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Goma: tra paradiso turistico e inferno dantesco


Goma: tra paradiso turistico e inferno dantesco

Fulvio Beltrami Kampala – Uganda

La cittá di Goma é situata all’est della Repubblica Democratica del Congo, sulla riva settentrionale del Lago Kivu e dista 15 km dal cratere del vulcano  Nyiragongo. Il lago e la cittá si trovano nel ramo occidentale della Rift Valley.

Fu fondata dai belgi durante il colonialismo e assieme alla cittá di Bukavu (capoluogo della provincia del Sud Kivu) fú destinata a divenire luogo di villeggiatura per ufficiali e coloni belgi e importante snodo commerciale rivolto ai vicini paesi Burundi e Ruanda (anch’essi sotto dominio Belga) e verso le colonie inglesi dell’Uganda e del Kenya. Dopo l’indipendenza Goma divenne il capoluogo della Provincia del Nord Kivu che confina con il Ruanda e l’Uganda. Durante il periodo della dittatura di Mobutu, nell’allora Zaire, Goma mantenne le sue caratteristiche di luogo turistico e snodo commerciale rivolto all’Est dell’Africa. Purtroppo con il passare degli anni la cittá vide un progressivo deterioramento delle infrastrutture e il sorgere di costruzioni anarchiche che compromisero la vivibilitá urbana.

A causa del regime di Mobutu, caratterizzato dalla corruzione e il culto della personalitá[1], la cittá di Goma (come del resto tutte le altre principali cittá del paese) vide la totale assenza di manutenzione delle infrastrutture costruite dai belgi e l’involontá politica di creare nuove infrastrutture idone a sostenere l’espansione della cittá. Con passare dei decenni, strade, rete fognaria, ospedali, scuole, edifici pubblici, sistema idrico ed elettrico, si deteriorarono irreversibilmente arrivando alla attuale situazione di completo degrado. Ossessionato da un’invazione dei paesi dell’Est dell’Africa, Mobutu distrusse tutte le reti stradali nell’est del paese. Giá alla fine degli anni ottanta le uniche vie di collegamento della cittá con il resto del mondo erano il Lago Kivu e la strada ruandese oltre la frontiera, dove sorge la cittá gemella di Gisenyi. La rete stradale che collegava il capoluogo alle cittá della provincia collocate a nord (Beni, Bunia, Butenbo), quella che la collegava con il capoluogo del Sud Kivu: Bukavu e con la parte occidentale del paese (Kisangani, Lumumbashi) divennero inpraticabili, condannando la cittá ad un isolamento geografico che ridusse gli scambi commerciali con il resto del paese. Nonostante la creazione di un aereoporto ancora oggi la pesante ereditá mobutista condanna all’isolamento geografico della cittá raggiungibile solo per via aerea, marittima (lago Kivu) o stradale passando dal Ruanda.

Quindici anni di instabilitá

Dal 1994 fino al 2009 Goma ha conosciuto un lungo periodo di instabilitá, iniziata con l’arrivo dei rifugiati ruandesi ostaggi del governo genocidario hutu che si installó nel Nord Kivu e nel Sud Kivu, grazie all’appoggio Francese, delle Nazioni Unite, del Vaticano e di varie ONG internazionali per continuare la sua opera di destabilizzazione nel vicino Ruanda. Goma fú il campo di battaglia preferito durante la prima e la secondo guerra del Congo (1996 – 1997 e 1998 – 2005). Nonostante gli accordi di pace tra il Governo di Kinshasa e l’Uganda, Ruanda e Burundi, i dintorni della cittá restono rifugio di una decina di milizie di svariate provenienze: ruandesi, congolesi, burendesi ed ugandesi che creano un’instabilitá permanente e continue violenze sulla popolazione civile.

Ai giorni nostri i dintorni di Goma e l’intera Provincia del Nord Kivu, seppur non essendo piú teatro di importanti sconvolgimenti bellici, sono costretti ad ospitare le varie formazioni ribelli che continuano a creare instabilitá, una situazione di guerra a bassa intensitá e centinaia di migliaia di sfollati. Di questa situazione é responsabile il Governo di Kinshasa che non ha mai dimostrato la volontá politica e militare di debellare le varie milizie. Gli effetti economici sulla Provincia sono una riduzione nella capacitá agricola (con la conseguente diminuzione dell’autosufficienza alimentare) e la perdita di milioni di dollari all’anno derivante dallo sfruttamento illegale delle miniere attuato dalle varie milizie e discretamente dai paesi vicini del Ruanda e dell’Uganda e dall’impossibilitá di sfruttare in pieno le potenzialitá turistiche.

Lo sfruttamento illegale delle risorse minerarie della regione sono state la base del boom economico del Ruanda e dell’Uganda avvenuto tra il 1998 e il 2008.

Sovrappopolazione e precarietá geografica.

A causa dell’instabilitá permanente nella regione Goma ha conosciuto un esodo rurale di proporzioni bibbliche. Dai 249.962 abitanti registrati nel 2004[2] oggi la cittá ospita quasi 700.000 abitanti. Alcune fonti si azzardano a stimare la popolazione prossima al milione, anche se questa stima non é confermata da nessun dato certo. Le uniche infrastrutture pubbliche disponibili (quelle dell’epoca coloniale) erano state ideate per ospitare 150.000 abitanti[3]. Facile comprendere la situazione attuale. La maggioranza dei quartieri popolari é priva di rete idirica, fognaria, elettrica e stradale. La maggioranza della popolazione vive in un inferno dantesco fatto di baracche e vecchi edifici decrepiti,  fogne a cielo aperto, strade piene di fango o di polvere a secondo delle stagioni, mancanza di acqua potabile ed elettricitá, inquinamento domestico causato dall’uso del carbone e delle lampade a petrolio per cucinare e illuminare le abitazioni.

Il governo centale di Kinshasa e quello regionale sembrano non preoccuparsi di questa situazione inumana. Seppur ridotte in numero, le infrastrutture recentemente create per i quartieri poveri provengono per la maggior parte dai finanziamenti internazionali della cooperazione bilaterale.

In questi giorni il Governo Italiano, attraverso l’ufficio della Cooperazione Italiana a Goma, di cui responsabile é il Dottor Marco Tartarini, sta dotando di acqua potabile vari quartieri popolari attraverso la creazione di una rete idrica in collaborazione con la societá statale REDIGESO che gestise le reti idriche e fognarie nel paese. Durante un mio recente soggiorno a Goma ho avuto la possibilitá di constatare di persona il progetto in fase avanzata di realizzazione assieme ad altri progetti di costruzione di scuole e riabilitazione di infrastrutture sanitarie. L’impegno italiano nel miglioramento delle infrastrutture della cittá é caraterizzato da un’ottimo equilibrio tra costi e qualitá e da una perfetta simbiosi collaborativa con le autoritá locali che argina ogni loro eventuale tentativo di interferenza a scopo di lucro. Queste caratteristiche di realizzazione rendono l’intervento uno tra i rari interventi bilaterali italiani riusciti nella regione nell’ultimo decennio.

Al contrario l’intervento dello Stato Congolese é inevitabilmente sinonimo di disastro e fallimento a causa del culto della corruzione. Il Governatore del Nord Kivu, sicuro del clima di impunitá regnante nel Paese, ha rifiutato l’aiuto della Comunitá Europea per la costruzione di strade asfaltate nella cittá preferendo attingere ai fondi statali di Kinshasa e offrendo i lavori ad un’impresa cinese. Risultato ? Dopo aver sventrato le principali arterie stradali di Goma, che ora versono in uno stato quasi bellico, la ditta cinese ha interrotto i lavori a causa del mancato pagamento delle successive tranche da parte della Provincia. La popolazione, furibonda, accusa il Governatore di aver intascato i fondi ricevuti da Kinshasa. Ovviamene l’autoritá nega e reprime ogni dissenso sociale.

Una recente manifestazione studentesca sul tema dello scandalo é stata violentemente repressa. Decine di studenti sono stati imprigionati al fine di « insegnargli l’educazione » secondo quanto dichiarato dallo stesso Governatore. La sovrappopolazione della cittá é drammatica non solo per la mancanza di infrastrutture adeguate ma anche dalla totale assenza di politiche economiche e sociali da parte del Governo.

Quasi 500.000 abitanti appartenenti alle fasce piú povere della popolazione sono abbandonati a se stessi. La loro vita quotidiana é basata sulla disperata ricerca di lavori casuali nella speranza di raccimolare dai 2 ai 4 dollari al giorno, insufficenti per offrire alle famiglie un’adeguata alimentazione. Sulla cittá pesa un’ipoteca geologica che rischia di cancellare questo insediamento urbano. Le eruzioni vulcaniche del 2002 e 2005 sembrano essere solo il preludio di una maggior attivitá della catena di vulcani presenti nella regione. Nonostante che le attivitá vulcaniche siano constantemente monitorate da esperti nazionali e internazionali nessuno é in grado di predire il Big Bang tellurgico che distruggerá la cittá.

La catastrofe tellurgica é assicurata poiché la catena di vulcani é parte integrante della Rift Valley che ha origine in Kenya ed é geograficamente instabile. Le attivitá sismiche della Rift Valley sono talmente instabili ed intense a livello sotterraneo che vi é il rischio di catastrofi naturali di proporzioni inaudite per diversi paesi della regione, dal Kenya all’est del Congo. Nel 2006 il Governo di Kinshasa propose un progetto per spostare la cittá Goma lontano dalla zona tellurgica. Il progetto non fu mai reso pubblico in quanto non credibile a causa della situazione economica e politica in cui versa il Congo. Nonostante questa spada di Damocle, gli abitanti di Goma continuano a vivere nella cittá che dal 2009 sta conoscendo un boom edilizio di grandi proporzioni. Centinaia di ville faraoniche sono costruite in ogni dove senza un piano urbanistico e studi geologici. I proprietari di queste ville sono ricchi congolesi e ruandesi. Si ha la netta senzazione che questo boom edile sia originato dalla necessitá di reciclare i proventi delle attivitá  illegali dell’estrazione dei minerali.

Una economia irreale.

Oltre al boom edile la maggior attivitá economica é quella proveniente dal settore minerario. Goma é un importante centro regionale per il commercio di minerali estratti dalle lontane miniere situate all’interno del Nord Kivu. Con un industria di dimensioni insignificanti, il commercio di natura speculativa regna sulla cittá. A causa dell’instabilitá dettata dalla presenza di milizie ribelli in ogni dove le potenzialitá turistiche (il lago Kivu, la catena vulcanica, il Parco Nazionale di Virunga dove vivono i gorilla di montagna) non possono essere sfruttate se non al 10% delle loro potenzialitá.

A causa dell’instabilitá della valuta nazionale (il franco congolese) l’est del paese preferisce utilizzare il dollaro americano. L’utilizzo di questa valuta straniera ha fortemente contribuito a creare un tasso di inflazione che ha raggiunto livelli inauditi. Il Governo di Kinshasa si guarda bene di pubblicare le ciffre reali ma nella vita quotidiana l’inflazione é evidentemente fuori controllo. Basti pensare che a Goma una famiglia necessita di 15 dollari per poter accedere a tre pasti completi giornalieri mentre nei vicini Ruanda ed Uganda la stessa famiglia  necessita rispettivamente di 7 dollari a Kigali e di 4,8 dollari a Kampala.

La popolazione congolese riesce a soppravivere in questa situazione grazie alla sua storica e proverbiale capacitá di adattamento . Le conseguenze sul piano pscilogocico e sociale sono devastanti. I Congolesi nutrono un complesso di inferioritá atroce verso i loro vicini ruandesi che vivono in un paese di strade asfaltate, cittá e villaggi puliti, perfettamente urbanizzati e  dotati delle necessarie infrastrutture. Dopo cinquant’anni di oppressione, da Mobutu a Kabila, il popolo congolese oltre alla speranza ha perso anche l’orgoglio e la stima di se stesso. Per soppravvivere si é trasformato in un mendicante. Durante dei controlli medici presso un importante ospedale di Goma, la dottoressa che mi seguiva, ad un certo punto, con estremo imbarazzo e vergogna, mi ha chiesto cinque dollari per pagare i trasporti per due giorni. Da sempre alcuni settori della societá congolese addossano la colpa delle inaudite condizioni in cui versa il Paese ai vicini Ruanda e Uganda. Seppur avendo questi paesi le loro passate responsabilitá che dire della classe dirigente congolese se anche un dottoressa é costretta a chiedere l’elemosina?

fulviobeltrami@gmail.com

fulviobeltrami1966@gmail.com


[1] Il sergente Mobutu Seze Seko fu scelto dagli Americani e i Belgi per attuare il colpo di stato che destituí il primo governo post indipendenza di Patrice Lumumba, accusato di essere troppo nazionalista e comunista. Mobutu trasformó il Congo Belga (ribatezzato Zaire) in un’immensa proprietá privata seguendo fedelmente le orme di Re Leopoldo I. Baluardo contro il comunismo in Africa, il regime di Mobutu vide un deterioramento dei rapporti con l’America e l’Europa negli anni novanta. Nel 1994 Mobutu accetó le pressioni della Francia di accogliere i rifugiati hutu ruandesi ma sopratutto il governo, l’esercito e le milizie genocidarie in fuga dopo aver commesso il genocidio ed essere state sconfitte dai ribelli del Fronte Patriottico Ruandese guidati dall’attuale Presidente del Ruanda: Paul Kagame. Nel 2007 il regime di Mobuto crolló sotto il piombo della rivolta congolese di Laurent Kabila e le truppe Ugandesi, Ruandesi, Burundesi e Angoliane. Da anni soffrente di cancro alla prostata Mobutu muorí in esilio nel

[2] Il dato demografico del 2004 fu fornito dale Nazioni Unite ma non rispecchiava la situazione reale, poiché si basava sull’ultimo censimento ufficiale fatto all’epoca dello Zaire nel 1991.

[3] La popolazione registrata nel 1958 durante l’era coloniale belga.

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La legge anti gay non ha raggiunto il quorum necessario per l’approvazione!


La legge anti gay non ha raggiunto il quorum necessario per l’approvazione!

Fulvio Beltrami – Kampala Uganda

La legge anti gay non ha raggiunto il quorum necessario per l’approvazione durante la sessione speciale al Parlamento Ugandese di venerdi’ scorso. La legge doveva essere discussa mercoledi’ 11 maggio 2011 durante la sessione ordinaria del Parlamento.

Mercoledi’ scorso il Parlamento non si e’ riunito a causa dei preparativi alla cerimonia di investitura a Presidente della Repubblica di Yoweri Museveni (avvenuta il 12 maggio 2011) e del tentativo di provocare un’insurrezione da parte del leader d’opposizione Kizza Besigye, tentativo abortito dalle autorita’ ugandesi in collaborazione con quelle keniote. La sconfitta del movimento omofobico ugandese e’ una notizia importante non solo per la comunita’ gay ugandese e internazionale ma per la giovane democrazia dell’Uganda che ha segnato un’altro punto a favore per il suo rafforzamento.

Ma non facciamoci troppe illusioni, la battaglia non e’ finita, nonostante l’entusiasmo della ONG americana AVAAZ nel riportare la notizia. Senza dubbio la pressione internazionale, a cui AVAAZ ha contribuito consegnando al Presidente Museveni, (attraverso l’attivista per i diritti umani Frank Mugisha) una petizione con 1.600.000 firme da tutto il mondo (compresi molti cittadini ugandesi), ha fatto riflettere Museveni facendogli capire che non era il momento giusto per far passare la legge.

Ma le indicazioni del Presidente Museveni date al suo partito di votare contro la proposta di legge sono state dettate, (come giustamente fa notare Alberto Tumolo in un suo recente articolo su Peacereporter « Uganda, morte ai gay ») dalla minaccia di un taglio dei fondi destinati allo sviluppo del Congresso Americano, in conformita’ con l’emendamento Barney Frank nel House Financial Service Committee[1]

Altri due fattori decisivi sono stati:

1.    Il riconoscimento  ricevuto dalla Comunita’ Europea delle validita’ dei risultati elettorali del febbraio scorso e della legittima carica a Presidente per Yoweri Museveni. Un riconoscimento, non privo di critiche dell’Europa verso il governo ugandese, che ha stroncato le rivendicazioni dell’opposizione di elezioni rubate e di illegittimita’ della carica a Presidente di Museveni;[2] Il Presidente Ugandese non poteva perdere la faccia di fronte alla Comunita’ Europea facendo approvare una settimana dopo una legge contro I diritti umani dei cittadini ugandesi

2.    La  necessita’ del Governo Ugandese di riabilitare la sua immagine internazionale dopo le recenti repressioni delle manifestazioni di protesta portate avanti dall’oppositore storico Kizza Besigye.

