui mancano anche altri fattori potenzialmente decisivi per la risoluzione della partita, come ad esempio un sindacato e dei partiti, e invece, come in Yemen e in Iraq, è presente una storica struttura clanica-tribale con cui fare i conti.
Anche la rivolta, finora, non dava segni di potersi costituire in istanza politica al di là dell’obiettivo immediato della cacciata di Gheddafi e se non si vuol dare credito a quello che il Colonnello grida fin dall’inizio:
che i ribelli in realtà sono mossi dalla lunga mano «di al Qaeda» o quantomeno, qui in Libia, dagli ulema fondamentalisti e dai loro fedeli che all’uscita delle moschee gridano contro «Gheddafi nemico di Dio».
Domenica l’ex-ministro della giustizia Mustafa Abdeljalil, passato dalla parte «del popolo», ha presentato a Bengasi un «Consiglio nazionale» composto da civili rappresentanti della città «liberate» e da militari che hanno defezionato. L’obiettivo dichiarato è di andare a «libere elezioni» entro tre mesi (periodo troppo corto per essere davvero libere e rappresentative). Il portavoce del Consiglio nazionale si è affrettato a smentire che si tratti di un «governo provvisorio», «ad interim» o «di
transizione», forse per stoppare sul nascere le ambizioni di Abdeljalil.
Che però annuncia di aver già intavolato trattative con «gli anziani delle tribù» e dichiara al giornale Quryna – il quotidiano semindipendente di Saif al-Islam: un altro paradosso o un segnale? – che «non ci sarà nessuna resa dei conti» indiscriminata.
Anche Saif al-Islam dice di aver già avviato negoziati con il clan e le tribù, molti dei quali si sono uniti alla rivolta contro il Colonnello. E di avere offerto «all’opposizione» il dialogo, offerta respinta però dal Consiglio nazionale. La situazione libica è, come dice un diplomatico dell’ambasciata italiana, «magmatica». Molto magmatica. Il momento decisivo s’avvicina. E anche se il risultato della partita sembra deciso, prima della fine può ancora succedere di tutto. Nei prossimi giorni o nelle prossime ore.

*Contropiano

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Libia. Del Boca: “Fosse comuni? Ho molti dubbi”


Libia. Del Boca: «Fosse comuni? Ho molti dubbi»

intervista di Emanuela Citterio *

Le perplessità dello storico del colonialismo italiano

«Su quelle tombe ho molti dubbi». Angelo Del Boca, massimo storico del colonialismo italiano ed esperto di Libia, è scettico sulle immagini pubblicate da molti quotidiani di tombe con la didascalia “fosse comuni a Tripoli”, tratte dal video pubblicato su One day on earth. «Innanzitutto è evidente anche dalle immagini che non si tratta di fosse comuni. Il luogo poi non è la spiaggia ma il cimitero di Tripoli perché si vedono un minareto e varie case che sono le ultime abitazioni della città, proprio dove comincia il cimitero».

Secondo del Boca sono gonfiate anche le cifre sulle vittime: «Non si può parlare di 10mila morti e 50mila feriti. Ma scherziamo? 50mila feriti non ci stanno in tutti gli ospedali del Medioriente. Sono cifre false e tendenziose».

Ma chi ha interesse a gonfiare le cifre? «La persona che le ha riferite, cioè questo Sayed al Shanuka, componente libico della Corte penale internazionale, mi sembra una persona per bene» risponde Del Boca a Vita.it. «Ma al Shanuka non sta in Libia, se ne sta tranquillamente negli Stati Uniti». Secondo alcuni esperti, ci sarebbero alcuni libici della diaspora dietro le cifre gonfiate, anche se resta il fatto che sono state massacrate a sangue freddo centinaia di persone in questi giorni.«Ci sono tre gruppi forti di emigrati dalla Libia, a Ginevra a Londra e negli Stati Uniti, sono i tre gruppi più importanti» afferma Del Boca. «Il problema però non sono i libici della diaspora ma i tanti giornali che prendono queste cifre per buone, sparandole una dopo l’altra senza nessun riscontro».

Del Boca riceve telefonate quotidiane dalla Libia, dove è stato molte volte, anche per intervistare Gheddafi. «Stamattina un caro amico da Tripoli me l’ha confermato: i morti sono tanti, probabilmente un migliaio. Non i 10mila che i giornali hanno scritto. Ciò non toglie che sia in corso un massacro». E i mercenari? Lo stesso Gheddafi ha parlato di 30mila soldati. «Saranno due-tremila».