Il fronte anti gay ugandese ancora potente !

Il fronte anti gay ugandese composto da politici del NRM e fondamentalisti religiosi (tra cui la stessa moglie del Presidente, Jannette Museveni) e’ tutt’altro che sconfitto.

Se non si fosse verificata questa serie di situazioni politiche tutte le firme del mondo non sarebbero bastate a fermare l’approvazione della legge. Considerate che, a seguito del mancato voto del 11 maggio, la lobby omofobica ugandese e’ riuscita a far convocare una sessione speciale il venerdi’ scorso unicamente per votare la legge anti gay.

Basta pensare  che venerdi’ scorso era l’ultimo giorno di carica effettiva del Parlamento dell’Ottava Legislazione (2006 – 2011) della Repubblica dell’Uganda. E’ consetudine che nell’ultimo giorno in cui il vecchio Parlamento e’ in carica non vengano discusse proposte di legge.

Il silenzio dei mass media, dell’opposizione e della societa’ civile.

E’ doloroso ma doveroso far notare che la lobby anti gay ugandese e’ facilitata dal silenzio adottato dai mass media nazionali, dall’opposizione e dai gruppi dei diritti umani in Uganda. Fin dalla seconda presentazione della proposta di legge[3] i mass media nazionali hanno scritto rari articoli contro la legge omofobica. Al contrario sono stati pubblicati vari articoli a favore della  proposta di legge, compreso l’ultimo allucianante articolo comparso sul settimanale cattolico The Observer.[4] Il leader dell’opposizione Kizza Besigye, che da quasi quattro mesi sta cercando di destabilizzare il paese sotto pretesto di rappresentare la volonta’ della popolazione e di apportare la democrazia nel paese[5], non ha pronunciato una sola parola contro la legge omofobica.

E che dire delle organizzazioni per i diritti umani ? Silenzio completo anche da parte dell’attivista Frank Mugisha che ha compiuto il solo gesto di consegnare al Presidente la petizione internazionale promossa da AVAAZ forse piu’ per fare bella figura con la ONG americana che per una reale difesa della liberta’ sessuale visto che non ha mai pronunciato o scritto una sola frase al merito dall’inzio di quest’anno.

Un dato che dovrebbe far riflettere. Per trovare conferma della notizia data da AVAAZ sulla bocciatura della proposta di legge ho dovuto contattare personalmente un Parlamentare del partito di Museveni, che ha confermato la notizia. Nessuna traccia dell’avvenimento in nessun quotidiano, telegiornale o radiogiornale. Semplicemente I mass media ugandesi (allineati al governo o all’opposizione) hanno decretato una coltre di silenzio assoluto ignorando l’argomento.

L’unico personaggio pubblico a cui occorre riconoscere il dovuto merito e’ il Rettore della Universita’ di Makerere. Nonostante il suo orientamento politico conservatore e la presa di distanze verso il movimento gay, sta difendendo il diritto di espressione della neo nata (ma non ancora riconosciuta) associazione gay dell’Universita’.

fulviobeltami@gmail.com

fulviobeltrami1966@gmail.com


[1] Barney Frank ha introdotto nell’House Financial Service Committee un emendamento che prevede la sospensione degli aiuti economici ai Paesi la cui legislazione perseguiti persone “in base all’orientamento sessuale, all’identità di genere o al credo religioso”.

[2] Vedi articolo pubblicato il 16 maggio scorso su Reset-Italia “L’Europa ammonisce Governo e opposizione Ugandese” http://www.reset-italia.net/2011/05/16/l%E2%80%99europa-ammonisce-governo-e-opposizione-ugandese/

[3] La prima proposta di legge fu presentata e bocciata nel 2009.

[4] Vedi articolo recentemente pubblicato su Punto Critico Allarme rosso in Uganda! I gay stanno complottando per prendere il potere!http://www.puntocritico.net/2011/05/13/come-i-media-e-certe-organizzazioni-fomentano-lodio-contro-i-gay-in-uganda/

[5] La campagna di destabilizzazione del paese attuata da Besigye e’ iniziata in febbraio dopo i risultati elettorali a favore di Museveni rifiutati dall’opposizione che considera le elezioni truccate.

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Come i media e certe organizzazioni fomentano l’odio contro i gay in Uganda


Un importante articolo sulla società ugandese e su come i media e certe organizzazioni stiamo fomentando l’odio e la barbarie contro i gay. Un grazie a Fulvio Beltrami che da Kampala ci invia periodicamente articoli di straordinaria denuncia. (Ufficio stampa Puntocritico)

Allarme rosso in Uganda! I gay stanno complottando per prendere il potere!

Fulvio Beltrami  – 13 maggio 2011 -  Kampala (Uganda)

L’Uganda sta vivendo giorni veramente difficili. Il paese rischia di ritornare ad essere un bersaglio degli  atti terroristici compiuti dal gruppo estremista islamico Al-Shabaab in risposta all’offensiva militare dell’esercito ugandese in Somalia che ha ripreso il controllo della maggior parte di Mogadiscio e di alcune cittá in Somalia precedentemente feudi della milizia islamica. L’inflazione nell’aprile scorso é arrivata al 14%, il scellino ugandese é deprezzato rispetto al dollaro e all’euro. I prezzi del carburante e dei beni alimentari hanno subito aumenti tali che molti ugandesi ora stentano ad arrivare alla fine del mese.

Il leader dell’opposizione Besigye con la sua protesta contro il caro vita ha rischiato di far precipitare il paese nel caos e nella guerra civile. Terrorizzato dall’eventualitá di perdere il potere il Governo a risposto alla protesta dell’opposizione attuando un ingiustificato uso della forza.

Il leader del Lord Resistent Army, Kony, é ancora in libertá e il suo movimento guerrigliero é al sicuro nei territori da Far West tra il Congo e la Repubblica Centro Africana. Se tutti questi pericoli mortali per la nazione non bastassero i valorosi mass media ugandesi, ultimo baluardo in difesa della democrazia e della libertá in Uganda, hanno scoperto l’esistenza di un terribile piano occulto per la presa del potere ideato da pericolosi degenerati sessuali: i Gay ugandesi, aiutati dall’internazionale omosessuale dell’Occidente. Presto si scoprirà che dietro a questo piano sovversivo c’é anche l’Arci Gay!!

Il complotto é serio. In un giro di dieci anni il paese rischia di trovarsi la maggioranza dei parlamentari e forse anche il Presidente tutti cullattoni. Si aprirà una nefasta era di dittatura sessuale dove i valori della famiglia saranno repressi, l’omossessualitá istituzionalizzata ed incoraggiata fin dalle scuole elementari e gli eterosessuali saranno perseguitati e costretti a consumare le sane e tradizionali pratiche sessuali nelle catacombe come i primi cristiani durante il tardo Impero Romano.

Forse i lettori stanno pensando che il sottoscritto sta scrivendo questo articolo sotto effetto di potenti allucinogeni, ovviamente offerti durante un party da viscidi omosessuali ugandesi vogliosi di sodomizzare un bianco quarantenne.

Purtroppo no. Questo é quanto emerge nell’articolo della giornalista ugandese Josepha Jabo dal titolo “Uganda must say no to homosexyality” (L’Uganda deve dire no all’omossessualitá)  pubblicato sul settimanale  cattolico The Observer il 02 maggio scorso.

Il complotto gay svelato all’opinione pubblica ugandese.

Secondo l’articolo un esercito di pervertiti omosessuali. approfittando dell’appoggio internazionale, sta infiltrandosi dentro l’Universitá di Makerere[1], promuovendo il gay lifestile tra la gioventú universitaria.

A dare l’allarme di questo piano sovversivo é il patriottico cittadino Derrick Waiswa leader della Coalition of Concerned Youths Against Homosexuality (la Coalizione dei Giovani Impenganti Contro l’Omosessualitá).

Una diabolica setta di gay sta convincendo i giovani universitari a divenire degli omosessuali tramite l’offerta di considerevoli somme di denaro. Derrick Waiswa rivela  che la setta gay offre un assegno di 800.000 scellini ugandesi (circa 242 euro) come vitalizio mensile a chi si converte all’omosessualitá. La pia e religiosa giornalista Josepha (che si firma “giornalista in difesa del  bene dei cittadini ugandesi”) avverte che questa campagna di proselitismo nasconde un piano diabolico che va fermato prima che sia troppo tardi.

Infatti la setta gay ugandese ha preso di mira l’Universitá di Makerere per il suo reclutamento poiché l’Universitá sforna i migliori intellettuali, politici e economisti del paese. Un volta che la maggioranza dei giovani universitari di oggi saranno conquistati a questa aberrante pratica sessuale vi é il serio rischio che, divenendo i futuri leaders della nazione promuovano l’omosessualitá nei settori vitali dell’Uganda: la cultura, la politica e l’economia, con l’obiettivo di rendere socialmente accettabile questa devianza sessuale nata dalla degradata societá ellenica e notoriamente controllata dal pensiero satanico occidentale.

Josepha offre una riflessione a tutti gli onesti cittadini ugandesi. “Se l’omosessualitá fosse una pratica sessuale rispettabile, le organizzazioni gay ugandesi non avrebbero bisogno di corrompere i giovani offrendo loro assegni mensili per assicurarsi la loro fedeltá. Semplicemente i giovani che lo desidererebbero si unirebbero spontaneamente al movimento gay.”

Ma dio salverá l’Uganda perché l’ama!

Per fortuna che il terribile complotto gay é stato rivelato da coraggiosi e indipendenti giornalisti, permettendo alla nazione di correre ai ripari e prendere decise misure per sventare questa subdola minaccia. Derrik Waiswa e il pastore anglicano Martin Ssempa hanno raccolto una petizione di 2 milioni di firme in sostegno del Anti-Homosexuality Bill (la legge contro l’omosessualitá)[2] proposta dal parlamentare David Bahati. La petizione é stata depositata al Parlamento Ugandese il 7 aprile 2011.

Come giustamente fa notare la pia Josepha il Parlamento e il Presidente Museveni non potranno ignorare la voce di 2 milioni di onesti cittadini! Derrik Waiswa ha individuato ben 19 organizzazioni gay operanti nel paese[3].  Una lista dei membri di queste organizzazioni e le prove del finanziamento internazionale illegale é stata depositata al Comandante della Polizia, il Generale Kayihura e la Ministro degli Interni, con l’esplicita richiesta di prendere i provvedimenti adeguati nell’interesse della difesa nazionale.

Il parlamentare David Bahati e l’ex Ministro dell’Etica e dell’Integritá Dr. Nsaba Buturo hanno duramente criticato un diplomatico americano che lavora presso la US Embassy a Kampala dopo che WikiLeaks ha pubblicato una sua nota confidenziale alla Casa Bianca dove esprimeva le sue preoccupazioni riguardo l’ondata di intolleranza sessuale e fanatismo morale nel paese. Il settimanale cattolico The Observer non é nuovo nella pubblicazione di articoli contro l’omossessualitá e la sessualitá in generale.

Nella sua edizione del 12 – 15 maggio un articolo psudo scientifico cerca di convincere che i rapporti orali e anali crerebbero l’infertilitá sia tra gli uomini che tra le donne. Per sostenere l’incredibile bufala scientifica il settimanale si basa su una ricerca di una studentessa (ovviamente cattolica) all’ultimo anno della facoltá di Medicina dell’Universitá dei Makerere e su un articolo dal titolo Sexual life caused by infertility pubblicto su un sito americano di informazione scientifico: www.infertilitysterilitycause.com

Peccato che se si prende la briga di visitare questo sito il citato articolo sulle abitudini sessuali che possono portare all’infertilita’ cita varie abitudini ma non i rapporti orali o anali. (http://infertilitysterilitycause.com/?p=1235)… Ennesimo esempio della deliberata DISINFORMAZIONE della stampa ugandese soprattutto quella legata alla chiesa e ai partiti di opposizione.

I l Generale Kayihura furioso con gli ufficiali della polizia ugandese.

Il Comandante della Polizia ha pubblicamente espresso tutto il suo disappunto e la sua collera contro gli ufficiali della polizia ugandese in occasione della pubblicazione del Rapporto Annuale 2010 sulla Criminalitá in Uganda. Il Generale Kayihura ha notato che i crimini omosessuali non sono oggetto di indagini né sono perseguiti e portati davanti alla giustizia. Kayihura accusa la maggioranza degli ufficiali e sotto ufficiali della polizia di essere indirettamente complici del propagarsi dell’omosessualitá in Uganda venendo a meno al loro dovere di individuare e reprimere questi atti criminali come prevede la legge.

Questa mancanza di azione non puó  che essere spiegata se non come una intenzionata complicitá di vari poliziotti con questi criminali sessuali che pervertiscono le menti della nostra gioventú” dichiara il Generale ad un’intervista sulla rete televisiva pubblica UBC.

Un poliziotto, che ha chiesto l’anonimato per ovvie ragioni, ha dichiarato sul quotidiano Daily Monitor che la polizia non ha né’ registrato, né  indagato o represso gli atti omosessuali nell’anno giudiziario 2010 per il semplice motivo che la legge contro l’omosessualitá non é stata ancora approvata dal Parlamento quindi l’omosessualitá rientra ancora nei reati minori.

Il poliziotto spiega che con l’aumento dei crimini di omicidio, di corruzione, dei tentativi terroristici e dei recenti saccheggi promossi dall’opposizione la polizia non ha il tempo di occuparsi dei giovani che: “Preferiscono sodomizzarsi tra di loro invece di trovarsi una bella ragazza”. Il poliziotto intervistato esprime un punto di vista assolutamente condividibile anche se impregnato di stereotipi macho. Il problema é che se da una parte la polizia non vede la ragione di perseguitare gli omosessuali dall’altra non vede la ragione di perseguitare le violenze e l’incitamento all’odio sessuale contro i gay. Il Generale Kayhura é sotto pesanti critiche riguardanti la gestione della sicurezza durante le recenti manifestazioni dell’opposizione. L’uso indiscriminato della forza (compreso l’uso di proiettili veri) ha provocato la morte di 10 persone tra manifestanti e semplici cittadini (tra cui una bambina di due anni!) e il ferimento di almeno 300 persone dall’inizio della protesta Walk to Work (camminare per andare al lavoro).

I partiti dell’opposizione, i leader religiosi, le organizzazioni per i diritti umani e l’Associazione Nazionale degli Avvocati hanno richiesto le sue dimissioni. Il Generale Kayhura sta ricevendo pesanti pressioni anche da parte del Presidente Museveni che pretende spiegazioni su questo comportamento militare chiedendo al Comandante della Polizia se ha confuso le strade di Kampala con quelle di Mogadiscio.

Ben altri e seri problemi affliggono la Polizia e la giustizia  in Uganda.

Secondo il rapporto annuale 2010 della polizia il 70% dei crimini non va oltre alla fase delle indagini, impendendo che il criminale sia portato in giustizia.

Le principali ragioni sono:

1.    Insufficiente personale (sottonumero di almeno 6.000 ispettori) e mancanza di mezzi logistici e finanziari adeguati presso il Dipartimento delle Indagini Criminali.

2.    Il preoccupante livello di corruzione tra gli ufficiali di polizia che accettano bustarelle per insabbiare le indagini.

3.    La mancanza di volontá politica di portare alla giustizia i crimini maggiori di natura politica.

Tra i crimini non ancora risolti si annoverano:

  • L’incendio doloso al monumento nazionale della Tomba Kasubi (dove venivano sepolti i re dell’etnia Buganda) avvenuto il 16 marzo 2010. L’incendio a questo monumento, patrimonio culturale del paese e simbolo della cultura Buganda, ha provocato un tentativo insurrezionale da parte della etnia Buganda e una battaglia urbana contro l’esercito a Kampala.[4]

  • L’incendio doloso al mercato Owino a Kampala dove sono morte cinque persone. Vi sono forti sospetti che l’incendio é stato ordinato da un Politico del partito al potere, il NRM, per costruire al suo posto un terminale di autobus.

  • Le attivitá di una gang paramilitare denominata Iron Men (uomini di ferro) che controlla un giro di racket su vari commercianti della capitale ed é responsabile di vari omicidi.

  • L’omicidio di Tom Julunga, membro del partito d’opposizione Forum per il Cambiamento Democratico, avvenuto nel 2009.

  • Lo scandalo sugli acquisti fatti dallo Stato in occasione del Meeting Internazionale del Commonwealth nel 2007.