Lo storico italiano racconta a Vita.it una notizia che ha ricevuto per telefono oggi da un testimone oculare: «Questa mattina a Zavia, che è una città di circa centomila abitanti a una quarantina di chilometri da Tripoli c’era una piccola folla di persone, tutti civili, riunita a discutere sul da farsi. Il mio contatto lì mi ha raccontato che all’improvviso sono arrivati una trentina di camionette di libici favorevoli a Gheddafi, molto probabilmente mercenari, e si sono messi a sparare senza dire una parola sulla popolazione facendo 60 morti. Nel giro di poco tempo la popolazione è riuscita a riorganizzarsi e a cacciare i mercenari e anche a fare alcuni prigionieri. Questo è quello che è accaduto stamattina a Zavia, circa alle ore 9.30-10».

Del Boca non crede alle tesi complottiste secondo le quali ci sarebbe la Cia dietro la rivolta in Libia. «So che un ruolo importante l’ha avuto la borghesia libica, che è stata bistrattata da Gheddafi». Il dittatore libico, prevede lo storico, ha i giorni contatti: «Fra tre-quattro giorni non ci sarà più». Secondo le informazioni a disposizione dello storico le “tribù della montagna”, ovvero quelle di Rogeban, Zintan, Warfalla e Tahruna, stanziate nella catena montuosa 150 chilometri a sud di Tripoli si starebbero preparando per l’attacco finale all’ultima roccaforte di Gheddafi nella caserma di Bab al Aziziya, in un sobborgo meridionale della capitale libica.

tratto da http://www.vita.it/news/view/110183 del 24 febbraio 2011

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Libia, è l’avanzata delle tribù a minacciare il rais


Libia, è l’avanzata delle tribù a minacciare il rais.

Umberto De Giovannangeli

Non è la «cyber-rivoluzione» dei ragazzi di Piazza Tahrir. Non è la rivolta centrata sull’esercito – modello Tunisia ed Egitto – contro i raìs da sempre al potere. In Libia è una storia diversa. La fine per Gheddafi si chiama tribù: Warfala, Zintan, Rojahan, Orfella, Riaina, al Farjane, al Zuwayya, Tuareg. Le stesse che nel 1911 affrontarono gli italiani durante la guerra di Libia. Sono loro il passato che non passa: le grandi tribù che hanno rotto quel «patto» che ha rappresentato uno dei pilastri fondamentali del quarantennale potere di Muammar Gheddafi. Sono le tribù, oltre 140 alle quale appartengono l’85 per cento dei libici, a essersi sollevate in Libia, non i giovani intellettuali né le masse operaie, che nel Paese sono perlopiù composte da lavoratori stranieri. Sono loro che potrebbero assestare il colpo definitivo al regime del Colonnello. E con le grandi tribù la comunità internazionale dovrà fare i conti nella Libia del dopo-raìs. Per evitare la polverizzazione dello Stato. Per scongiurare una nuova Somalia.

Le alleanze si sono ridefinite. Nuovi patti sono stati siglati. Questo ha segnato la fine del raìs. Ciascuna delle principali tribù è rappresentata nell’establishment militare e nei comitati popolari e rivoluzionari costituiti da Gheddafi dopo la presa di potere nel 1969. Alcuni clan sono da decenni in lotta tra di loro per il potere, ma il conflitto fino a pochi giorni fa era rimasto latente, anche grazie all’attività di mediazione dello stesso leader e ai proventi di petrolio e gas. Una mediazione che è saltata. Definitivamente.

I Tuareg, che in Libia sono mezzo milione, hanno accettato la «chiamata alle armi» della tribù Warfala, che conta oltre un milione di abitanti nel Paese. Inoltre uno dei leader Warfala ha dichiarato che Gheddafi «non è più un fratello» e deve lasciare la Libia. I leader della tribù Warfala sono tra i principali oppositori del governo, al punto che, secondo alcune fonti, nel 1993 organizzarono con alcuni generali dell’Aviazione un tentativo di colpo di Stato contro il Colonnello poi fallito. E il capo della tribù al Zuwayya del deserto orientale avrebbe minacciato di interrompere le esportazioni di greggio se le autorità non porranno fine alla repressione. Domenica scorsa anche la tribù degli Orfella, che conta novantamila persone, ha deciso di sostenere la rivolta. Nei giorni scorsi, i leader delle tribù Warfalla e Zuwayya, concentrate nella zona orientale del Paese, hanno ritirato il loro appoggio a Gheddafi. Gli Zuwayya hanno persino minacciato di ostacolare le esportazioni di greggio. E le numerose altre tribù della Cirenaica (Zuwayah, Awaqir, Abid, Barasa, Majabrah, Awajilah, Minifah, Abaydat, Fawakhir ed altre ancora) sembrano aver seguito questa scelta.

Tutta la popolazione della Cirenaica, d’altronde, ha sempre considerato il golpe del 1969 contro re Idris e la monarchia Senussi alla stregua di un’egemonia dei libici «occidentali» sulle sorti del Paese. Diversa la situazione nella Tripolitania. Qui l’adesione della tribù Zintan, originaria della città omonima situata a sud di Tripoli, alla protesta contro Gheddafi, ha sì portato il dissenso nella zona occidentale del Paese, ma ha confermato – per rivalità tribali – quelle di Rayaina, Siaan, Hawamed e Nawayel nel campo opposto. Prima leali e ora «neutrali» risultano i clan berberi della zona di Misurata. Anche nel vasto Fezzan, la parte meridionale del Paese, esiste un’intricata composizione tribale. Accanto ai Mahamid arabi, troviamo le tribù non arabe dei Tabu, che popolano le zone di Qatrun e Sabha e l’oasi di Kufrah. Contro Gheddafi si sono schierate anche la maggior parte delle tribù del sud della Libia e il clan degli al-Furjan, i cui appartenenti vivono in prevalenza nella città di Sirte.

«Nel breve termine le prospettive per la Libia sono molto cupe – rileva Robert Danin, arabista del Council on Foreign Relations di New York – perché non è chiaro se riuscirà a sopravvivere come nazione unita oppure se a prendere il sopravvento sarà l’identità di un Paese decentralizzato, nel quale l’identità collettiva è molto debole mentre a prevalere sono le fedeltà a tribù e clan con le radici nei secoli passati». «La tribù Magariha da una parte è grata a Gheddafi che ha ottenuto dalla Gran Bretagna la liberazione di Baset al-Megrahi» già imprigionato per il coinvolgimento nell’attentato di Lockerbie «ma dall’altra non ha dimenticato la defenestrazione di Jallud ( l’ex primo ministro che il Colonnello ebbe al fianco per quasi dieci anni prima di defenestrarlo, accusandolo di complottare contro di lui, ndr) « ancora vissuta come una grave offesa. Poiché i Magariha sono stimati in quasi un milione di anime, sono bene armati ed economicamente forti risulteranno decisivi nel rovesciamento del raìs e nella definizione dei nuovi equilibri di potere nella Libia del futuro», riflette l’accademico egiziano Faraj Abdulaziz Najam, specializzato in storia libica.

«La tribù (qabila) è l’unica istituzione che da secoli ha plasmato, difeso e regolato la società delle popolazioni arabe (e in minima parte berbere) che hanno abitato le regioni chiamate all’inizio del Ventesimo secolo dai colonizzatori italiani Tripolitania, Cirenaica e Fezzan», rimarca su Limes Aldo Nicosia. «L’affermazione del sistema politico tribale – prosegue Nicosia – fortemente voluto e sostenuto da regime di Gheddafi proprio per impedire la nascita di una società civile, basata su istituzioni pluralistiche e democratiche (cui contrappone la banale demagogia dello slogan del “potere alla masse”), comincia a provocare il ripiegamento del libico verso la tribù di appartenenza, e parallelamente fa sprofondare il Paese nella corruzione, a tutti i livelli». Un’appartenenza tribale destinata a segnare il presente e il futuro della Libia. Con o senza il raìs».