  • Ed infine… l’omicidio dell’attivista dei diritti umani e attivista gay David Kato avvenuto lo scorso gennaio.

La libertá di stampa ha i suoi limiti.

Durante la giornata internazionale della libertá di stampa, i giornalisti ugandesi hanno accusato il governo di ostacolare e reprimere le loro attivitá imponendo un clima di censura degno delle peggiori dittature. Seppur vero che il Governo non vede di buon occhio i giornalisti e che spesso essi sono vittime di pestaggi effettuati dalla polizia soprattutto durante le manifestazioni, di arresti e di tentativi di limitazione, occorre peró  far notare che la cultura di un giornalismo responsabile e maturo non é ancora consolidata nei mass media ugandesi che spesso strumentalizzano la libertá di espressione per veicolare messaggi di odio sociale ed etnico. Tre esempi famosi di questa immaturitá giornalistica estremamente pericolosa per la stabilitá e la pace sociale.

Radio Buganda CBS chiusa durante gli scontri etnici del settembre 2009 perché diffondeva messaggi di odio etnico simili a quelli della tristemente famosa Radio Mille Colline nel Ruanda del genocidio del 1994.

L’articolo pubblicato sul giornale scandalistico ugandese Rolling Stone nell’ottobre 2009, intitolato: Divulgate 100 foto dei Leader Gay Ugandesi“. Il giornalista sollecitava pubblicamente gli ugandesi ad impiccare tutti gli omosessuali in Uganda a cominciare dai 100 individui il cui nome era pubblicato nell’articolo. Il nome di David Kato compariva in questa lista…

Il recente articolo di un quotidiano ugandese online dal titolo: “Disarmiamo Museveni o armiamo Besigye. L’Uganda deve prendere le armi contro il dittatore”. Il sito internet é stato chiuso dal Governo dopo la pubblicazione di questo articolo che incitava alla rivolta armata.

L’articolo della giornalista Josepha Jabo rientra in questa deprecabile cateroria di giornalismo che diffonde messaggi d’odio creando un clima di violenza nella societá ugandese. L’articolo oltre che a veicolare messaggi di odio e a incoraggiare la repressione sessuale contro quello che viene definita la pericolosa setta gay, si basa su una intenzionata quanto criminale alterazione della realtá.

Pur senza nominarla, Josepha si scaglia contro l’associazione gay dell’Universitá di Makerere, nata alla fine del 2009. Questa associazione, riconosciuta dalla direzione dell’Universitá e parzialmente tollerata dalle autoritá, ha come obiettivo la difesa dei diritti sociali e giuridici dei cittadini omosessuali in Uganda. Compie coraggiosamente attivitá di sensibilizzazione sul diritto alla sessualitá, attivitá preventive sull’Aids e altre malattie sessualmente trasmettibili e, ultimamente, ha promosso una campagna interna all’Universitá contro la pedofilia.

Ho personalmente chiesto a dei professori e a degli studenti universitari di Makerere se si sono registrati atti di proselitismo. Nessuno mi ha confermato tale attivitá. Uno studente divertito dalla mia domanda mi ha risposto: “L’associazione gay non sta facendo attivitá di reclutamento ne’ offre soldi per convincerci a diventare froci. Visto tutti i capricci e i soldi che mi chiede la mia ragazza, se fosse vero che i gay pagano 800.000 scellini al mese per diventare come loro io sarei il primo ad aderire.

Il dramma é che questi moralisti e fanatici crociati omofobici  sono profondamente convinti di difendere l’integralitá morale dei cittadini ugandesi e si permettono di parlare della popolazione senza consultarla, ma pretendendo di insegnare la retta via da seguire. Non si rendono conto che tramite le loro prese di posizione si rendono complici di un grave crimine con conseguenze drammatiche non solo per la libertá personale ma per l’integritá fisica di ogni cittadino ugandese.

Kato non é in ultima analisi vittima di queste loro azioni?

E invece niente! Questi individui continuano nella loro delirante e socialmente pericolosa crociata contro i gay. Jospeha Jabo conclude il suo articolo con queste parole: “Nonostante gli enormi finanziamenti e gli appoggi internazionali che ricevano, gli attivisti gay ugandesi non hanno il diritto di imporre la loro abberrante deviazione sessuale alla comunitá. Se l’Occidente accetta l’omosessualitá qui in Uganda dobbiamo dire NO ad alta voce . L’omosessualitá deve essere trattata per quello che é: un crimine contro la persona e i valori morali della Nazione ”.

Credo che sia arrivato il momento che il Governo apra una seria discussione con i mass media ugandesi al fine di garantire una maggior libertá di stampa e di impedire la pubblicazione di articoli o la messa in onda di  trasmissioni che tendonono alla diffusione dell’odio sociale e incitano indirettamente o direttamente al linciaggio contro il nemico di turno: il vicino di etnia diversa, il membro del partito al potere o dell’opposizione, chi ha opinioni diverse e chi, tranquillamente, si gode la sua sessualitá come crede piú opportuno.

Gli unici comportamenti sessuali che devono essere considerati nella categoria dei crimini sono la pedofilia e tutti comportamenti sessuali con comportamenti di violenza contro la persona come per esempio le pratiche di sadismo estremo.

La sessualitá tra lo stesso sesso riguarda la sfera privata della persona. Puó essere accettata o no ma non considerata un crimine.

fulviobeltrami@gmail.com

fulviobeltrami1966@gmail.com


[1] Makerere é l’Universitá piú prestigiosa del paese e cuore dell’Intellighetia Ugandese.

[2] Il Anti-Homosexuality Bill, proposta di legge altamente sessuofobica é stata presentata al Parlamento per approvazione verso la fine del 2010. La proposta stenta ad essere approvata visto la sua natura contro i diritti umani. Il governo giá sotto pressione internazionale per la repressione delle recenti manifestazioni dell’opposizione, non é molto incline ad approvare una legge che lede i piú elementari diritti umani.

[3] In realtá l’unica associazione gay conosciuta é quella nata all’interno dell’Universitá di Makerere.

[4] Al riguardo si consiglia la lettura dell’articolo Uganda a rischio di implosione etnicia pubblicato su Dillinger nell’aprile 2010 http://www.dillinger.it/africa-uganda-a-rischio-implosione-etnica-45485.html

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In Uganda in discussione la pena di morte per i gay


David Kato assassinato in Uganda a gennaio perché attivista gay

Fermiamo la legge anti gay in Uganda!

Carissimi lettori.

Riproduco una importantissima petizione promossa dalla associazione per I diritti umani Americana AVAAZ per bloccare la legge contro la repressione dei Gay in Uganda , INVITANDOVI AD ADERIRE PER CONTRIBUIRE AL RAFFORZAMENTO DEI DIRITTI UMANI NELLA GIOVANE DEMOCRAZIA UGANDESE.

Fulvio Beltrami

11 maggio 2011

Kampala Uganda

fulviobeltrami@gmail.com

fulviobeltrami1966@gmail.com

Fra 12 ore il Parlamento in Uganda potrebbe votare una nuova, brutale legge che condannerebbe gli omosessuali alla pena di morte. Migliaia di ugandesi potrebbero essere uccisi soltanto perché gay.

Già in passato siamo riusciti a fermare questa legge, e possiamo farlo ancora. Dopo l’enorme appello globale dell’anno scorso, il Presidente ugandese Museveni aveva bloccato la legge. In Uganda il malcontento nei confronti della politica sta crescendo, e gli estremisti religiosi in Parlamento sperano che la confusione e la violenza che regnano nelle strade possano distrarre la comunità internazionale e far passare inosservato il secondo tentativo di adottare questa legge piena d’odio. Possiamo dimostrare che il mondo ha gli occhi puntati su di loro. Se riusciremo a bloccare la legge in queste ultime 12 ore prima che il Parlamento chiuda, la legge sarà accantonata per sempre.  Non abbiamo tempo da perdere. Quasi mezzo milione di noi ha già partecipato all’appello: raggiungiamo un milione di voci contro la pena di morte ai gay in Uganda nelle prossime 12 ore. Clicca sotto per agire, poi inoltra questa e-mail a tutti:
http://www.avaaz.org/it/uganda_stop_homophobia_petition/?vl

Essere gay in Uganda è già pericoloso e orribile. Sono continuamente minacciati e malmenati, e proprio pochi mesi fa un attivista dei diritti degli omosessuali, David Kato è stato brutalmente ucciso in casa sua. Ora gli ugandesi LGBT sono minacciati da questa legge draconiana che impone il carcere a vita alle persone condannate per aver avuto relazioni con persone dello stesso sesso e la condanna a morte per i recidivi. Persino chi lavora per le ONG impegnate nella prevenzione dell’HIV secondo questa legge possono essere incarcerate con l’accusa di “promuovere l’omosessualità”. Proprio ora l’Uganda è in pieno fermento politico: con le rivolte arabe, le persone stanno scendendo in piazza in tutto il paese per protestare contro l’incremento del prezzo degli alimentari e della benzina. Il Presidente Museveni ha risposto con violenza per stroncare l’opposizione. Questa agitazione ha creato l’occasione perfetta per gli estremisti religiosi in Parlamento di ritirare fuori la legge anti-gay, proprio pochi giorni prima che il Parlamento chiuda e che tutte le proposte di legge siano cancellate.  Il Presidente Museveni ha rinunciato a questa legge l’anno scorso, dopo che la pressione internazionale ha minacciato di bloccare gli aiuti all’Uganda. Con le violente proteste per le strade, il suo governo ora è più vulnerabile che mai. Costruiamo una petizione forte di un milione di firme per fermare la pena di morte contro i gay e per salvare vite umane. Ci rimangono solo 12 ore – firma sotto e fai il passaparola urgente con i tuoi amici e con la tua famiglia:

http://www.avaaz.org/it/uganda_stop_homophobia_petition/?vl

Qualche mese fa abbiamo espresso la nostra solidarietà al movimento omosessuale ugandese per dimostrare che ogni vita umana, non importa quale sia la religione, la nazionalità o l’orientamento sessuale, è preziosa. La nostra petizione internazionale che condannava la pena di morte contro i gay era stata consegnata in Parlamento, diventando una notizia diffusa in tutto il mondo e sufficiente a bloccare la legge per diversi mesi. Quando una rivista ugandese ha pubblicato i nomi, le foto e gli indirizzi di 100 sospetti gay, che erano stati poi minacciati, Avaaz ha sostenuto un’azione legale contro la rivista e abbiamo vinto! Insieme ci siamo messi dalla parte della comunità gay in Uganda, e ora hanno bisogno di noi più che mai.

Con speranza e determinazione,

Emma, Iain, Alice, Morgan, Brianna e il resto del team di Avaaz

FONTI:

I legislatori ugandesi in audizione per la legge contro i gay (in inglese)
http://www.google.com/hostednews/ap/article

All’ugandese gay Kasha Jacqueline Nabagesera il Premio Martin Ennals
http://www.italnews.info/2011/05/04/all%E2%80%99ugandese-gay-kasha-jacqueline-nabagesera-il-premio-martin-ennals/

Si fa di tutto per far passare la legge anti-gay (in inglese)
http://www.nytimes.com/2011/04/14/world/africa/14uganda.html

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La morte di bin Laden vista dall’Uganda


La morte di Bin Laden vista dall’Uganda

Fulvio Beltrami – Kampala (Uganda)

Il raid dei Rambo americani e l’uccisione di Bin Laden sono le notizie piú commentate in questo momento qui in Uganda. I quotidiani da due giorni dedicano le loro prime pagine a questo avvenimento, confinando la guerra mortale tra il Presidente Museveni e il leader dell’opposizione Besigye che sta divorando il paese, nelle terze pagine, quella dedicate alle cronache locali.

Giustizia é fatta. La democrazia trionfa sul terrore. Come Obama ha vinto Osama. Questi alcuni dei titoli delle prime pagine dei nostri quotidiani. I mass media ugandesi non si differenziano rispetto a quella dei mass media occidentali, accettando senza condizioni e senso critico la propaganda americana. I leader politici esultano e si congratulano con Obama per aver salvato il mondo.

Quello che é interessante é la reazione della gente comune.

Solo una minoranza degli ugandesi accetta la versione ufficiale.

La maggioranza é divisa tra chi accetta la notizia ma critica duramente l’operato americano e chi mette in dubbio la morte di Osama Bin Laden per mano degli americani. Molti ugandesi pensano che la giustizia sarebbe stata meglio rappresentata se Bin Laden fosse stato arrestato e gli fosse stato garantito il diritto di un equo processo.

L’uccisione di Bin Laden é vista come una esecuzione sommaria indegna di una democrazia. I due colpi (uno alla testa e uno al cuore) confermano l’esecuzione tipica degli squadroni della morte sud americani o delle milizie paramilitari africane. Il blitz militare americano é una palese violazione dell’indipendenza di uno stato sovrano come il Pakistan, un deprimente attentato terroristico che viola i diritti umani e un’insensata provocazione rivolta all’estremismo islamico proprio quando si trova in difficoltá a causa delle rivoluzioni popolari laiche del Nord Africa.

La morte di Bin Laden priva il mondo intero del diritto di conoscere la veritá su questo personaggio e su Al Qaida. Sarebbe stato piú utile arrestarlo e ascoltare la sua versione dei fatti dall’attentato del undici settembre alla guerra in Afganisthan. La morte di Bin Laden non risolve il problema del terrorismo internazionale, al contrario lo aggrava. Bin Laden da anni non era piú il leader politico e militare di Al Qaida, solo una guida spirituale. Il suo assassinio lo trasforma in un martire e da nuova linfa ai vari gruppi estremisti che si inspirano ad Al Qaida, aumentando il rischio di una nuova ondata di attentati anche in Uganda. L’assasinio di Bin Laden in territorio Pakistano mette in serio pericolo il paese che rischia di essere maggiormente destabilizzato dai gruppi radicali islamici che potrebbero aumentare il supporto popolare proprio grazie la morte di Bin Laden, l’evidente arroganza americana e il servilismo del governo pachistano.

In generale gli ugandesi non condividono la morte di Bin Laden che definiscono omicidio. Secondo molti questa esecuzione conferma che gli americani sono “bad people”. Lo hanno creato, addestrato e finanziato per poi eliminarlo quando si é rivoltato contro di loro. Se l’omicidio di Bin Laden é giustificato, allora anche Bush e Obama meritano di essere giustiziati perché anche loro hanno ucciso molti innocenti in Iraq e in Afganisthan. Questi sono gli argomenti di parte della popolazione che, pur accettando la notizia mette in evidenza gli errori politici e le conseguenze che questa azione comporta.

Ma c’é anche chi pensa che il blitz americano sia una montatura orchestrata e che Bin Laden sia si morto ma anni fa per cause naturali. Questo dubbio é legittimato dalle incomprensibili contraddizioni dei rapporti ufficiali diramati dalla CIA e dal governo americano. Osama Bin Laden é stato ucciso assieme ad uno dei suoi figli, una delle sue moglie e due compagni d’armi durante un blitz delle truppe d’elite della Marina Militare Americana presso la sua residenza nella cittá di Abbotabad. Successivamente la CIA informa che la moglie non é stata uccisa ma solo ferita durante il conflitto a fuoco nella stanza dove si era rifigiato Bin Laden. E ora dove si trova?

L’ordine dato dal Presidente Americano era di giustiziare il leader della Al Quaida. Successivamente la CIA mitiga la versione dichiarando che l’obiettivo era quello di catturare Bin Laden e la sua morte é stata causata dal suo tentativo di porre una resistenza armata.

Il giorno successivo la CIA cambia versione e afferma che Bin Laden non era armato, ma omette di spiegare perché é stato ucciso. Queste dichiarazioni contraddittorie fanno apparire l’Amministrazione Americana come un bambino che sorpreso a commettere una cattiva azione, cerca di difendesi proponendo una versione dei fatti improvvisata e piena di contraddizioni ogni volta che viene ripetuta. Un commerciante mussulmano, intervistato dal quotidiano New Vision ha dichiarato: “Non é vero che Osama é stato ucciso dagli americani per il semplice motivo che é gia morto anni fa. Obama ha creato questa bufala per risollevare le sue sorti politiche e per farsi nuovamente amare dagli americani. Gli Stati Uniti devono smettere di diffondere menzogne pensando che siamo tutti dei deficienti. Come si puó uccidere un fantasma?

Un mio amico che serve l’esercito ugandese con il grado di capitano stanziato in Somalia, attualmente in licenza, ha scaricato su internet il video girato dalla rete televisiva americana ABC, dove si intravvedono alcune stanze in soqquadro con chiazze di sangue sul pavimento. Il capitano dell’esercito mi ha fatto notare che sui muri di queste stanze non si vedono fori di proiettili, il ché per lui é impossibile.

Secondo i dettagli del blitz diffusi dalla CIA l’azione militare sarebbe stata rivolta contro una residenza fortificata e difesa da varie persone armate.

Senza dubbio le forze americane hanno attaccato di sorpresa e i tre elicotteri da combattimento hanno aperto il fuoco lanciando dei missili per eliminare la maggioranza dei miliziani in difesa dell’edificio.

Considerando la pianta dell’edificio e che, secondo le dichiarazioni ufficiali, Bin Laden si trovava al terzo piano, le forze speciali necessariamente sono state costrette a raggiungere la stanza a piedi, aprendosi un varco. Anche ammettendo che l’attacco a sorpresa degli elicotteri abbia neutralizzato la maggioranza dei miliziani in difesa dell’edificio, é impensabile che parte di essi non si trovasse all’interno dell’edificio principale. Dopo l’ondata di distruzione provocata dai missili, i miliziani all’interno avevano la possibilitá di tentare una resistenza. In questi casi gli assalitori sono normalmente costretti ad ingaggiare un conflitto a fuoco passando da una stanza all’altra assicurandosi una cospicuo volume di fuoco e utilizzando granate per neutralizzare la resistenza in tempi brevi evitando la fuga del principale obiettivo.

Prima di arrivare al terzo piano le truppe d’elite avrebbero impiegato qualche minuto nel conflitto a fuoco dando il tempo a Bin Laden e alle sue guardie del corpo di prepararsi per l’ultimo disperato tentativo di difesa. L’irruzione in una stanza difesa da uomini armati obbligatoriamente implica l’impiego di un spropositato volume di fuoco per neutralizzare il nemico.

L’assenza di fori di proiettili sui muri, delle devastazioni provocate da esplosioni di granate in un contesto simile sono praticamente impossibili. L’assenza di danni nelle stanze é spiegabile solo se gli occupanti sono stati abbattuti da cecchini appostati su edifici adiacenti. Ma l’impiego di cecchini non é stato menzionato nei rapporti ufficiali. Altro episodio inspiegabile per la maggioranza degli ugandesi é l’immediato funerale gettando il corpo di Bin Laden in mare secondo rito mussulmano.

A parte che il rito mussulmano prevede la sepoltura dopo una meticolosa pulizia del cadavere, non si riesce a spiegare il motivo di aver trasportato il corpo per migliaia di kilometri che separano la cittá di Abbotabad all’estremo nord del paese dal Mare Arabico situato all’estremitá sud del Pakistan.

Sotto ogni punto di vista giuridico la scomparsa del corpo equivale alla cancellazione della prova dell’avvenuta morte. Ieri la CIA ha informato che l’operazione militare é stata seguita in diretta dal Presidente Obama grazie a delle video camere fissate sugli elmetti delle truppe speciali. Visto che il corpo é sparito non sarebbe il caso di mostrare il video che ha visto il Presidente americano al posto di pubblicare una fotografia su cui si ha il dubbio che sia un fotomontaggio risalente ad un tentativo smascherato nel 2006 di dichiarare la morte di Bin Laden?

Come giustamente sottolinea Giulietto Chiesa che dire delle notizie della morte di Bin Laden per cause naturali diffuse dalla defunta Benazir Bhutto anni fa ad Al-Jazeera? E se la morte di Bin Laden non fosse altro che un’immensa cover operation come l’esistenza di Al Qaeda che, secondo quanto ammesso dal ex capo dell’antiterrorismo francese: Alain Chouet, non esiste piú dal 2002? Se Al Qaida fosse ormai solo un alibi per giustificare la guerra contro il terrorismo, la morte di Bin Laden non potrebbe essere una bufala per aumentare la popolaritá di Obama (ormai ridotta ai minimi termini) durante il periodo elettorale e trovare una scusa per disimpegnarsi dall’ennesima guerra persa dagli Americani in Afganistan?

É indubbio che dalla morte di Bin Laden, presunta o reale, il Presidente americano abbia tratto un momentaneo vantaggio politico dimostrando al popolo americano di aver mantenuto la promessa di uccidere Bin Laden, fatta durante la campagna elettorale del 2008 e riuscendo dove il precedente Presidente aveva fallito. Ieri sera, verso le sette, mi trovavo presso il mio pub preferito intento a celebrare il quotidiano rito ugandese della birra serale prima di rincasare. Gustandomi una birra gelata in compagnia di alcuni amici, tra cui un’amica universitaria che si prostituisce per mantenersi gli studi, mi ha colpito la sua frase sull’argomento.

Sono stanca di sentire sta storia e non mi interessa. Che gli americani abbiano ucciso Bin Laden, che sia morto anni prima o che sia ancora in vita non fa nessuna differenza. Tutte queste possibilitá non rendono giustizia alle sofferenze che noi ugandesi abbiamo vissuto accettando di entrare nella follia americana della guerra contro il terrorismo. Mio zio é sulla carrozzina con le gambe tranciate da una granata somala durante il suo servizio militare a Mogadiscio e una mia cugina é morta durante l’attentato di Kampala. Mentre Obama festeggia la sua vittoria io devo cercarmi un cliente. Penso che molte ragazze americane stasera siano costrette a cercarsi un cliente. Siamo tutte vittime dell’American Dream.

fulviobeltrami@gmail.com

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Il venerdi nero di Kampala


Il Venerdi’ Nero di Kampala

Fulvio Beltrami – Kampala (Uganda)

Stamattina una manifestazione  non autorizzata indetta dall’opposizione nel centro di Kampala  e’ stata duramente repressa dalle forze dell’ordine.

La manifestazione si e’ svolta nel centro di Kampala e in altri quartieri della capitale, indetta dall’opposizione in protesta al brutale arresto del Leader del Forum per il Cambiamento Democratico Kizza Besingye, ex guerrigliero e medico personale del Presidente Museveni ai tempi della guerriglia contro il regime dittatoriale di Obote nei primi anni ottanta, avvenuto ieri mattina. La manifestazione iniziata verso le 8 del mattino si e’ subito trasformata in uno scontro urbano contro le forze dell’ordine che e’ durato fino alle 16:30.

La manifestazione e’ stata organizzata in segreto ieri sera. Verso le 7 del mattino gruppi separati di manifestanti hanno raggiunto il centro della citta’ mescolandosi con la popolazione intenta a  recarsi al lavoro o ad aprire i negozi. Ad un preciso segnale I manifestanti, circa 600 nel solo centro di Kampala, si sono raggruppati verso le 8 iniziando la manifestazione non autorizzata e lanciando slogan contro il governo, esigendo la liberazione di Besingye. Altri manifestanti in altre zone della citta’ hanno contemporaneamente iniziato la manifestazione. La polizia ha tentato di disperdere I manifestanti senza riuscirci ed ha immediatamente richiesto l’intervento dei reparti anti sommossa. Dopo un’ora di scontri la situazione e’ degenerata. Un gruppo assai consistente di manifestanti armato di armi bianche (fionde con biglie d’acciaio, spranghe in ferro, bastoni, bottiglie molotov) ha eretto barricate in varie parti della citta’.

Vari manifestanti hanno approfittato del caos per devastare le automobili parcheggiate e saccheggiare I negozi dietro le barricate erette. Verso le dieci del mattino e’ intervenuto l’esercito e la guardia presidenziale con l’utilizzo di blidati. Testimoni oculari affermano che l’esercito ha sparato sui manifestanti con le mitragliatrici pesanti  sui blindati che sparano proiettili da guerra da 12 millimetri. Altri scontri urbani si sono verificati nei quartieri di Katwe, Owino, Kireka, nel parcheggio dei Taxi nella Old Kampala e presso l’Universita’ di Makaerere, dove una minoranza di studenti universitari ha cercato di manifestare violentemente costringendo professori e studenti a partecipare alla protesta. I reparti anti sommossa sono intervenuti pesantemente ingaggiando una battaglia urbana all’interno dell’Universita’.

Sulla strada che porta all’aereoporto internazionale di Entebbe un camion della polizia e’ stato attaccato e dato alle fiamme.

Nelle citta di Bweyogerere, Wobulenzi e Mbale (quest’ultima a 300 km da Kampala) si sono verificati pesanti scontri tra l’esercito e I manifestanti. Probabilmente altre sommosse si sono verificati in altre citta’ del centro, sud e nord del paese ma per ora non si hanno ancora notizie affidabili al riguardo.

La popolazione presa in ostaggio dai manifestanti e dall’esercito. Un pesante tributo di sangue.

La popolazione Ugandese e’ stata colta di sorpresa da questa manifestazione e si e’ trovata in mezzo alla guerriglia urbana. Commercianti che stavano aprendo I negozi, ignari cittadini che si recavano a far spesa o al lavoro, automobilisti, studenti delle scuole elementari sono rimasti per ore ostaggi del caos terrorizzati per le loro vite. Sono stati ostaggio della forza distruttrice della violenza cieca dell’opposizione e del governo. Biglie d’acciaio lanciate dalle fionde, sassi, bottiglie molotov, proiettili di fucili automatici e di mitragliatrici pesanti, gas lacrimogeni, sparati a caso in tutte le direzione nella confusione totale di uno scontro urbano dove il fronte e’ estremamente mobile ed imprevedibile hanno messo in pericolo la vita di centinaia di inermi cittadini.

Sulla Jinja Road e  a Kireka I manifestanti hanno cercato di bloccare le auto che passavano con l’obiettivo di costringere gli automobilisti ad unirsi alla protesta. Le auto che hanno forzato il blocco improvvisato con copertoni a cui era stato appiccato il fuoco hanno subito un pesante lancio di pietre e proiettili d’acciaio. I conducenti dei pulmini per il trasporto pubblico (chiamati qui in Uganda Taxi) hanno subito deviato le loro corse verso le zone dove si stava svolgendo la guerriglia urbana, portando in salvo gli ignari ed innocenti passeggeri.

Nella cittadina di Wobulenzi I commercianti del mercato centrale sono stati costretti ad abbandonare I loro negozi per salvarsi e I manifestanti si sono dedicati al saccheggio delle merci Quattro persone sono state uccise (tra cui due cittadini che si sono trovati in mezzo agli scontri) e circa cento persone sono state ricoverate presso l’ospedale generale di Mulago. Almeno una decina tra poliziotti e soldati sarebbero stati feriti dai manifestanti. Queste sono ancora dei dati parziali e il numero dei decessi  e dei feriti protrebbe aumentare nelle prossime ore a seguito di accurati accertamenti delle autorita’ sanitarie.

Inoltre si deve considerare che questo e’ il bilancio relativo agli incidenti nella capitale. Non si hanno ancora notizie di vittime nelle altre citta’ teatro delle manifestazioni, come non si hanno notizie sul numero di arresti effettuati. Negli altri quartieri della capitale la vita quotidiana e’ trascorsa come tutti I giorni con negozi, banche, scuole ed uffici pubblici aperti. Per ora la polizia e l’esercito hanno controllato le varie manifestazione e sembrano avere il controllo del paese. Non si prevede per il momento la dichiarazione dello stato di emergenza e l’imposizione del coprifuoco.

L’irresponsabile epilogo della protesta Walk to Work.

Il venerdi nero di Kampala e’ il drammatico epilogo della protesta Walk to Work (camminare per andare a lavorare) indetta da alcuni partiti dell’opposizione, principalmente il FDC e il Partito Democratico.  Questa forma di protesta effettuata tutti I lunedi e I giovedi e’ iniziata il 11 aprile scorso ed e’ stata promossa da Besingye leader del FDC e dal leader del Partito Democratico Norbert Mao per protestare contro l’aumento del carburante (+21%) e dei beni alimentari di largo consumo (+25%). Questi aumenti affiancati ad una inflazione che e’ arrivata al 11,1% nell’aprile scorso sta seriamente compromettendo il tenore di vita dei cittadini ugandesi nonostante che l’Uganda continui a conoscere il piu’ grande sviluppo economico dell’intera Regione dei Grandi Laghi. Le proteste prevedono della marce a piedi pacifiche nelle varie citta’. Il governo ha reagito duramente contro questa forma di protesta imprigionando vari leaders dell’opposizione tra cui Mao e attualmente Besingye (che dall’inizio della protesta e’ stato arrestato quattro volte e ferito ad una mano).

La risposta repressiva della polizia ha fino ad ora causato la morte di cinque persone tra cui una bambina di due anni e il ferimento di un centinaio di persone durante gli scontri. Almeno 100 persone sono attualmente agli arresti per aver partecipato alle manifestazioni non autorizzate.

Proteste pacifiche e di massa?

La protesta Walk to Work in teoria sembra pacifica e di massa, almeno cosi’ e’ stato fatto credere ai mass media internazionali. In realta’ a queste proteste partecipano per la maggioranza solo una minoranza degli iscritti ai partiti dell’opposizione e dei giovani disoccupati provenienti dalle bidonvilles che, sembra, ricevano 5.000 Shellini ugandesi (2 Euro) per partecipare alle manifestazioni.

Tutte le manifestazioni sono state caratterizzate dalla presenza di armi bianche tra I partecipanti, tentativi di saccheggi, intidimidazione della popolazione e da atti provocatori contro le forze dell’ordine. La risposta violenta delle forze dell’ordine e’ causata da due fattori: le violenti provocazioni dei manifestanti (che per la maggior parte sono dei semplici teppisti) e dalla mancanza di formazione della polizia e delle squadre anti sommossa.

Dobbiamo comprendere che in Uganda la polizia e I reparti speciali anti sommossa sono prevalentemente formati dai ex soldati demobilizzati dopo la Prima Guerra Pan Africana in Congo Kinshasa e dopo aver vinto la ribellione al Nord del Paese contro il movimento terroristico del Lord Resistent Army. Il problema fondamentale e’ che la maggioranza dei poliziotti ugandesi non ha alcuna formazione su come si deve gestire delle manifestazioni di civili anche le piu’ violente, ma solo una formazione militare che applicano anche contro I civili.

Besingye si e’ sempre rifiutato di chiedere l’autorizzazione alla polizia per le manifestazioni come prevede l’articolo 32 della legge sull’ordine pubblico contribuendo con questa palese provocazione a creare un clima d’odio tra l’opposizione e il governo. La popolazione ugandese in generale non partecipa a queste proteste e molti settori della societa’ (studenti, lavoratori, casalinghe, clero locale) sono apertamente ostili alla opposizione accusata di destabilizzare il paese.

In effetti la maggioranza della popolazione non riconosce la lotta di Besingye come una genuina lotta contro una dittatura. Pensano che Besingye sia un uomo senza scrupoli che utilizza qualunque metodo per soddisfare la sua personale sete di potere. In effetti l’attuale protesta si concentra sulla richiesta di abbassare I prezzi, le dimissioni del Presidente Museveni e la formazione di un governo di unita’ nazionale senza parlare dei veri problemi del paese e senza presentare un vero manifesto economico politico sociale alternativo al governo.

Besingye e’ stato gia’ rifiutato durante le elezioni presidenziali del febbraio scorso dove ha ricevuto il 27 per cento dei voti. La popolazione ha inoltre boicottato il suo appello post elettorale di provocare una rivoluzione come nel Nord Africa. Ora arriva la Walk to Work. Molti cittadini si chiedono quando l’opposizione smettera’ di creare caos e violenza in una pura logica militare e iniziera’ a parlare dei veri problemi dell’Uganda: bassi salari, mancanza di diritti dei lavoratori, disoccupazione, iniqua distribuzione delle ricchezze e corruzione sia del governo che dei partiti di opposizione.

Non ci troviamo di fronte ad una rivoluzione popolare in Uganda ma ad un tentativo di destabilizzazione attuato dal ex Colonello Besingye che, sconfitto nelle recenti e democratiche elezioni presidenziali del febbraio scorso, ora tenta di rovesciare un governo ed un Presidente democraticamente eletti.  Per lui il caro vita e’ solo un pretesto. Notare che Besigye e’ proprietario di almeno quattro stazioni di servizio a Kampala dove (amara ironia) il prezzo del carburante e’ addirittura superiore ai recenti aumenti. In ultima analisi l’Uganda si trova nella morsa di una lotta personale tra Besingye e Museveni. Besingye e’ stato compagno d’armi del Presidente e suo medico personale durante gli anni della guerriglia prima che il Movimento Nazionale Rivoluzionario (il partito di Museveni) prendesse il potere in Uganda abbattendo militarmente il regime dittatoriale di Obote. Besingye ha inoltre ricoperto alte cariche nel Ministero della Difesa nel primo decennio del governo di Museveni. Coinvolto in scandali di corruzione ha abbandonato verso la fine degli anni ’90 il governo per giocare la carta dell’opposizione.