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Libia, una questione tribale


Libia, una questione tribale

di Luca Galassi *

Fino a pochi giorni prima del 17 febbraio, in Libia e all’estero nessuno pensava potesse estendersi la manifestazione di protesta, ampiamente prevista e monitorata attraverso una neonata unità di crisi libica costituita dal Ministro degli Esteri, degli Interni e dell’Economia, dalla zona della Cirenaica. Nessun analista, sulla base di dati economici e sociali che differenziavano il paese maghrebino da Tunisia ed Egitto, avrebbe creduto ad un epilogo del genere. Il ‘fattore Facebook’ e l’emulazione in tutto questo sono stati relativamente marginali, come il ruolo giocato dalle opposizioni all’estero. Il colonnello Gheddafi poteva evitare tutto questo se solo avesse dato preventivamente spazio alla corrente riformista presente all’interno della Jamahiriya.
E’ almeno dal 2005 che Seif al-Islam Gheddafi, il volto più spendibile a livello internazionale ed interno, tra i tanti (otto) figli del Colonnello insieme a quello di Aisha Gheddafi, stava cercando di trovare una nuova strada per svecchiare la ‘rivoluzione verde’, ormai impantanata in logiche di potere e cristallizzata intorno ad una casta di tecnocrati cresciuti all’ombra dei pozzi petroliferi. La Fondazione Gheddafi, presieduta da Seif, si era specializzata sulla questione dei diritti umani, pubblicando un libro bianco sulle condizioni delle carceri e delle libertà nel paese per due anni, l’ultimo nel novembre 2010. L’altro fattore di rinnovamento era la stampa, gestita dalla compagnia privata al Ghad, con sede a Londra e che possiede i quotidiani Qea, Quryna e l’agenzia Libya Press, chiusa a fine 2010. La rivoluzione antimperialista, anticolonialista, panarabista e panafricana che ha liberato la Libia dalla sudditanza del colonialismo militare ed economico occidentale, quella rivoluzione che ha infiammato i cuori, non nascondiamolo, anche delle sinistre italiane, si è trasformata nel corso degli anni in un vuoto simulacro retorico, quello della democrazia diretta, che rappresentava solo un’eco lontana dell’ideologia dello Stato delle masse e della sua terza via tra comunismo e capitalismo. Nel 2004 il Paese si risveglia dall’embargo, vengono riaperti i mercati, si riattivano i canali internazionali, calano le multinazionali. Rimane sempre il concetto di non sudditanza economica: chi vuole aprire aziende, deve avere un partner libico: così fa anche Unicredit Libia, che avrebbe dovuto aprire i battenti nel luglio 2011. I suoi uffici si affacciano proprio su quella Piazza Verde, simbolo della passata rivoluzione e oggi teatro di efferati scontri.

Il commercio al minuto è vietato agli stranieri. Il paese, nonostante una disparità nella redistribuzione delle rendite petrolifere sia territoriale che tribale, ha comunque reinvestito miliardi di dollari in infrastrutture e in un sistema di stato sociale che ha fatto sì che comunque, il reddito pro capite fosse sui 14mila dollari, cifra considerevole in un paese africano. Sono le tribù ad essersi sollevate in Libia, non i giovani intellettuali né le masse operaie, che nel Paese sono perlopiù composte da lavoratori stranieri, e l’esercito, vero artefice nella caduta di Mubarak e di Ben Ali, in Libia si è in parte polverizzato, in parte sostiene i ribelli e in parte, come l’aviazione, sta manifestando fedeltà al Colonnello.

Gheddafi ha perso la Cirenaica ma non è ancora fuori dai giochi. La sua tribù al momento controlla Sirte e la capitale è sotto copertura militare. L’ovest per il momento tiene, lo testimonia il fatto che il confine con la Tunisia è sotto controllo, mentre le oasi a sud apparentemente non prendono posizione. Ma, quella che sembra profilarsi all’orizzonte. Mentre la Libia crolla tornano fuori, come nei Balcani dopo Milosevic, i legami di sangue, le appartenenze, la famiglia. E’ alla tribù il richiamo fatto da Gheddafi nel suo discorso, è alla tribù quello fatto dal principe ereditario Idris Al Senussi o dallo sheik Akram Al-Warfalli dell’omonima tribù dei Warfalla. Sono le tribù che si sono dichiarate pro o contro Gheddafi. E non sono bastati i preventivi miliardi di investimento infrastrutturale dichiarati dal Qaid poco tempo prima della tempesta: 150 miliardi di dollari da destinare alla costruzione di 300mila alloggi residenziali e destinati alla costruzione di porti, aeroporti e il rinnovamento di 41 città.

* www.peacereporter.net

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VII edizione del Premio Marenostrum dedicato alla cultura migrante in Italia

Viareggio 20 ottobre 2012

Vi aspettiamo!

Leggete il bando di partecipazione nella sezione Marenostrum

Siti amici

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