Il modus operandi delle manifestazioni di questo venerdi nero fanno pensare che non si tratti di manifestazioni democratiche di massa ma di un vero e proprio piano di destabilizzazione e tentativo insurrezionale per conquistare il potere. Prove inconfutabili dimostrano che sia il governo che l’opposizione hanno creato delle milizie armate per ora in attesa di essere utilizzate.

Il Presidente Museveni pur mantenendo una linea dura contro l’opposizione aveva recentemente accettato di aprire delle trattative con l’opposizione (previste per il 3 maggio prossimo) e aveva dato ordini alle forze dell’ordine di mitigare le operazioni di contenimento delle manifestazioni violente. Il brutale arresto di Besingye avvenuto giovedi scorso (durante l’arresto e’ stato duramente percosso e accecato da gas irritante) e le violenze di oggi aggravano la situazione.

Dopo questo venerdi nero il futuro dell’Uganda e’ incerto. Il governo e l’opposizione riusciranno a controllare la situazione rafforzando il dialogo e il compromesso oppure Museveni e Besingye si accaniranno nella logica della confrontazione militare a scapito di miglioni di Ugandesi?

Dopo decenni di regimi disumani (Obote e Idi Amin) e di guerra civile (nel nord del paese) gli ugandesi chiedono il rafforzamento della democrazia, il miglioramento delle loro condizioni di vita, lavoro e benessere, non violenza etnica modello Kenya dicembre 2007 o il ritorno dello spettro della guerra civile in Uganda. Nei prossimi giorni seguiranno analisi e articoli piu’ dettagliati della complessa situazione nel paese.

fulviobeltrami@gmail.com

fuvliobeltrami1966@gmail.com

Aggiornamenti del 30 aprile 2011

Maggior informazioni sono state pubblicate dalla stampa ugandese il giorno dopo il venerdi nero.

A Kampala la protesta e’ iniziata al Kisekka Market per estendersi in centro citta’ e nei seguenti quartieri popolari: Katwe, Owino, Kireka, Bweyogerere, Natute, Bwaise, Kalerwe, Nakawa, Banda, Namushuha, Najjanankumbi, Kyaliwajjala, Nasubi, Kawempe, Ntidna.

Il bilancio ufficiale e’ di 2 morti, 130 feriti e 360 arresti.

Dati diversi sono stati forniti dall’opposizione: 5 morti, 200 feriti e 700 arresti. Sul numero dei feriti la Croce Rossa Ugandese ha confermato I dati dell’opposizione.

Visto le violenze di ieri I dati dell’opposizione sono piu’ realisti.

Una lista di 46 nomi di persone ferite (tra manifestanti e comuni cittadini) e’ stata pubblicata sul quotidinano governativo New Vision ed e’ consultabile presso il suo sito intenet al link: http://www.newvision.co.ug/D/8/12/753461

Il leader dell’opposizione era stato rilasciato dalle autorita’ giudiziarie il giovedi’ sera. Sembra che molti dei manifestanti non fossero a conoscenza della notizia, infatti chiedevano il rilascio del loro leader. Il partito FDC ha frettolosamente dichiarato che le manifestazioni (secondo lui spontanee) sono state indette per protestare contro il brutale arresto di Besingye e non per richiedere il suo rilascio, per altro gia’ avvenuto prima della manifestazione.

In tutti il paese I partecipanti alla protesta sono valutati in qualche miglia. I mass media stampa, radio e televisione dell’opposizione evitano accuratamente di dare il numero esatto dei partecipanti.

Nessuna immagine , foto o video delle manifestazioni mostra un significativo numero di partecipanti come e’ avvenuto in Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Yemen e nel confinante Kenya.

Da testimonianze prese di persone che si sono trovate intrappolate nella protesta nel centro citta’ il carattere di riots e di teppismo della protesta e’ confermato.  I manifestanti erano armati di armi bianche, hanno iniziato  per primi il confronto con la polizia, sacheggiato vari negozi, bruciato auto. Per la maggior parte erano dei giovani disoccupati delle bidonvilles.

Nonostante l’azione dell’opposizione che sembra aver deliberatamente causato caos  e distruzione la maggior parte degli ugandesi condanna l’uso spropositato della forza da parte del Governo.

Il Leader dell’opposizione e’ partito ieri sera in Kenya per cure mediche presso il Nairobi Hospital.

La notizia ha lasciato I cittadini ugandesi nel dubbio e nell’apprensione. La stessa sorella di Besingye (anche essa medico) ha confermato che le condizioni di salute del leader non sono critiche. Non si riesce a capire perche’ Besingye non abbia scelto di farsi curare presso il Mulago Hospital o il Kampala International Hospital a Kampala: strutture altamente specializzate come il Nairobi Hospital.

Secondo fonti non confermate Besingye avrebbe preso la scusa delle cure mediche al Nairobi Hospital per scappare dall’Uganda e mettersi in auto esilio in Kenya evitando cosi’ il processo che si deve tenere lunedi’ prossimo.

Il governo ugandese ha cercato di bloccare l’aereo della Kenya Airlines all’aeroporto di Entebbe dove vi era Besingye. Solo l’intervento dell’Ambasciata Americana e quella del Kenya hanno convinto le autorità a desistere dall’arresto e a far partire l’aereo.

Le autorita’ Kenyote hanno sottolineato che il loro intervento presso Museveni non e’ stato a favore del leader dell’opposizione ma teso a proteggere la sicurezza dei cittadini kenioti e dell’equipaggio dell’aereo di linea keniota, temendo che un eventuale arresto di Besingye degenerasse in un scontro proprio all’interno dell’aereo.

Non saprebbe la prima volta che il leader dell’opposizione sceglie questa tattica.  Nel giugno 2001 Besingye fu brutalmente arrestato dalla polizia e accusato di preparare un’insurrezione armata contro il governo. Fu rilasciato a fine di Agosto. Invece di attendere il processo Besingye scappo’ agli inizi di Settembre negli Stati Unti dichiarando che la sua vita era in serio pericolo qualora fosse rimasto in Uganda.

Nella capitale e in tutto il paese la vita e’ ritornata alla normalita’ fin da ieri sera dove la maggioranza dei giovani ugandesi ha invaso discoteche e pub di Kampala come tutti I venerdi sera.

Si registra una pesante presenza della polizia e dell’esercito a Kampala e nelle principali citta’ del paese.

Fulvio Beltrami

30 Aprile 2011

Kampala Uganda

fulviobeltrami@gmail.com

fuvliobeltrami1966@gmail.com

per meglio comprendere l’attuale situazione in Uganda invito a leggere I miei precedenti articoli

Elezioni in Uganda a rischio. Febbraio 2011 http://www.fabionews.info/View.php?id=10529

Museveni: un altro Rap. Febbraio 2011 http://www.fabionews.info/View.php?id=10560

Un grossolano errore di immaturità politica. Febbraio 2011 http://www.fabionews.info/View.php?id=10575

Uganda: il movimento del 29 febbraio 2011. Marzo 2011 http://www.fabionews.info/View.php?id=10603

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Le difficili condizioni dei gay in Uganda viste dall’interno del paese. Uganda Mashoga


Le difficili condizioni dei gay in Uganda viste dall’interno del paese. Uganda Mashoga.1*

Fulvio Beltrami – Kampala Uganda

La comunità gay italiana sta reagendo alla recente clima di repressione sessuale in Uganda che mira a criminalizzare l’omosessualita’. Uno tra i più interessanti articoli sul soggetto e’ di Teresa Scherillo : “Uganda: sei omosessuale? Ti ammazzo.”, pubblicato sul sito d’informazione: Giornalettismo2

Ho avuto il piacere di leggere questo articolo e penso che sia importante che il dibattito sulla libertà sessuale in corso in Uganda prenda una connotazione internazionale poiche’ la campagna repressiva del governo lede uno tra i diritti umani fondamentali: quello della libertà nella sfera sessuale.

La proposta di legge presentata al Parlamento dal giurista David Bahati Ministro dell’Etica  e’ a tutti gli effetti una legge sessuofobica inserita in un contesto di repressione morale più ampio che riguarda la società ugandese in generale.

David Bahati orgogliosamente afferma alla BBC che e’ sicuro dell’approvazione della proposta di legge in quanto “nel nostro paese c’e’ bisogno di protegere la famiglia tradizionale e il futuro dei nostri bambini”.

Dietro le quinte di questa scandalosa proposta di legge, vi sono delle chiese evangeliche americane appartenenti ai movimenti di estrema destra dell’epoca di Bush che sono particolarmente attivi in Uganda grazie all’appoggio della moglie del Presidente Museveni: Janet Museveni

I tentativi di repressione morale sono cominciati nel 2008 attraverso una propaganda contro “il dilagare della perversione che sta corrompendo i cuori dei giovani ugandesi. ”Iniziò una vera e propria crociata moralizzatrice portata avanti dai mass media governativi, dalla moglie del presidente e da una serie di chiese evangeliche nord americane. Gli omosessuali furono un facile obiettivo per i “moralizzatori”.

Janet Museveni, tramite la sua associazione, lanciò una campagna di prevenzione contro l’Aids che promuoveva esclusivamente la fedeltà e l’astinenza come unici metodi di prevenzione. Nonostante che questo approccio preventivo sia universalmente considerato inadeguato l’associazione di Janet Museveni riceve tutt’ora importanti fondi da USAID e dalle Agenzie ONU.

Il contributo Edward C. Green alla crociata moralizzatrice in Uganda.

L’antropologo americano Edward C. Green proveniente dai settori più conservatori della societa’ americana, ha offerto una base pseudo scientifica largamente utilizzata nella crociata moralizzatrice in Uganda. Green si rese noto nell’ambiente accademico internazionale grazie alla sua teoria in sostegno al “Zero Grazing”.

Il Zero Grazing fu una campagna preventiva contro l’epidemia dell’Aids in Uganda lanciata nel 1986 subito dopo che Yoweri Museveni conquistò il potere. La campagna era basata sulla promozione della monogamia, della fedeltà e dell’astinenza.

L’Uganda e’ considerata una “success story” nella prevenzione dell’epidemia. L’alta prevalenza di sieropositivi alla fine degli anni ’80 (circa il 20% della popolazione sessualmente attiva) in meno di dieci anni fu ridotta al 5%.

Secondo Green questo successo e’ esclusivamente dovuto alla strategia “zero grazing” che ha condotto ad un cambiamento del comportamento sessuale in Uganda. Nel 2001 Green presentò (grazie al contributo della Harvard University) le sue ricerche condotte in Uganda alla sede di USAID a Washington, con il chiaro obiettivo di convincere il governo Americano che la sola prevenzione efficace contro l’epidemia era la promozione della fedeltà, monogamia e astinenza.

Articoli pilotati sulla teoria di Green cominciarono ad essere pubblicati, su pressioni della lobby conservatrice americana, su prestigiose riviste mediche e scientifiche internazionali come il Lancet, il Science e il British Medical Journal.

Nel 2003 Green pubblicò un libro pseudo scientifico: “Ripensare alla prevenzione dell’Aids”.Green riuscì ad influenzare la Presidenza Bush che stanziò nel 2005 15 miliardi di dollari per la prevenzione contro l’Aids in Africa adottando il modello Ugandese “zero grazing” e la teoria di Green. Una considerevole percentuale di questo stanziamento di fondi fu ricevuta da associazioni e chiese evangeliche ugandesi rappresentando una solida base finanziaria per intraprendere la crociata moralizzatrice.

La bufala del Zero Grazing.

La campagna “Zero Grazing” fu lanciata dal governo ugandese nel tentativo di offrire una risposta immediata ed economica al dilagare dell’epidemia nel paese. L’Uganda era appena uscita dal disastro economico del dittatore Idi Amin Dada e da un decennio di guerra civile. Il governo di Museveni non disponeva di fondi necessari per portare avanti una seria campagna preventiva attraverso la promozione del preservativo, i controlli volontari, il controllo della banca del sangue e l’informazione capillare sulle fonti di contagio. Fu solo negli anni ’90 che il governo ugandese ebbe accesso ai fondi internazionali per la prevenzione dell’Aids.

Pur mantenendo la strategia “zero gracing” il governo si concentrò sulla promozione dell’utilizzo dei preservativi (resi disponibili alla popolazione in un primo tempo gratuitamente e successivamente a prezzi ridottissimi), sul depistaggio sistematico delle banche del sangue di tutti gli ospedali per azzerare il rischio di contaminazione attraverso le trasfusioni; l’introduzione di siringhe mono uso; una capillare e scientifica campagna di informazione pubblica affiancata da una campagna contro la stigmatizzazione delle persone sieropositive.

Furono questi metodi che ridussero considerabilmente la percentuale di infezione da Aids in Uganda. Come concordarono i maggiori Donors mondiali nel 2001: USAID, Pepfar e CDC, la metodologia “zero grazing” gioco’ un ruolo irrilevante al contenimento dell’epidemie poiché la società ugandese e’ culturalmente poligama e la popolazione ha intense attività sessuali e considera la sfera sessuale personale come un diritto inviolabile.

Diversi ricercatori Africani ed internazionali come Lord Robert May, Charlotte Watts, Maxine Ankrah, Martina Morris e C.P. Hudson hanno dimostrato l’inconsistenza della teoria di Green.

Nel 2008 l’Università di Harvard prese le distanze da Green affermando che la sua teoria era incompatibile con le ricerche universitarie sulla prevenzione dell’Aids.

Gay nel mirino.

Il più serio attacco lanciato da questa crociata moralizzatrice contro la libertà sessuale dei cittadini ugandesi riguarda la campagna omofobica che e’ iniziata nel 2009. Questa campagna  si basa su idee retrograde spacciandole per cultura ancestrale ed ha creato un clima ostile per gli omosessuali ugandesi.

Nell’ottobre 2009 Il giornale ugandese Rolling Stone pubblicò un articolo intitolato “Divulgate 100 Foto Dei Leader Gay Ugandesi” sollecitando “l’impiccagione degli omosessuali” in Uganda, e mostrando alcune delle 100 immagini di presunti omosessuali, lesbiche e altri attivisti di diritti umani, correlati da: nomi, posizione professionale, descrizione della vita privata, ubicazione dell’abitazione sia privata che lavorativa.

L’articolo chiese inoltre che il governo dell’Uganda intervenga pesantemente nei confronti degli omosessuali. Il giornale, di natura scandalistica e scarsamente letto dagli Ugandesi che preferiscono il suo rivale Red Pepper, pubblicò questo articolo per aumentare le sue vendite senza comprendere (spero) che l’articolo si basava sulla tristemente nota tattica delle liste utilizzata dai mass media ruandesi durante il genocidio del 1994.

Per fortuna non ci fu’ nessuna caccia all’uomo ma, certamente, le persone della lista subirono delle pressioni sociali e degli atti di stigmatizzazione. Quest’anno la crociata contro i gay si e’ intensificata. Nel febbraio scorso fu censurato il libro “The Vagina Monologues”3 dello scrittrice americana Eve Ensler. L’organo di censura del governo, il Media Council, considerò l’opera letteraria come una “promozione illegale di atti innaturali, omosessualità e prostituzione”.

Il 6 luglio un noto giornalista del giornale governativo “New Vision” incitava in un editoriale di reprimere duramente l’omosessualità attraverso regolari controlli della polizia nei locali pubblici, la registrazione dei gay, e il loro arresto. Il giornalista auspicava un maggior controllo da parte del governo sui siti internet, riviste, quotidiani e canali televisivi per evitare qualsiasi promozione diretta o indiretta dell’immoralità sessuale come l’omosessualità, la pornografia, etc.

Nell’ottobre scorso il Ministro dell’Informazione James Nsaba Buturo ordino’ alla polizia di investigare e intraprendere appropriate azioni contro una associazione gay fondata all’interno dell’Università di Makerere. Questo esclation sessuofobica e’ l’introduzione della proposta di legge del Ministro dell’Etica: “Anti gay and sodomy bill act”.

Sodoma e Gomorra della higth society.

In Uganda stiamo assistendo ad una colossale e tragicomica ipocrisia. I sostenitori della crociata moralizzatrice appartengono alla media e alta borghesia ugandese che e’ famosa per nascondere un proprio mondo di trasgressione e pieno di fantasmi sessuali in cui voglie e vizi vengono consumati discretamente e sapientemente occultati. In questo mondo di Sodoma e Gomorra Undreground,  uno tra i piu’ famosi fenomeni riguarda i Sugar Daddy e le Sugar Mummy.

Rispettabili uomini d’affari e politici sui quaranta, cinquanta anni, cercano ragazzine minori per trasformarle nelle loro amanti ovviamente sotto ricompensa economica. Le Sugar Mummy sono in realtà le rispettabili mogli dei Sugar Daddy, anche esse sui quaranta, cinquanta anni, che si cercano dei ragazzi minori per soddisfare i loro pruriti sempre su ricompensa economica.

Ovviamente la materia prima e’ fornita dalla moltitudine di giovani appartenenti alle categorie più povere della società. Nelle ville private a Kampala e a Entebbe si consumano festini orgiastici che vedono la partecipazione di vari uomini politici del governo e dell’opposizione. Non e’ raro che questi adepti alla trasgressione sessuale siano in pubblico i promotori della moralizzazione della società ugandese. Il divieto di avere rapporti sessuali con minori contenuto nella proposta di legge e’ da considerare un utile e necessario strumento giuridico, visto che la prostituzione minorile e’ un fenomeno molto diffuso in Uganda che speso sconfina nella pedofilia.

Il problema e’ che questo divieto sembra riguardare esclusivamente gli omosessuali. Vi e’ una chiara intenzione di veicolare il messaggio che la pedofilia riguarda solo i gay. Nella realtà il fenomeno riguarda piuttosto gli “eterosessuali” appartenenti alla media e alta borghesia ugandese. Il mito sull’origine occidentale della omosessualità    .

Questo mito si basa su un dato di fatto evidente a tutti. Molti espatriati occidentali che lavorano presso le Nazioni Unite e le Ambasciate spesso promuovono la prostituzione omosessuale ed eterosessuale cercandosi dei minori di entrambi i sessi per soddisfare le loro voglie represse. Questo fenomeno e’ diffuso anche in altri paesi della Regione dei Grandi Laghi come in Kenya, Burundi, Tanzania e il Congo – Kinshasa. Nel 2008, per esempio, la polizia di Kinshasa sorprese il responsabile della Cooperazione Italiana in un parcheggio intento a sodomizzare all’interno della auto di servizio un bambino di strada.

Fu arrestato e l’Ambasciata Italiana intervenne subito per impedire la fuga di notizie sui mass media congolesi. La polizia e il governo accettarono di non rendere pubblico lo scandalo e il responsabile della Cooperazione Italiana fu rimosso dal suo incarico. Inutile dire che questo esempio di “devozione umanitaria” non fu riportato dai mass media italiani poiché era estremamente piu’ imbarazzante delle avventure erotiche del nostro Berlusca visto che la vittima era un ragazzo di strada.

L’universo gay in Uganda.

Occorre a questo punto fare un’osservazione sull’universo gay ugandese. Contrariamente a miti e a leggende di questi moralizzatori, l’omossessualita’ e’ diffusa nella societa’ ugandese soprattutto tra le donne.

Ragazze e donne “perfettamente” eterosessuali spesso hanno pratiche lesbo tra di loro considerandole una componente normale della loro amicizia. Questo concetto implica considerare i rapporti lesbo non come tali ma come una piacevole e del tutto normale parentesi erotica tra due amiche svolta in momenti particolari e utile per rafforzare il legame di amicizia e di complicita’. Per la societa’ maschile ugandese i giochetti lesbo tra amiche e’ un piccante ma innocente divertimento.

I gay maschi al contrario vivono una situazione diversa, stigmatizzati e banditi dalla societa’. E’ praticamente impossibile vedere gay maschi dichiarati tra la vita pubblica. Vivono la loro sessualita’ in modo clandestino e alcuni di loro sono anche sposati e con figli, per allontanare ogni dubbio sulla loro virilita’ maschile. Esiste anche il fenomeno della prostituzione omosessuale condotta da giovani eterosessuali che accettano di prostituirsi per soldi. Questo fenomeno e’ incoraggiato dall’abbondante domanda proveniente da settori dell’alta borghesia ugandese e da espatriati occidentali, turisti compresi.

La societa’ ugandese e’ veramente sessuofobica?

Per come la conosco e la vivo, la societa’ ugandese e’ gelosa delle liberta’ conquistate durante il periodo di Museveni e la popolazione in generale e’ allergica alle buffonate dei loro politici. La maggioranza degli ugandesi, soprattutto nelle grandi citta’, non gradisce interferenze sulla loro vita sessuale che e’ molto intensa e parte fondamentale della loro vita quotidiana.

Nonostante che qualche mass media occidentale e anche l’articolo di Teresa, definiscano l’Uganda come una dittattura militare africana, il paese e’ uno tra i piu’ liberi della regione dei Grandi Laghi. Museveni ha fortemente contribuito allo sviluppo economico e sociale del paese (grazie anche al saccheggio delle risorse naturali del vicino Congo e accettando di essere il Wardog americano  per interventi militari all’estero sotto una logica imperialista voluta dagli Stati Uniti).

La crociata moralizzatrice e la campagna anti gay e’ piuttosto un escamotage per distrarre l’opinione pubblica delle difficoltà del governo di Museveni. Pur garantendo un discreta libertà sociale e politica il potere di Museveni sta cominciando a logorarsi al suo interno a causa della volontà del Presidente di conservare il potere a tutti i costi.

Corruzione dilaganti nelle alte sfere governative, continue avventure militari all’estero per compiacere lo Zio Sam, una mancanza di opposizione credibile, sono tutti fattori altamente destabilizzanti che stanno rendendo sterile la nostra fragile democrazia, compromettendo il futuro del paese soprattutto nel periodo del dopo  Museveni.  Seppur vero che un clima sessuofobico e’ presente in Uganda, la maggioranza della popolazione urbana non presta molta attenzione alla propaganda indebolita anche da recenti e numerosi scandali di pastori pedofili o che favorivano la prostituzione tra i loro fedeli, convincendo attraenti ragazze a delle prestazioni sessuali in cambio di preghiere e benedizioni.

La reazione contro i gay e’ riscontrabile al contrario nelle zone rurali, tra le fasce della popolazione più povere e culturalmente retrograde, facilmente vittime della propaganda. Dal 2009 alcune televisioni private e testate giornalistiche hanno cominciato a prendere le distanze da queste proposte sessuofobiche cercando di promuovere un dibattito serio sulla libertà sessuale nel paese.

Un’associazione gay e’ stata costituita a Kampala all’interno dell’Universita’ di Makerere ed ha trovato qualche spazio sui mass media per esprimere le sue idee, anche se i suoi membri sono stati costretti a comparire in TV o sui giornali col viso nascosto da simpatiche mascherine di carnevale, visto che ancora i tempi non sono maturi.  L’associazione gay e’ ben lontana dalla libertà di espressione di cui giustamente godono le associazioni gay in occidente ma e’ pur sempre un incoraggiante indicatore che qualcosa nella società ugandese si sta muovendo, nonostante le minacce di repressione governativa di cui questa associazione e’ attualmente vittima.

La proposta di legge potrebbe anche non passare al dibattito del Parlamento non solo perchè e’ in contrasto con la Costituzione ma anche grazie alle pressioni internazionali che il governo riceve e alla mobilitazione della comunità internazionale portata avanti da persone come Teresa, che giustamente, denunciano questa violazione dei diritti umani. E di questo ringrazio Teresa e la comunità gay italiana, poiché ogni articolo o mobilitazione contro l’ondata di sessuofobia e anti gay  aiuta noi ugandesi a prendere le distanze da questi ignobili signori.

In Uganda l’omofobia e’ un falso problema creato artificialmente. E’ vero che il retaggio macho della cultura africana non accetta la condizione gay ma e’ altrettanto vero che molti cittadini si limitano a commentare il loro disappunto senza appoggiare misure repressive. Altri applicano il motto “vivi e lascia vivere”. Il problema non e’ l’omosessualità ma questi perversi moralisti con una psciche schizzofrenica tipica della sindrome di Dr. Jeckil e Mr. Hide. La società ugandese e’ avviata ad un’evoluzione sociale e culturale costante.5 Come in tutti i cambiamenti anche quello relativo all’atteggiamento nei confronti dei gay necessita di tempo per maturare.

Sono convinto che il cambiamento deve passare attraverso una “pulizia” comportamentale e di pensiero. La società deve arrivare a considerare la libertà sessuale di ogni individuo come un diritto civile inalienabile. Dall’altra parte la società deve rifiutare atteggiamenti e pratiche aberranti come la pedofilia o la prostituzione eterosessuale e omosessuale dettata dalla miseria. Sono altrettanto convinto che la nascita di un maturo movimento gay in Uganda puo’ contribuire a questo sano e necessario cambiamento di mentalità. Per questo ogni sforzo ed aiuto internazionale in questa direzione e’ il benvenuto. Aiuterà non solo i gay a rivendicare il loro diritto alla sessualità ma aiuterà anche noi ugandesi a maturare.

1 Parola Swahili per definire gli omosessuali.

2 http://www.giornalettismo.com/archives/42362/uganda-sei-omosessuale-ti-ammazzo/

3 I monologhi della vagina.

4 Dopo l’avventura in Congo (1996 – 2003) L’Uganda ha inviato 10.000 soldati in Iraq sotto mentite spoglie di agenti di sicurezza e si e’ impegnata nella guerra contro le milizie islamiche in Somalia, trasformando questa avventura nel Vietnam Ugandese. Attualmente l’Uganda sta ricevendo forti pressioni dagli Stati Uniti, dall’ONU e dalla Comunita’ Europea affinche’ garantisca un supporto militare attivo al governo del Sud Sudan, il SPLM, in caso di ripresa della guerra civile con Khartoum, a seguito del referendum secessionista previsto nel febbraio 2011).

5 Questa evoluzione sociale in atto rischia di essere vanificata da un’istabilita’ politica del paese se il governo non riesce a gestire in modo costruttivo e maturo il dopo Museveni.

*articolo scritto il 19 novembre 2010. Il 26 gennaio 2011 è stato ammazzato l’attivista dei diritti degli omosessuali David Kato Kisule perché denunciava la terribile situazione dei gay nel suo paese (NdR)

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Il petrolio ugandese servirà a sviluppare la regione


Il petrolio ugandese servirà a sviluppare la regione

Fulvio Beltrami – Kampala Uganda

La decisione del Governo Ugandese sull’utilizzo delle proprie risorse petrolifere[1] rivolto al mercato regionale e non all’esportazione ha creato uno tsunami economico tra le multinazionali del settore.

Robert Kasande, il Deputato per la Commissione per lo Sfruttamento del Petrolio, dipartimento speciale del Ministero dell’Energia e dei Minerali, ha presentato uno studio economico suggerendo al governo di optare per la costruzione di una raffineria per lavorare il petrolio grezzo, rispetto alla costruzione di un oleodotto fino a Mombasa (Kenya) per favorire l’esportazione.

Notizie riportate dal settimanale economico East African Business Week[2], edizione 21 – 27 febbraio 2011, confermano che il Governo Ugandese ha accolto favorevolmente la proposta di Kasande che è stata inserita come base per la politica d’indirizzo strategico delle risorse petrolifere.

Il rapporto di Kasande è sorretto da validi argomenti economici ed ha un indirizzo nazionalista. La creazione di una raffineria regionale in Uganda ha lo stesso costo della costruzione di un oleodotto: 2 miliardi di dollari, quindi occorre concentrarsi sui benefici che la regione può ottenere al fine di scegliere tra le due opzioni. Una raffineria regionale permetterebbe di soddisfare la domanda domestica di combustibile e di energia  e quella della regione dei Grandi Laghi: Kenya, Tanzania, Burundi, Rwanda, Sud Sudan, Est della Repubblica Democratica del Congo[3].

Gli effetti a medio termine sarebbero un’importante riduzione del prezzo del carburante e della produzione di energia che porterebbe a una diminuzione dei costi di trasporto, una diretta diminuzione dei beni di consumo, e dei costi energetici che l’industria regionale è costretta attualmente ad affrontare. Il risultato economico più importante è quello di rendere la regione indipendente dalle esportazioni di prodotti petroliferi lavorati per almeno 25 anni (visto le riserve di greggio fino ad ora scoperte in Uganda).

Questa indipendenza rafforzerebbe l’obiettivo della Comunità di diventare un valido attore economico sulla scena internazionale. Al livello di entrate l’opzione della raffineria garantirebbe 2,6 miliardi di dollari annui allo Stato contro i 1,3 miliardi di dollari che un oleodotto assicurerebbe. Considerando che attualmente l’Uganda riceve aiuti multilaterali per 2 miliardi di dollari l’anno e che il debito estero è valutato attorno ai 2,5 miliardi di dollari (valutazione del dicembre 2009), le entrate garantite dalla raffineria permetterebbero all’Uganda di essere indipendente dagli aiuti finanziari e di pagare il debito estero entro cinque anni.

La raffineria in Uganda rafforzerebbe la già esistente raffineria a Mombasa, in Kenya. Il rapporto sottolinea gli svantaggi dell’opzione dell’oleodotto. Nessun risparmio nella realizzazione; minori entrate annuali per il governo; un costo di gestione superiore a quello della raffineria e problemi logistici visto che l’oleodotto avrebbe una lunghezza di 1.300 kilometri[4]; la continua dipendenza ai prodotti petroliferi finiti importati e l’impossibilità di ridurre i costi per il carburante e l’energia.

Il Segretario Permanente del Ministero dell’Energia del Kenya, Peter Nyoike ha subito appoggiato l’indirizzo scelto dal governo ugandese. “E’ completamene illogico esportare il greggio prodotto nella regione per farlo raffinare all’estero ed importare i prodotti finiti. La decisione presa dall’Uganda è sensata ed importante poiché rafforza la capacità di produzione di prodotti petroliferi finiti per soddisfare la domanda interna e regionale.” Ha dichiarato Nyoike sul settimanale economico East African Business Week.

La raffineria sarebbe costruita in due anni con una prima fase di raffinazione di 20.000 barili al giorno, seguita da una seconda fase di 60.000 barili per arrivare all’ultima fase di 120.000 barili che coprirebbe il 92% del fabbisogno regionale. Rimarrebbero solo 10.000 barili al giorno da importare.

Conseguenze per le multinazionali petrolifere.

La decisione del Governo Ugandese di costruire una raffineria è stata colta con estrema prudenza dal mondo finanziario ed economico internazionale che per ora non ha espresso nessun giudizio.

E’ evidente che tale decisione sarà considerata contraria agli interessi internazionali del libero mercato ed un pericoloso precedente nazionalista che potrebbe essere replicato in altri paesi africani produttori di petrolio. L’orientamento di soddisfare la domanda regionale direttamente annulla il meccanismo coloniale delle multinazionali petrolifere occidentali e cinesi di esportare il petrolio greggio per sostenere la loro domanda energetica e rivendere parte del petrolio sotto forma di prodotti finiti aumentando la dipendenza energetica dei paesi produttori africani.

Questa dipendenza ha vantaggi economici e politici visto che il costo dei prodotti finiti viene deciso dall’Occidente o dalla Cina e l’importazione può essere utilizzata come una arma politica in caso di divergenze. Basta solo diminuire o sospendere l’approvvigionamento per riportare il paese a più miti consigli.[5]

La guerra internazionale per il controllo del petrolio ugandese.

Dalla scoperta dei giacimenti petroliferi nel Nord dell’Uganda è scoppiata una guerra finanziaria e politica a livello internazionale per il controllo di questa preziosa risorsa. Multinazionali inglesi, italiane, francesi e cinesi, supportate dai rispettivi governi in questi anni hanno cercato di convincere il governo ugandese ad assicurargli il monopolio dell’estrazione petrolifera. Inizialmente il monopolio fu garantito alle due multinazionali anglofone: Heritage Oil e Tullow Oil PLC che si sono occupate delle attività esplorative. Nel dicembre 2009 la compagnia petrolifera anglo canadese Heritage Oil PLC si dissociò dal consorzio con la compagnia petrolifera irlandese Tullow ed annunciò la decisione di vendere la sua quota. Approfittando della situazione, la multinazionale italiana ENI  concluse un accordo con l’Heritage  per acquistare i diritti di estrazione sui giacimenti petroliferi del lago Alberto, nord ovest dell’Uganda.

L’accordo con ENI prevedeva il  pagamento immediato di 1,35 miliardi di dollari all’Heritage per l’acquisto dei diritti di estrazione e di altri 150 milioni di dollari entro due anni come compensazione forfettaria sul valore della produzione petrolifera dei giacimenti. Agli inizi del gennaio 2010  il capo della Farnesina, Frattini, si recò  in Uganda per incontrare l’establishment ugandese con l’obiettivo di aumentare le possibilità di vittoria finale dell’ENI nel processo di acquisizione di giacimenti petroliferi dell’Heritage. Frattini illustrò al presidente Museveni la convenienza di iniziare una collaborazione con l’ENI. A differenza di altre multinazionali petrolifere, l’ENI offriva garanzie che potevano aumentare la collaborazione tra il governo italiano e l’Uganda, inserendo la trattativa  in un contesto delle relazioni multilaterali tra stati.

Per incoraggiare la scelta del governo ugandese, Frattini propose un aumento della cooperazione umanitaria e militare tra i due paesi. Con quest’accordo l’ENI intendeva assicurarsi il diritto di sfruttamento d’importanti giacimenti petroliferi considerati come strategici per l’immediato futuro finanziario della multinazionale italiana soprattutto in previsione della diminuzione delle capacità estrattive dei giacimenti della penisola arabica

L’ENI perde il controllo del petrolio ugandese.

Nonostante il parere favorevole all’ENI espresso dal Presidente Museveni, l’ENI perse la possibilità assumere il monopolio della produzione del greggio e venne completamente estromessa dal mercato Ugandese a fine del 2010.

Le cause furono molteplici.

La prima è l’opposizione della Tullow all’accordo tra Heritage e ENI. La multinazionale irlandese rivendicò il diritto di prelazione sulle quote dell’Heritage. La seconda è la scelta miope dell’ENI di appoggiarsi sul socio occulto: il colonnello Gheddafi, per risolvere la mancanza di liquidità necessaria per l’operazione. L’ENI ha accuratamente evitato di informare il governo che la Libia possiede già il 2% delle sue azioni ed era in atto un aumento di quota fino ad arrivare al 10% delle azioni ENI.

Il Presidente Museveni ha sempre considerato la Libia come un pericoloso nemico capace di destabilizzare la sicurezza interna ed ha sempre limitato l’espansione economica della Libia nel paese. L’entrata dell’ENI avrebbe permesso a Gheddafi di entrare nel mercato petrolifero ugandese dalla porta di servizio. I rapporti ricevuti dai servizi segreti ugandesi e dal Ministero dell’Interno, convinsero il Presidente Museveni a ritirare il suo iniziale appoggio all’ENI. La terza sarebbe un non comprovato tentativo di corruzione da parte del presidente Museveni rivolto all’ENI. Secondo fonti non ufficiali Museveni avrebbe chiesto alla multinazionale italiana una percentuale dei profitti sul greggio come pizzo. Anche se questo tentativo di corruzione fosse vero, non rappresenta certo la causa principale per l’uscita di scena dell’ENI, visto lo stato attuale in cui versa l’Italia. Le principali ragioni rimangono l’opposizione giuridica della Tullow e la scelta di occultare il socio libico.

Inizia la guerra tra il governo ugandese e la Tullow.

Dopo la breve avventura italiana in Uganda, il Governo aprì un contenzioso giuridico contro la Tullow rivendicando il pagamento delle tasse per i diritti di esplorazione petrolifera.[6] Di fronte alla non volontà della Tullow di regolarizzare la sua posizione fiscale, il governo ugandese decise di rompere ogni contrattato di collaborazione con la multinazionale.

Alla fine dello scorso anno le relazioni tra il governo ugandese e la Tullow erano così tese che fu necessario l’intervento diplomatico del Governo Inglese, che inviò il Sotto Segretario del Ministero degli Affari Esteri e del Commonwealth, Henry Bellingham a trattare direttamente con Museveni. La decisione del governo inglese di ingaggiarsi in questa disputa legale fu motivata dal timore che la rottura della collaborazione con la multinazionale irlandese poteva avere gravi conseguenze sulle relazioni di altre multinazionali inglesi presenti nel paese.

Nonostante l’intervento di Bellingham, il Presidente Museveni rese chiaro che la Tullow doveva pagare l’intera somma dell’evasione fiscale senza possibilità di condono o di riduzione. In questi giorni tra gli ambienti economici e politici di Kampala circola la voce che la Tullow avrebbe accettato di pagare le tasse evase. Questo permetterebbe alla multinazionale di vendere due terzi dei suoi diritti di sfruttamento petrolifero alla multinazionale francese Total.[7]

Prospettive future.

A seguito dell’indirizzo strategico deciso dal governo, la Total si troverà costretta ad investire sulla costruzione della raffineria e a concentrare i suoi profitti sulla soddisfazione della domanda regionale di prodotti petroliferi finiti, privando così alla Francia la possibilità di assicurarsi l’esportazione del greggio ugandese. Se l’indirizzo strategico verrà mantenuto, la Total non avrà altre scelte. Di fronte ad un suo rifiuto di costruire e gestire la raffineria, il governo potrebbe decidere di ricorrere alla multinazionale cinese, relegando la Total al ruolo di estrazione del greggio.

Nei prossimi mesi il governo ugandese riceverà forti pressioni da parte dell’Occidente per rivedere la sua decisione ed orientarsi sull’opzione dell’oleodotto che garantirebbe l’esportazione del greggio. Purtroppo per la Francia e l’Occidente, la situazione politica attuale non permette a Museveni di accettare queste pressioni, che significherebbero la sua fine politica. Uscito vincitore da una contesa elezione presidenziale avvenuta il venerdì 18 febbraio, Museveni punta sui profitti petroliferi per trasformare l’Uganda in un “Tigre Africana” seguendo il modello delle “Tigri Asiatiche”. L’indirizzo nazionalista è l’unico che può permettere la realizzazione di quest’obiettivo. Altri fattori geo-strategici entrano in gioco e rafforzano la decisione governativa.  Il primo è quello di legare (attraverso la soddisfazione della domanda energetica) sia il neo nato Sud Sudan che l’est della RDC al blocco economico della Comunità dell’Est Africa.

Da una parte significherebbe assicurarsi il controllo economico del Sud Sudan (che, evitata la ripresa del conflitto con il nord a causa del fattore egiziano) ha molte probabilità di divenire un mercato emergente nella regione. Dall’altra parte permetterebbe alla comunità anglofona della regione di portare a termine l’obiettivo di staccare l’Est dalla RDC. L’obiettivo, tentato sul piano militare per un decennio, ora potrebbe essere raggiunto sul piano economico seguendo il modello tedesco. Il controllo dell’Est della RDC rappresenta il controllo delle immense risorse minerarie presenti nella regione congolese.

Il secondo fattore strategico è quello di rafforzare la posizione politica ed economica dell’Uganda all’interno della Comunità dell’Est Africa. La scelta nazionalista sullo sfruttamento del petrolio rafforzerebbe la possibilità per Museveni di divenire il Presidente della Comunità economica, considerata sotto banco come una valida alternativa per l’uscita di M7 dalla scena politica nazionale. La scelta di costruire una raffineria e di impedire l’esportazione all’esterno della Comunità dell’Est Africa, rappresenta un segnale estremamente forte della volontà dell’Africa di spezzare i legami occidentali che impediscono il suo sviluppo. L’obiettivo finale è quello di creare un blocco economico e divenire un forte concorrente a livello internazionale.

Un altro segnale che i tempi dell’egemonia incondizionata dell’Occidente sull’Africa stanno finendo, come le attuali rivoluzioni del Nord Africa lo sottolineano chiaramente. Non è un caso che il governo ugandese ha scelto questo coraggioso indirizzo economico, mettendosi in contrasto con gli interessi occidentali. Forse, è un altro regalo della rivoluzione egiziana. Dinanzi al risveglio ugandese per difendere gli interessi nazionali, la dichiarazione del Presidente della Tullow, Heavey fatta nel maggio 2009 al giornale irlandese Times risulta ormai anacronistica.

Noi dirigiamo il gioco in Africa, noi dominiamo l’Africa. Senza di noi resterebbe nelle loro mani solo guerre civili e massacri. Loro conoscono bene che è meglio trattare con noi, perché non possono sfruttare il loro petrolio senza di noi.” Sembra proprio che l’Uganda abbia deciso di sfruttare il petrolio senza la dominazione occidentale, imponendo una democratica ed equa collaborazione economica che di certo lascia un amaro in bocca alle varie multinazionali del Nuovo Ordine Mondiale.

fulviobeltrami@gmail.com

Per chi volesse approfondire l’avventura dell’ENI in Uganda si consiglia la lettura di due articoli scritti dall’autore.

Petrolio ugandese ed ENI. L’affare chiave per il prossimo decennio. (parte prima) pubblicato nel febbraio 2010 su Fabionews http://www.fabionews.info/View.php?id=8041

Petrolio ugandese ed ENI. L’affare chiave per il prossimo decennio. (parte seconda) pubblicato nel marzo 2010 su Dillinger http://www.dillinger.it/petrolio-ugandese-ed-eni-l%E2%80%99affare-chiave-per-il-prossimo-decennio-parte-seconda-43481.html


[1] L’immenso giacimento ugandese (considerato uno tra i più importanti giacimenti scoperti in Africa negli anni 2000) ha una riserva di petrolio stima a 2 miliardi di barili.

[2] Il settimanale è l’equivalente del nostro Sole 24 Ore ed è la più autorevole pubblicazione economica e finanziaria della Comunità dell’Est dell’Africa.

[3] L’attuale domanda domestica è di 11.000 barili al giorno con una previsione di 15.000 barili al giorno entro cinque anni. La domanda regionale è attualmente di 130.000 barili al giorno, Uganda .

[4] La distanza tra i giacimenti petroliferi del nord Uganda e il porto di Mombasa.

[5] Tattica ampliamente utilizzata dalla Russia con il rifornimento di gas all’Europa.

[6] La Tullow ha commesso una evasione fiscale valutata a 283 milioni di dollari.

[7] L’accordo iniziale prevedeva la spartizione delle quote della Tullow a Total e alla multinazionale cinese CNOOC. A seguito delle pressioni europee fatte sulla Tullow per impedire la penetrazione economica cinese in Uganda, la multinazionale ha deciso di vendere la totalità delle quote alla Total.  La multinazionale francese sta aprendo in questi giorni i suoi uffici a Kampala.

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L’offensiva AMISON nella capitale della Somalia


Leggendo questo articolo di Beltrami, oltre a saperne di più sulla situazione somala, si capisce come sia stato l’ONU per primo a ingaggiare dei soldati mercenari africani, arruolati tramite una agenzia gestita da due uomini d’affari, da usarsi in Somalia. In quel momento nessuno si è scandalizzato, anzi, mentre quando Gheddafi ha fatto lo stesso in Libia è successo il finimondo. Che siano ancora i famosi due pesi e le due misure del mondo occidentale? Vedete voi…

L’offensiva AMISON nella capitale della Somalia*

Fulvio Beltrami – Kampala Uganda*

Da metà febbraio e’ iniziata un’offensiva su vasta scala delle truppe AMISOM[1] (la missione di pace dell’Unione Africana).

Tremila soldati burundesi e cinquemila soldati ugandesi hanno lanciato un’offensiva che ha preso di sorpresa le milizie islamiche fondamentalistiche di Al Shabaab. L’offensiva militare e’ stata preparata e finanziata dagli Stati Uniti. Le truppe AMISOM non hanno ripreso il controllo dell’intera città di Mogadiscio (obiettivo originario) ma di una importante parte.

La ex fabbrica del latte, l’ex Club degli Ufficiali Militari e l’ex Ministero della Difesa sono ritornati nelle mani del Governo Federale di Transizione (TFG). Entrambi gli edifici venivano usati dalle milizie islamiche come basi strategiche per le loro operazioni militari. Il portavoce dell’AMISOM il Maggiore ugandese Ba-Hoku Barigye ha recentemente dichiarato alla stampa ugandese e keniota che le truppe dell’esercito regolare somalo e quelle dell’AMISOM controllano circa il 60% della capitale. In questi giorni l’offensiva e’ entrata in una seconda fase che, in teoria dovrebbe prevedere di prendere il controllo assoluto della città. Superato l’iniziale sbandamento dettato dalla sorpresa, le milizie islamiche si stanno riorganizzando e certamente saranno determinate a contrapporre una tenacia resistenza.

Le perdite registrate dalle truppe ugandesi e burundesi sono abbastanza consistenti. Ufficialmente lo Stato Maggiore dell’esercito ugandese ha dichiarato 53 soldati morti nei combattimenti. Probabilmente il numero di caduti e’ maggiore. In compenso le considerevoli perdite si sono registrate tra i ranghi delle milizie islamiche gia’ indebolite da un conflitto recentemente scoppiato tra loro e i leader dei clan somali all’interno del paese.

Il discreto appoggio dei mercenari ingaggiati dall’ONU.

L’offensiva su Mogadishu e’ stato probabilmente il battesimo del fuoco per i mercenari della ditta di sicurezza ugandese Sarecen (controllata dal fratello del Presidente Museveni: il Generale Caleb Akandwanaho e della ditta di mercenari sud africana controllata dal ex generale ruandese Kayumba Nyamwasa che recentemente ha disertato l’esercito ruandese e si e’ rifugiato in Sud Africa. Kayumba e’ stato condannato in contumacia dal tribunale ruandese per atti terroristici contro lo stato.

I due rispettabili uomini d’affari sono stati assunti dall’ONU, su pressione Americana, con un contratto di 6 mesi rinnovabili e 8 milioni di dollari. Il mandato dei mercenari e’ quello di assicurare l’addestramento militare all’esercito somalo e alle forze di sicurezza del Governo  Federale di Transizione e un servizio di protezione personale dei membri del governo. Nel contratto si prevede che, “in condizioni particolari” le due ditte possono ingaggiare a fianco delle forze regolari somale o separatamente degli scontri contro la milizia Al Shabaab, per proteggere la popolazione civile. Secondo voci non ufficiali l’offensiva su Mogadishu rientrava nella casistica di queste “condizioni particolari” visto che si e’ registrata la presenza attiva di mercenari delle due ditte nei luoghi di combattimento.

Ecco spiegato perché il pazzo dittatore Gheddafi non riesce a capire l’accusa rivoltagli di aver ingaggiato mercenari per reprimere il suo popolo, visto che il contratto ufficiale dell’ONU e’ precedente alla sua decisione di affidarsi ai mercenari. Non sarebbe ironia di sorte che le stesse compagnie di mercenari Ugandese e Sud Africana ingaggiate in Somalia avessero accettato le interessanti offerte del mostro libico. In fondo business is business, soprattutto quelli garantiti dai fondi pubblici internazionali dell’ONU e dai petrodollari libici.

La popolazione sostiene l’offensiva AMISOM

La popolazione della capitale ha accolto con entusiasmo l’offensiva militare. Donne e bambini hanno rischiato la loro vita per sostenere i soldati somali governativi, quelli burundesi e ugandesi, offrendogli cibo, latte caldo e preziose informazioni sull’ubicazione di sacche di resistenza, cecchini e spostamenti delle milizie avversarie. Circa l’ottanta per cento della popolazione di Mogadishu si e’ rifugiata nei quartieri liberati dall’AMISOM.

Il traffico commerciale aereo e marittimo ha ripreso come risultato della maggior sicurezza presso quello che rimane dell’aeroporto internazionale di Mogadishu e il porto. La ripresa di questo traffico si tramuta in immediate possibilità di affari e di rifornimenti di beni di primo consumo per la popolazione somala della capitale. La reazione amichevole della popolazione e’ il frutto di una esasperazione creata dalla brutalità delle milizie Al Shabaab che impongono una folle interpretazione della legge islamica che lede ogni diritto umano e obbligano i giovani ad arruolarsi nelle milizie. Nei territori occupati dalle milizie Al Shabaab il semplice ascoltare della musica alla radio che non sia musica religiosa significa rischiare la pena di morte.

L’esercito governativo somalo non e’ affidabile.

La prima fase dell’offensiva su Mogadishu ha evidenziato che l’esercito governativo somalo non e’ affidabile. Spesso le truppe ugandesi e burundesi si sono trovate da sole ad ingaggiare violenti scontri con le milizie islamiche. Ai primi segni di intensificazione del conflitto i soldati somali fedeli al governo di transizione scappano per poi eventualmente ritornare in caso di vittoria.

Un rapporto del Gruppo di Monitoraggio in Somalia delle Nazioni Unite, consegnato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e all’AMISOM nel marzo 2010, rivela che circa l’ottanta per cento dei soldati regolari somali diserta per unirsi agli estremisti islamici di Al Shabaab. Le ragioni di queste diserzioni risiedono nel ritardo del pagamento dei salari[2] e dalla paura di ritorsioni alle famiglie che vivono nei territori controllati dalle milizie islamiche. Il giornalista del quotidiano Daily Monitor, corrispondente speciale a Mogadishu, Johm Njoroge, ci spiega che questi soldati sono motivati ad arruolarsi unicamente per la povertà e non per la determinazione di liberare il loro paese. “Sono così preoccupati dalla lotta quotidiana alla sopravivenza che non hanno alcun interesse a combattere per il loro paese e a ricreare uno Stato Somalo. Hanno delegato questa responsabilià’ alla Diaspora Somala che vive all’estero”, Njoroge spiega in un articolo pubblicato sul giornale per cui lavora.

Dal luglio 2010 circa 910 soldati somali sono strati addestrati al combattimento urbano e alle nozione mediche di base per il pronto soccorso dall’esercito ugandese e da consiglieri militari della Missione di Addestramento della Comunita’ Europea (EUTM) tra cui anche qualche italiano. Gli addestramenti avvengono in località vicino a Kampala e nella caserma di Bihanga nell’ovest del paese. Un eguale numero di soldati somali verrà addestrato quest’anno.

Quando arrivano qui sono fiduciosi e motivati. Giurano di combattere per il loro paese. Quando arrivano in Somalia al primo combattimento disertano.”, afferma con rammarico il Maggiore Jose Barranco dell’Ufficio Relazioni Pubbliche del EUTM[3].

Il Governo di Transizione Federale: tra banditismo e opportunismo.

A parte intascarsi le paghe dei soldati, i rispettabili membri del Governo Federale di Transizione a metà febbraio hanno deciso di estendere il loro mandato per altri tre anni. Il governo somalo è stato soggetto di forti critiche da parte dei suoi sostenitori regionali e internazionali. E’ accusato d’inefficienza e di corruzione.

Il Governo, che prima della recente offensiva militare dell’AMISOM, controllava una minoranza della capitale somala grazie alla protezione delle truppe burundesi e ugandesi, ha fallito il suo mandato di pacificare e ricostruire il paese. Al contrario i parlamentari si sono concentrati nell’abile arte di trarre benefici personali dai fondi internazionali destinati alla rafforzamento delle istituzioni.

Questo governo e’ inefficace, corrotto fino all’osso e guidato dalla debole leadership del Presidente Sharif. Se ciò non bastasse la maggior parte dei parlamentari vive all’estero (nella vicina Nairobi) immersi nel lusso e rientrano a Mogadishu soltanto per prendere l’assegno a fine mese oppure per votare qualche importante legge.

Un mandato confuso e mutevole.

Il mandato della AMISOM e’ quello di difendere e proteggere il Governo Federale di Transizione e le istituzioni somale. Le sue truppe possono ingaggiare combattimenti esclusivamente se attaccate direttamente dalle milizie islamiche. Al contrario l’esercito regolare somalo ha piena libertà di decisione se ingaggiare combattimenti sia difensivi che offensivi.

Il mandato della AMISOM e’ stato modificato dalla realtà sul terreno. Il governo somalo spesso provoca le milizie islamiche per chiedere l’intervento delle truppe burundesi ed ugandesi. Visto l’incapacità dell’esercito regolare di mantenere le posizioni occupate, anche questo compito spetta alle truppe della AMISOM.

In parole povere i soldati burundesi ed ugandesi combattono per mantenere in vita un governo corrotto e non riconosciuto dalla popolazione. L’appoggio e la simpatia dimostrata dalla popolazione della capitale durante la recente offensiva non deve essere confusa con un appoggio politico al governo. Un conto e’ applaudire le truppe africane che riescono a liberare la popolazione dal terrore dell’estremismo islamico, un’altro e’ riconoscersi politicamente con il governo che nessuno ha mai votato ne’ appoggiato.

Il fattore Clanico.

Il fattore clanico, in un paese dove l’intera popolazione appartiene alla stessa etnia e alla stessa religione, e’ la prima fonte di unione o di divisione. La Somalia, fin dall’indipendenza, non ha mai avuto un forte sentimento nazionalistico e patriottico. Le divisioni e le alleanze tra i principali cinque clan somali[4] sono la regia storica del paese.

Quando la dittatura di Siad Barre fu abbattuta nel 1991, e successivamente al tentativo di formare un governo di unità nazionale dove i cinque clan dovevano essere equamente rappresentati (tentativo fatto miserabilmente fallire dall’Italia e dagli Stati Uniti), i clan somali ingaggiarono una atroce guerra civile caratterizzata dal settarismo e dalla violenza gratuita. Dal 2004 al 2006 l’Unione delle Corti Islamiche (un gruppo di 11 corti islamiche indipendenti di Mogadishu che si unirono in un movimento politico e militare strappando il paese dal barbarico controllo dei signori della guerra appartenenti ai vari clan) riuscì a donare al paese un periodo di stabilità e di pace per la prima volta dall’inizio della guerra civile.

Il loro unico peccato originale era la gestione statale teocratica anche se i loro concetti religiosi appartenevano all’islamismo moderato. Come e’ noto ogni persona che possiede una copia del Corano e’ un potenziale terrorista per gli Stati Uniti, che decisero di appoggiare l’invasione etiope nel 2007 che pose fine al tentativo di unificazione nazionale del paese portato avanti dalle Corti Islamiche, rimpiazzate dalla banda di delinquenti del Governo Federale di Transizione. Una transizione che secondo la mentalità di questi signori non può aver fine.

Il risultato e’ la situazione attuale egemonizzata dall’estremismo islamico di Al Shabaab, movimento vicino al Al Qaida, nato dalle ceneri dell’Unione delle Corti Islamiche. Un’interessante movimento dall’inizio di quest’anno si sta rafforzando in Somalia: il movimento Awakeing: risveglio. A causa di forti divergenze e rancori con le milizie estremiste Al Shabaab,  vari leader tradizionali hanno deciso di iniziare l’Awakeing che è sorta nelle regioni di Bay e Bakool.

L’obiettivo della Awakeing somala è quello di scacciare dal paese le milizie straniere presenti all’interno di Al Shabaab, indebolirlo e costringerlo al dialogo. Si è creato un movimento Awakeing denominato Ahlu Sunna Wal Jamaa (ASWJ) che si è rapidamente espanso nella regione del Galgadud tra i clan Hawiye, Darod e Diir.

La maggioranza dei somali è ideologicamente allineata al movimento Ahlu Sunna Wal Jamaa visto il loro concetto di Islam che rifiuta l’estremismo e che la loro base sociale è basata sull’appartenenza clanica. Quella religiosa è normalmente relegata in un secondo piano. ASWJ ha quindi il supporto popolare. Una volta che quest’operazione di pulizia venga  terminata ASWJ può rappresentare un nucleo primario per la composizione di un governo di unità nazionale e formare le basi per uno stato somalo islamico moderato.

Questo rappresenterebbe la fine della guerra civile che dura dal 1991 e una stabilità per la regione. Vista l’attuale situazione in Somalia è impossibile pensare che un futuro governo possa avere delle basi laiche. La sola possibilità è di garantire un governo islamico che si basi sulla moderna interpretazione del potere teocratico tollerante e aperta al dialogo. Questo movimento dovrebbe essere incoraggiato dalla Comunità Internazionale. Al contrario Stati Uniti, Comunità Europea e ONU preferiscono lanciare offensive militari attraverso l’AMISOM pretendendo un pesante contributo di sangue ai soldati ugandesi e burundesi, ingaggiare mercenari africani proprio come sta facendo Gheddafi e spendere milioni di dollari per mantenere una flotta militare vicino alle coste somale per proteggere i mercantili (compresi quelli per il trasporto del petrolio) dai pirati somali.

Mentre in Somalia decine di soldati ugandesi muoiono o vengono mutilati, il Presidente Museveni ha rafforzato la sua alleanza con l’Occidente visto l’impegno militare dell’Uganda in Somalia. Grazie all’Uganda la Comunità Europea e l’America possono concentrarsi sulla Libia, non tanto per scacciare il dittatore (ex loro alleato) ma per controllare la rivoluzione popolare e riprendere l’egemonia nella regione.

Nel frattempo in una qualche lussuoso club di Nairobi un distinto ministro del governo somalo assapora un ottimo wisky d’annata, con la bocca piena di fumo di un sigaro cubano, le fiches per qualche migliaia di dollari da spendere durante la partita a poker, allietato dalla presenza di una prostituta keniota di alta società. Al posto di pensare al misero destino dei suoi connazionali in Somalia, non vede l’ora di rientrare nella sua camera al Hilton Hotel per assaporare i famosi giochi di lingua della sua compagna occasionale.

Fulviobeltrami1966@gmail.com

*www.dilinger.it

Articoli scritti sullo stesso soggetto.

Uganda: Museveni ci ha regalato il nostro Vietnam. Maggio 2010 Fabionews. http://www.fabionews.info/View.php?id=9074

Awakeing, la potenziale soluzione contro la minaccia Shabaab in Somalia. Febbraio 2011 Fabionews.

http://www.fabionews.info/View.php?id=10444

Somalia. Il Governo federale di transizione: un manipolo di opportunisti. Febbraio 2001 Fabionews.

http://www.fabionews.info/archivio/view.php?id=10510

Le Nazioni Unite ingaggiano dei mercenari per la Somalia. Febbraio 2011 Fainotizia.

http://www.fainotizia.it/2011/02/06/le-nazioni-unite-ingaggiano-dei-mercenari-la-somalia


[1] African Union Mission in Somalia.  Si consiglia di consultare il sito ufficiale della AMISOM http://www.africa-union.org/root/au/auc/departments/psc/amisom/amisom.htm

[2] I soldati Somali ricevono l’equivalente di 100 dollari a testa al mese. I fondi sono garantiti dalla Comunita’ Europea e dagli Stati Uniti, ma per la maggior parte gestiti dal Governo di Transizione Somalo. Generali e politici corrotti si intascano le paghe dei soldati presentando false liste all’AMISOM e agli enti finanziatori. Notare che i fondi destinati alle paghe dell’esercito regolare somalo normalmente provengono dai budget annuali destinati alla cooperazione e agli aiuti umanitari.

Il paese campione di questo “trucco finanziario” e’ l’Italia che da anni destina ingenti fondi della Cooperazione per finanziare le sue truppe in Afganistan e, come recentemente scoperto, pagare il pizzo ai Talebani per evitare scontri armati nelle zone controllate dal contingente italiano. Evidentemente l’esempio nostrano e’ stato replicato dall’Europa e dall’America nel caso della Somalia.

[3] Dichiarazione rilasciata al settimanale ugandese The Indipendent edizione 14 – 19 marzo 2011.

[4] Darod, Dir, Hawiye, Isaaq e Rahabweyn,

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Uganda: vince Museveni, trionfa la corruzione


Le “presidenziali” in Uganda

Vince Museveni, trionfa la corruzione

Jean-Marie Nsambu, da Kampala

Il presidente ugandese, al potere dal 1986, è stato rieletto con il 68% dei voti. Ma alla vigilia del voto, molti oppositori sono stati “comperati” e il responsabile della missione degli osservatori Ue ha criticato Museveni per un eccessivo dispiego del suo «potere di presidente». Non solo. L’Ordine degli avvocati dell’Africa Orientale (Eals) ha puntato il dito contro le «molte intimidazioni» da parte delle forze dell’ordine.

Venerdì 18 febbraio si sono tenute le elezioni parlamentari e presidenziali. Domenica 20, com’era previsto, il presidente uscente, Yoweri Kaguta Museveni, è stato dichiarato vincitore dello scrutino presidenziale, con il 68% dei voti.

Giunto al potere nel 1986, quando il suo Esercito di resistenza nazionale (Nra), al termine di una guerriglia durata cinque anni, conquistò Kampala e depose Tito Okello, si era poi fatto “ufficialmente” eleggere presidente nel 1996, presentandosi come candidato unico del Movimento di resistenza nazionale (Nrm).

Dopo di allora, ha affrontato le urne nel 2001 e nel 2006, sempre sconfiggendo Kizza Besigye Kifefe, ex colonnello dell’Nra, ex dottore privato di Museveni, e poi passato all’opposizione come leader del Forum per il cambiamento democratico. Pertanto, quando, il prossimo maggio, presterà per l’ennesima volta giuramento, non solo Museveni si confermerà il più longevo capo di stato ugandese, ma si avvierà a essere uno dei più duraturi presidenti africani. Lo scrutinio è risultato, in generale, pacifico, fatta eccezione per alcuni incidenti in talune circoscrizioni elettorali, dove si sono registrati momenti di tensioni, soprattutto in riferimento al voto parlamentare. Secondo il responsabile della missione degli osservatori inviati dall’Unione europea, Edward Scicluna, il voto ha segnato un miglioramento rispetto ai precedenti appuntamenti elettorali, immancabilmente caratterizzati da brogli, violenze e innumerevoli ricorsi alla Corte suprema. Tuttavia, pur definendo «pacifico» il processo elettorale, Scicluna non ha mancato di far notare «alcune pecche, che potevano essere evitate da parte della Commissione elettorale», quali l’assenza di molti nomi nei registri elettorali.

Se questa volta è mancata la violenza, più pesante è parsa la corruzione, soprattutto da parte di alcuni esponenti del partito di governo. Alla vigilia del voto, numerosi erano stati i casi di oppositori “comperati” con grossi cifre di danaro, senza, peraltro, che i magistrati se ne occupassero minimamente. Scicluna ha anche criticato Museveni per un eccessivo dispiego del suo «potere di presidente», a scapito dei suoi oppositori, primo fra tutti il suo eterno rivale, Besigye, ora alla testa di una Coalizione inter-partitica (Ipc). Come già nel 2001 e 2006, Museveni ha avuto in Kizza Besigye il suo principale oppositore, che però s’è fermato al 26% dei voti. Distanziatissimi gli altri candidati che erano: Norbert Mao, del Partito democratico (Dp), con l’1,86%; Olara Otunnu, del Congresso popolare dell’Uganda (Upc), con l’1,58%; Beti Olive Kamya, dell’Alleanza federale dell’Uganda (Ufa), la sola donna in lizza, con lo 0.66%; Abed Bwanika, del Partito popolare dello sviluppo (Pdp), con lo 0,65%; Jaberi Bibandi Ssali, del Partito popolare progressista (Ppp), in passato a lungo ministro nei governi di Museveni, con lo 0,44%; e Samuel Lubega, indipendente, con lo 0,41%.

L’Ordine degli avvocati dell’Africa Orientale (Eals) ha puntato il dito contro le «molte intimidazioni» da parte delle forze dell’ordine. Grande, infatti, è stato il dispiegamento di polizia ed esercito in numerose regioni. Ma il generale Kale Kayihura, capo della polizia, e il generale Aronda Nyakairimia, capo delle Forze di difesa, hanno giustificato tale presenza come «opera di prevenzione contro possibili violenze» durante e dopo il voto.

Va detto che, in seguito all’ondata di sommosse popolari che ha attraversato il Nord Africa (Tunisia ed Egitto), si era temuto che alcuni gruppi di cittadini potessero dare inizio a una «rivolta stile Egitto» o, peggio ancora, a «scontri violenti stile Kenya-2008». Besigye stesso, a gennaio, non aveva mancato di accennare a una simile possibilità («Una sollevazione popolare in Uganda è persino più probabile che in Egitto e in Tunisia a causa della corruzione che dilaga nel paese»), dando così al governo una scusa per schierare ingenti forze di sicurezza, «per scoraggiare la gente dallo scendere per le strade». La verità è che, come ha fatto notare Wilber Kapinga, capo degli osservatori messi in campo dell’Eals, «i poliziotti e i soldati sono serviti più a intimidire la gente che a garantire la sicurezza».

Besigye ha subito rifiutato di riconoscere i risultati ufficiali, dichiarando di non avere alcuna fiducia nella Corte, composta da persone scelte da Museveni. Si è anche lamentato per le mancate riforme elettorali proposte dall’opposizione: «Avrebbero ridotto di molto le irregolarità elettorali, le quali, guarda caso, giocano sempre a favore del presidente uscente». La risposta di Museveni non s’è fatta attendere: ha minacciato il rivale di farlo arrestare e sbatterlo in prigione, «se non per le bugie che va dicendo, per il suo tentativo di destabilizzare la nazione». Besigye, di rimando, è tornato a parlare di «possibile resistenza popolare al regime» e giurato che farà in modo che la volontà del popolo prevalga.

*Nigrizia

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VII edizione del Premio Marenostrum dedicato alla cultura migrante in Italia

Viareggio 20 ottobre 2012

Vi aspettiamo!

Leggete il bando di partecipazione nella sezione Marenostrum

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